Scrivere o morire

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Quando un giorno Luzzagni mi annunciò di aver deciso di realizzare un’antologia degli scrittori e poeti che si erano tolti la vita rimasi alquanto stupito. Forse non comprendevo il senso di quel lavoro. Quali suicidi nel mondo letterario riuscivo a ricordare? Certamente quelli di Levi e Pavese. Poi mi vennero in mente Salgari, Esenin, Hemingway, la Pozzi e la Plath. Incuriosito mi sono messo a cercare in rete gli altri personaggi del mondo letterario che si erano ammazzati da sé e, passo dopo passo, mi resi conto di quanto fornita fosse la schiera di quei poveri cristi. Affioravano molti nomi di autori verso i quali mi sento profondamente legato e di altri che appartengono ad occasionali letture. Non ricordavo neppure che Jack London, a soli quarant’anni, si fosse ucciso con un quantitativo letale di sonniferi. Spesso quello che ci lega alle nostre passioni letterarie è il ricordo di un testo e non la biografia del suo autore. Il ritmo di una storia, la costruzione di un brano poetico o il talento di arricchire di suggestioni una scrittura sono elementi sufficienti per farci innamorare di romanzieri e poeti senza necessariamente conoscere le pieghe della loro storia personale.

Davanti a tanti nomi di personaggi scomparsi tragicamente e prematuramente mi sono chiesto se valesse davvero la pena costruire un testo antologico di quel tipo, tenuto conto che si tratta di figure di diverse nazionalità e con percorsi professionali non assimilabili. Un giorno Natale mi confidò che appena menzionava il comune denominatore del suo libro, quando ancora era solo un cantiere, molti amici sembravano quasi imbarazzati alla pronuncia della parola suicidio, come se evocasse un tema scomodo e lontano. Lui sorrideva di fronte a questa ricorrente reazione. Anziché demotivarsi e considerare una strada diversa, sembrava deciso a dimostrare che anche temi apparentemente scabrosi possono essere trattati con passione e leggerezza.

Io, sia ben chiaro, facevo parte del gruppo degli scettici. Avevo verificato che nessuno si era spinto a trattare l’argomento in modo organico. Esistono (quasi solo in rete) lavori simili dedicati ad alcune figure di scrittrici e poetesse che si sono suicidate. Raccontano di Anne Sexton, Sylvia Plath, Antonia Pozzi, Amelia Rosselli, Virginia Woolf oppure indugiano sul racconto della vita di Primo Levi o di Cesare Pavese, scrittori su cui esistono un’infinità di informazioni. Nessuno in realtà si è mai preso la briga di cimentarsi in una ricerca più ampia ed articolata. Ciò non toglie che l’argomento resti comunque alquanto “scomodo”. Io non glielo dissi con questa franchezza, ma lo invitai ad essere prudente nella scelta dei testi e delle citazioni. 

Devo ammettere che, per tutto il percorso di lavoro, Luzzagni ha mantenuto intatto il suo buonumore. Il libro è uscito con un notevole ritardo non solo perché c’era un’estate di mezzo, ma soprattutto perché nella sua opera di ricerca affioravano continuamente personaggi che non erano stati ancora presi in considerazione. Alla fine il numero degli autori suicidi si è fermato a cinquantasette. Mai avrei pensato che potessero esistere così tanti autori celebri capaci di un simile gesto. Mi venne naturale una riflessione su quanto dolore e quanta desolazione possa nascondersi dietro ad un’apparenza caratterizzata da successi e riconoscimenti pubblici. Natale non ha voluto mostrare il testo a nessuno prima di andare in stampa. Si è affidato soltanto alla consulenza dell’amico e collega Stefano Valentini cui ha affidato la prefazione e la revisione delle bozze. «È il mio primo libro – mi ha rivelato – ed è del tutto naturale che sia lui ad avere questo ruolo. Stefano ed io ci siamo occupati per anni delle cose di altri, adesso è tempo che ci dedichiamo ai nostri testi. Questo libro non è soltanto un progetto personale, ma l’inizio di un percorso editoriale da condividere con lui. C’è da mettere tutto il nostro gusto per la scrittura. Adesso quando immagino di creare un libro scelgo di “modellarlo” così come mi piacerebbe scoprirlo nello scaffale di una libreria. Mi entusiasma la possibilità di corredarlo di foto, di documenti e di spunti fino a realizzare esattamente il libro che catturerebbe immediatamente la mia attenzione e il mio interesse ad una prima veloce consultazione.  Per i romanzi il meccanismo è diverso. Un’antologia ha senso se è ben costruita e riesce a condurre il lettore a scoprire le opere di almeno uno degli autori proposti».

Quando pochi giorni fa ho ricevuto finalmente una copia di Tanto vale vivere ho compreso il senso delle sue parole. Devo ammettere che tutte le riserve con cui ho convissuto per settimane si sono dileguate velocemente. Il fatto che la prima edizione sia stata realizzata in una tiratura di soli 150 esemplari impreziosisce la qualità di un lavoro portato a compimento con estrema cura e grande sensibilità.

Il libro è una consistente rassegna articolata in più parti. La ricca introduzione di Natale Luzzagni è intitolata Buio. Esamina con puntualità e delicatezza un tema impegnativo come è quello del suicidio. Ci sono citazioni, riferimenti letterari e scientifici, riflessioni, brevi racconti ed un’apprezzabile galleria fotografica. Luzzagni si prodiga nello sforzo di invitare i lettori ad un approccio non moralistico con il tema del suicidio. Il proposito ha certamente successo perché la sua scrittura rivela un gusto colloquiale che attenua la durezza dei temi e sposta l’attenzione verso la necessità di accogliere le diverse storie con una serena neutralità, frenando l’istinto ad un giudizio sommario ed inutile. Luzzagni non improvvisa competenze scientifiche o psicanalitiche. Conduce il percorso con una sapiente umiltà, mostrando il drammatico divario che intercorre tra il talento professionale e i naturali disagi con cui uomini e donne alimentano il proprio percorso quotidiano. Mi colpiscono le foto e le parole di autori famosi che hanno fatto cenno al tema del suicidio senza avervi fatto ricorso. Altrettanto coinvolgenti sono i ricordi di figure a me molto care come Monicelli e Lizzani, accomunati dalla realizzazione di un medesimo proposito di morte a breve distanza l’uno dall’altro. Altrettanto forte è il ricordo di Bernard e Georgette Cazes, i due coniugi francesi che nel 2013 decisero di togliersi la vita come coronamento della loro battaglia pubblica a favore dell’eutanasia. Qui in Svizzera la notizia fece molto clamore, in Italia se ne ebbe solo una flebile eco.

La seconda parte di Tanto vale vivere è dedicata alla storia di alcuni dei personaggi raccontati attraverso il contributo di documenti e testimonianze. L’attenzione si dirige sulla storia di autori celebri come Primo Levi, Emilio Salgari, Carlo Michelstaedter, Marina Cvetaeva, Franco Lucentini, Guido Morselli, Lucio Mastronardi, Virginia Woolf, Romain Gary, John Berryman e Pamela Moore. La vicenda di Mastronardi, autore del celebre Il maestro di Vigevano, mi ha rivelato elementi biografici che ignoravo. Luzzagni li ha raccolti soprattutto grazie al lavoro di Riccardo De Gennaro che ne La Rivolta impossibile narra le curiose peripezie dello scrittore pavese. In Tanto vale vivere il testo è sostenuto da ricco repertorio fotografico e da estratti (poesie, brevi prose o citazioni) che accentuano il lato malinconico di ogni autore.

La sezione Il legittimo dubbio raccoglie i personaggi che sono morti in circostanze misteriose, ma in una serie di dinamiche e modalità che non escludono il ricorso al suicidio. Proprio qui ho ritrovato il breve passo su Esenin che mi ha ispirato il racconto La cintura di cuoio nella rubrica Misteri di questa rivista.

Di grande effetto è la parte Parole e volti, in cui vengono catalogati tutti gli altri casi di suicidio non ancora menzionati nella prima parte del libro. Per ogni autore sono presenti dati essenziali, testi e versi estratti dalle loro opere principali, un’immagine e le modalità del suicidio. I volti scorrono come nella sequenza di un documentario che volesse rievocare con grande dignità i protagonisti della letteratura mondiale che non hanno resistito al tragico proposito di infliggersi un termine perentorio.

Alla rubrica Citazioni, in cui firme note della letteratura e di altri ambiti artistici dedicano una battuta o una breve riflessione sul tema del suicidio, fa seguito la sezione Istantanee. È soprattutto qui che il curatore dell’opera rivela una delicatezza speciale nel dedicare ad ogni protagonista dell’antologia qualche riga di commiato. Si tratta di note biografiche, piccole dediche o racconti brevi che inquadrano l’essenzialità di vite segnate da una sensibilità non comune. 

Caro Natale, avevi ragione tu, perdona lo scetticismo: il fascino della scrittura può nutrirsi di qualsiasi argomento.

 

Alfonso Genovese (da Ntl n°124)

 

 

 

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