Nadia Lisanti

 

 

 

Tra l’infinito, l’eros e il peccato

La nuova silloge di Nadia Lisanti

 

Cos’è l’eros, la forza devastante che i lirici greci hanno celebrato nella forma di un desiderio indomabile? Ha le forme del “vento di Tracia infiammato di lampi” (Ibico) che non fa dormire? È “l’insolente fanciullo che gioca sfiorando il sommo dei fiori” (Alcmane)?. O è, piuttosto, la “dolceamara invincibile belva che scioglie le membra e mi scuote nuovamente” (Saffo)? Tutto questo e molto di più. È la dimensione estatica che accende la carne di passioni fibrillanti, che azzera lo sforzo, che stordisce ogni residua resistenza.

Quello di Nadia Lisanti, giovane poetessa lucana, è un inno alla cedevolezza in ragione di un’energia dirompente che azzera ogni ragione e ricompone il complesso tessuto di un desiderio antico e totalizzante. 69 poesie e 7 peccati è il diario poetico di un’ammissione piena, sapientemente composta dalle confessioni di una sensorialità che non ammette distrazione alcuna.

«Che fine ha fatto l’eros?» si chiede l’autrice nel prologo della silloge. Nell’epoca delle distanze necessarie e tra le reticenze e le narcotiche sospensioni, le risposte sembrano latitare nel mare aperto di un riservato pudore. Dal Veneto un napoletano rompe il riserbo e si affida ad una tenera ammissione: «Oggi l’eros è in due persone che fanno l’amore! Sì perché è diventato così trasgressivo incontrarsi davvero!».

Ed è proprio nell’incontro che Nadia Lisanti traccia il segno del suo percorso sensoriale: «…il mio corpo trema alla radice dei tuoi passi, / siamo distanti secoli, / una manciata di secondi e mi strappi!». Tutto procede attraverso l’urgenza di una celebrazione visiva, tattile e olfattiva, affidata all’estro di un gesto perentorio: «mentre mi prende urla e tace / son lampi al mio grembo, / i suoi assalti fugaci». La cedevolezza prende la forma dell’abbandono totale: «Succhiami come se non avesse fine la tua sete / quanto sei donna / per costringermi alle sbarre delle tue pretese?». Il canto della passione («Suonava dietro di me la musica delle carni») travolge ogni attesa e regala la piena consistenza di un piacere che irrompe come il dono a lungo cercato: «…mi hai lasciata godere, / sulla soglia di un boato, / in bilico, alla parete, senza fiato».

L’eros penetra ogni fibra e si apre alla magia di un’intesa perfetta. La misteriosa corrispondenza fra le frenesie del corpo e le vertigini dell’ascesa sentimentale, vibra nella confessione di un’appartenenza che si perpetua: «…tu sei l’uomo con cui rinasco vergine / ad ogni peccato. / Potessi rimanere fedele al tuo dito, / sarei la sposa da sposare ancora». L’unione si celebra in un rito che non ammette soluzione di continuità: «…sogno / tutto l’eros con cui ti partorisco, / uomo ribelle / al mio risveglio voglio le fauci di un leone / sculacciami / ora!». Inappagata la fame, immutabile il desiderio: «Le mie notti appagate sono in preda all’amore / e non vi è alcuna ragione». Tutto riprende ad riaccendersi e «la sua lingua si dimena ancora».

La stessa lingua che di giorno articola parole, diventa la carezza della notte che cattura nel silenzio il brusio del piacere («Parla la lingua sul fondoschiena nudo»). Ogni singola attenzione corrisponde alla celebrazione di un essenziale incontro che si fa amore: «L’amore ha bisogno di silenzi per nutrirsi / di voci per soccorrersi / di occhi per ballare / di soglie per superarsi / E poi di tutte le cose che non fanno bene all’amore per amare: / il sesso è il disappunto con cui io amo, la verginità dissolta con cui torno a baciarla / nei sentieri conosciuti in altri vuoti». Il fragile confine tra una fugace intesa e il desiderio di un’appartenenza autentica si rivela nell’istintiva proiezione verso l’esclusività dell’unione: «Non voglio che qualcuno sappia la geografia del suo corpo / la mia terra sconosciuta / veglio a salparla nuda».  E l’eros trionfa sui tratti dello stordimento reciproco che inebetisce gli amanti: «…non riusciamo più a distinguerci dagli amplessi». La complicità prende la forma di una magnifica dipendenza, si scioglie nell’incanto di una fusione indistinta che perpetua un desiderio inesauribile: «…ho bisogno di tutto l’amore che il tuo sesso spreme». L’«urlo che si trasforma in estasi» si affaccia al mondo per seppellire ogni residua resistenza: «…dalla finestra ardo di malinconie per chi non gode / di fronte e supina mi concedo i lussi di ogni meretrice». 

La dimensione del peccato è indistinguibile da quella che accoglie i misteri dell’unione. Nel gioco degli amanti ogni ammissione corrisponde all’intrigante connivenza del “crimine” erotico: «…e tu mi vuoi così, / una zoccola, / assetata d’inguine, mentre ci spogliamo». Lei, «sbranata dai suoi morsi», «puttana e vergine», «preghiera e bestemmia», si consegna al suo amante, «padrone dei miei inciampi».

Varrebbe la pena di citare ogni passo di questo splendido distillato di vitalità corporea e sentimentale che accende ogni pagina con ammissioni di rara bellezza. Sboccia tra le parole un equilibrio perfetto tra la plasticità delle espressioni corporee e l’ascendenza spirituale di una poesia matura ed evoluta. Il sottile filo che lega la dimensione erotica e la pienezza dei pensieri d’amore, trasforma ogni scena in un abbagliante viaggio tra le esclusività del desiderio femminile. Nulla è taciuto, tutto è ammesso. Vibrano le pulsioni della carne senza reticenze. L’elegante modulazione ritmica imprime ai versi le suggestioni della gestualità corporale e il vigore delle ascese orgasmiche. Anche le espressioni più accese finiscono per essere travolte da una delicatezza che disinnesca qualunque pudore: «Scoppia d’organi la mia vertigine, / palpito d’uragano quando mi stringe…». La ragione di ogni attesa d’amore abita un misterioso universo di «malinconie e sorprese», lì dove «c’innamoriamo di notti che non dormono mai». L’epilogo erotico proverbiale stabilisce che «…l’eros è solo un bel gioco ancestrale». 

Dov’è l’eros? Certamente abita queste magnifiche pagine.

Nadia Lisanti, 69 POESIE E 7 PECCATI – Controluna, Lit Edizioni, Roma, 2020

 

 

 

(Natale Luzzagni, La Nuova Tribuna Letteraria, n° 141, Gennaio-Marzo 2021)

 

 

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