NOSTRO TEMPO – Mo Yan

Premio Nobel 2012 per la Letteratura

MO YAN: “colui che non parla”

L’avvenimento è stato accolto con favore dal governo di Pechino e criticato dai dissidenti cinesi. Da bambino non riusciva a tenere la bocca chiusa.

China-Nobel-Literatur_MillL’11 ottobre 2012 è stato assegnato, dalla giurìa della Reale Accademia di Svezia, il Premio Nobel per la Letteratura allo scrittore e sceneggiatore cinese Mo Yan, nato da contadini poveri il 17 febbraio 1955 a Gaomi, nella provincia di Shandong, nel Nord-Est della Cina; finora più nota per avere dato i natali a Confucio, l’instauratore di una morale particolarmente severa e conservatrice.

Mo Yan si è detto felicissimo del Nobel, anche se ha precisato che non è una di quelle cose che gli possono veramente cambiare la vita (nonostante il discreto ammontare monetario del Premio, di circa un milione e duecentomila dollari). Ha subito ringraziato Maria Rita Masci, la traduttrice che lo ha fatto conoscere in Italia: “Cara Mita, questo onore appartiene anche a te e a Patrizia! Grazie ai vostri sforzi di tutti questi anni ho conquistato una riputazione nel mondo letterario in Italia e anche in molti altri paesi.”

Al momento della proclamazione del vincitore, il sito www.nobelprize.com è andato offline, data la folla di connessioni in contemporanea. Mo Yan ha prevalso su concorrenti di valore, alcuni dei quali, nei pronostici dei bookmakers, erano più accreditati di lui, quali il giapponese Haruki Murakami, l’israeliano Amos Oz, il premio Pulitzer Philip Roth (che insegue ostinatamente il Nobel da tempo e che alla notizia del premio a Mo Yan è rimasto malissimo, dicendosi stufo e pronto ad abbandonare la letteratura) per non parlare del cantautore Bob Dylan, candidato con amore dai suoi fans sparsi per il mondo. Fra gli italiani erano “in attesa” Umberto Eco, Andrea Camilleri, Claudio Magris e il premio Campiello alla carriera, Dacia Maraini.

Il governo di Pechino ha accolto con favore la vittoria di Mo Yan, anche perché l’ha interpretata come una “riparazione” da parte della Giuria del Nobel (che in precedenza aveva premiato col Nobel “per la Pace” il dissidente Liu Xiaobo) dopo essere stato sul punto di scatenare un incidente diplomatico e provocare, per ritorsione, il blocco del commercio del salmone con la Norvegia.

A sua volta, invece, Mo Yan è stato duramente attaccato dai dissidenti cinesi, particolarmente da Wei Jingsheng, secondo il quale il riconoscimento a Mo Yan ha voluto essere un’offerta di pace al governo cinese per placarne il perdurante risentimento. Richiesto di un parere in merito, Mo Yan ha preferito sorridere e tenere fede al suo soprannome: “Preferisco non parlare”. Ma già il giorno dopo, il 12 ottobre, ha lanciato un chiaro appello al Governo di Pechino perché liberi Liu Xiaobo “il più presto possibile”.

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Tra gli Autori che prima di Mo Yan avevano vinto il Nobel, mi limito a ricordare quelli degli ultimi quattro anni. Nel 2011 Thomas Transtroemer, svedese (Stoccolma 15/4/1931) poeta, psicologo, pianista e traduttore; nel 2010 il peruviano Marco Vargas Llosa (Arequipa, 28/3/1936). Nel 2009 Hertha Muller, tedesca (nata nel Banato romeno nel 1953 ma emigrata in Germania nel 1987); nel 2008 Jean Marie Gustave Le Clézio, francese (Nizza 13/4/1940).

Il vero nome dell’ultimo premiato è Guan Moye; Mo Yan, infatti, è uno pseudonimo, un nome di penna, che significa “ colui che non vuole parlare”, “colui che non parla”. O alla lettera, secondo la sinologa Masci, “senza parole”. Lo scrittore lo ha scelto da tempo perché gli era rimasto impresso che, da bambino, i genitori e la nonna lo zittissero sempre (“non parlare”!) perché parlava troppo, e a quell’epoca, in piena Rivoluzione Culturale delle guardie rosse, il parlare troppo poteva risultare pericoloso. Anche una sola parola sbagliata avrebbe potuto rovinare la vita di un individuo e della sua famiglia. Del resto, sarà proprio la Rivoluzione culturale a impedirgli di proseguire gli studi (che riprenderà più tardi nell’Esercito, fino a laurearsi in Lettere) e ad indurlo ad arruolarsi nell’Esercito Popolare, nel quale resterà ventuno anni, dal 1976 al 1997; facendo così come molti giovani cinesi delle campagne, che si arruolavano nell’Esercito “per poter…mangiare a sazietà e vestirsi bene”.

L’esperienza fatta da bambino, strappato alla scuola per essere mandato a lavorare nei campi di cotone o a pascolare capre e mucche, restando il più possibile zitto, lo segnerà per tutta la vita. “I bambini hanno strani meccanismi – ha detto un giorno Mo Yan – e più i miei mi dicevano di stare zitto più mi sembrava di avere cose da dire. Gli ho creato un sacco di problemi per il fatto che non riuscivo a tenere la bocca chiusa. Così quando ho cominciato a scrivere l’ho usato come pseudonimo”.

Certo è che nel corso di lunghi anni Mo Yan ha parlato abbastanza poco ma in compenso ha scritto moltissimo, qualcosa come sette romanzi, alcuni dei quali assai lunghi, anche di 500 pagine. Per non parlare di dodici racconti e di una miriade di storie brevi. La sua prolificità (e torrenzialità) di scrittura è talmente enorme che egli stesso ha riconosciuto che può restare a scrivere anche per dodici-quindici ore di seguito (salvo, magari, non scrivere poi niente per altri dodici- quindici giorni). Egli non scrive al computer, ma preferisce scrivere su carta normale, usando l’apposito pennello e l’inchiostro. A tutto ciò si aggiungano le sceneggiature cinematografiche (Sorgo rosso e Addio mia concubina).

L’Editore che finora lo ha fatto conoscere in Italia è Einaudi. Presso la casa editrice torinese, infatti, sono usciti libri come Sorgo rosso, scritto nel 1987 e pubblicato nel 1994, che è il suo romanzo più famoso, e dal quale il regista Zhan Yimou ha tratto un film di successo, sceneggiato dallo stesso Mo Yan e premiato al Festival di Berlino 1988 con l’Orso d’Oro. Sorgo rosso (storia degli amori e della gesta del bandito Yu Zhan’ao e delle tragedie della sua famiglia) ha un’intonazione di grandiosa epopea, sullo sfondo degli sterminati campi coltivati a sorgo, quella pianta che alla lontana può ricordare il frumento e può essere destinata all’alimentazione degli animali. Campi che, d’autunno, “scintillano come un mare di sangue”. Scrivere sulla Resistenza anti-giapponese in Cina (e scrivere, per giunta, con immagini forti) ha sempre giovato, perché con questo gli scrittori toccano un nervo scoperto ed estremamente sensibile dell’anima dei lettori.

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Le immagini forti, dall’espressionista al barocco, a volte anche al truculento (come in Sorgo rosso e ne Il supplizio del legno di sandalo) sono molto numerose nella narrativa di Mo Yan. Del resto sono strettamente funzionali alla materia narrata e alle sue atmosfere “allucinate” (ma più propriamente “magiche”, secondo la Einaudi, in cui la traduttrice Masci parla addirittura di “realismo magico” per le storie ambientate nella Cina pre-rivoluzionaria e di “grottesco” per la Cina postrivoluzionaria e dei nostri giorni).

A Sorgo rosso hanno fatto seguito altri libri, come L’uomo che allevava i gatti e altri racconti (1997), Grande seno, fianchi larghi (2002), Il supplizio del legno di sandalo (2005), Le sei reincarnazioni di Ximen Nao (2009). Un solo libro, tra quelli tradotti in italiano, sembra essere uscito grazie ad un editore diverso da Einaudi, e si tratta di Cambiamenti (Ediz. Nottetempo, 2011), un libro in cui l’autore racconta pagine della propria vita sullo sfondo di trent’anni di storia della Cina. Tra le numerose opere che risultano non ancora tradotte in italiano mi limito a ricordare Rossa radice cristallina, Il clan dei mangiatori d’erba, Il paese del vino, Tredici passi, Foresta rossa e Quarantun cannonate.

L’uomo che allevava i gatti è ispirato ad una esperienza personale: ”Andavo spesso con mio nonno a lavorare nei campi. Quello che ho scritto deriva sempre da cose che ho conosciuto direttamente. Dagli anni Ottanta vado alla “ricerca delle radici” – ha detto, tra l’altro, Mo Yan in una Intervista rilasciata a Luciano Minerva nel 2005, per il canale televisivo Rai-News 24, in occasione dell’assegnazione a Mo Yan del Premio Nonino.

Minerva aveva definito allora uno scrittore dalla fantasia imprevedibile, feroce e tenera. Trovo particolarmente interessanti molte dichiarazioni di Mo Yan, tra cui: “Se fai qualcosa, fallo bene. Concentrati. E non fare altro”. E poi, a proposito dei contadini della sua infanzia e di quelli di oggi: “I contadini di oggi vivono meglio, ma trovo che la vita nei villaggi e nelle campagne è peggiorata e peggiora continuamente. C’è un profondo sconvolgimento. E troppa sporcizia puzzolente, che fa allontanare il cielo. Per non parlare della troppa corruzione che c’è tra gli amministratori locali, che a volte pesano sui contadini con tasse e gabelle ingiustificate”.

Parlando dei gatti e della loro “saggezza”, è poi passato a dire degli altri animali in generale, e della specie umana, per la quale ha avuto parole di aperta critica “Gaomi, la mia patria letteraria, è molto povera, ma abbonda di animali di tutte le specie, che prima erano più rispettati. Noi non siamo i padroni del mondo, eppure causiamo l’estinzione di intere specie di animali. Gli uomini devono rispettare anche le altre realtà presenti nel mondo, a cominciare dagli animali e dalle piante…”.

Per il libro Grande seno, fianchi larghi, Mo Yan ha avuto noie dalla censura cinese, a cominciare addirittura dal titolo, ritenuto troppo evocatore di conturbanti immagini pornografiche. In realtà, per Mo Yan si tratta di un titolo serio. Il libro parla di una madre assolutamente diversa dallo stereotipo della madre cinese. “Una madre che fa nove figli con sette uomini diversi, più che una madre sembra una nutrice – commenta lo stesso Mo Yan – ma era secondo me il miglior modo per criticare un certo atteggiamento. Nella Cina tradizionale la donna è di fatto lo strumento per fare figli. Se una donna è sterile non ha nessuna posizione sociale. Ugualmente se genera solo femmine. Per questo il romanzo inizia con la nascita dell’ottavo figlio (finalmente un maschio!) in contemporanea con la nascita di un asino”.

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A proposito di figli. È imminente la pubblicazione in Italia, sempre per i tipi della Einaudi, di un ultimo romanzo (frutto di ben dieci anni di impegno faticoso e alla cui traduzione sta lavorando Patrizia Liberati) che dovrebbe essere intitolato Rane, oppure Le rane, che sta già facendo parlare di sé perché dovrebbe essere la critica aperta ed esplicita della politica demografica del figlio unico (un solo figlio per coppia), che è in vigore dal 25 settembre 1980 e che secondo Pechino avrebbe permesso alla Cina di non arrivare alla mostruosa cifra di due miliardi di abitanti. In realtà molte coppie hanno un secondo figlio “illegale”, e la legge sul figlio unico è criticata e combattuta perché avrebbe causato troppe tragedie psicologiche personali e familiari (quindi “sociali”) per aborti forzati, ripudii, eccetera. Infatti il Partito Comunista cinese ne sta meditando l’abrogazione, anche perché in Cina risulta sempre più diffuso un benessere materiale crescente che va di pari passo col rischio di invecchiamento della popolazione.

La motivazione ufficiale dell’assegnazione del Premio Nobel a Mo Yan dice che il prestigioso premio gli è stato conferito “per il suo realismo allucinatorio che fonde racconti popolari, storia e contemporaneità”. Questa vittoria è stata salutata con soddisfazione, in Cina, come il primo Nobel per la Letteratura ad un cinese. In realtà il Premio era già stato assegnato nel 2000 a quel Gao Xingiian che però non è riconosciuto dal governo cinese, in quanto trasferitosi da molti anni in Europa perché dissidente, e divenuto cittadino francese. Un altro Premio Nobel, stavolta per la Pace, come visto sopra, era stato assegnato nel 2010 ad un cinese, quel Liu Xiaobo, dissidente, che sta scontando in carcere una condanna a undici anni di reclusione.

Come si è comportato Mo Yan nei confronti di Liu Xiaobo? Giova ricordare che Mo Yan non è un aperto dissidente nei confronti del comunismo cinese egli ha approvato la Rivoluzione di Mao del 1949 che avrebbe liberato il popolo cinese dalla profonda miseria e dal suo sfruttamento medievale da parte dei regimi precedenti, spesso alleati con potenze straniere. In fin dei conti Mo Yan è sempre stato un membro attivo del PCC ed è un veterano dell’Esercito Popolare, grazie al quale ha potuto studiare e laurearsi, usufruire di biblioteche ben fornite e leggere molti libri (specie di narratori russi e francesi), stampare articoli e volumi. Eppure tutta la sua narrativa, direttamente o indirettamente, è una critica implicita non tanto a Mao quanto alla politica di quelli che si sono succeduti nel governo della Cina dopo Mao, dal periodo post-rivoluzionario all’odierno Capitalismo di Stato. Anche per questo, a precisa domanda di giornalisti sul suo atteggiamento nei confronti di Liu Xiaobo, egli non ha esitato ad affermare “Desidero che Liu Xiaobo venga liberato al più presto”. Mo Yan non è un dissidente aperto, ma a quanto pare non può nemmeno essere definito un intellettuale organico al PCC. E molte pagine dei suoi libri, specialmente di Grande seno, fianchi larghi, sono state colpite dalla censura. E non solo per un certo tono grottesco nei confronti delle gigantesche contraddizioni della immensa Cina, che si dibatte tra conservazione e discusse riforme, tra aspirazioni e progetti da seconda superpotenza mondiale e difficoltà e impacci derivanti da un sistema troppo accentratore e dirigista.

Anche se ad una prima impressione sembra che non molti, in Italia, lo conoscessero prima di questo Nobel, risulta che Mo Yan sia venuto più volte nel nostro Paese, per tenere conferenze sulla letteratura cinese, per partecipare a Convegni, Premi, e così via.

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Nel 2002 era a Mantova, al Festivaletteratura.

Nel 2010 è stato gradito ospite del Festival Letterario “L’isola delle storie” a Gavoi, in Sardegna.

Di notevole importanza, soprattutto, è stata la sua visita a Torino nel 2007, al Salone del Libro, dove ha dialogato con Bruno Gambarotta, ha rilasciato un’intervista particolarmente significativa a Maria Rita Masci, sinologa e traduttrice, consulente della Einaudi. Chi voglia approfondire l’argomento avvalendosi delle precise parole usate dallo stesso Mo Yan con la Masci, può leggere il primo volume dei “Quaderni del Salone del Libro”, curati da Andrea Gregorio insieme a Marco Pautasso. Qui mi limito a ricordare alcune delle affermazioni di Mo Yan:

“Di fatto io sono uno scrittore senza cultura. Quando non si ha cultura bisogna scrivere di ciò che si conosce. Mi piace raccontare storie. Chi ha più cultura scrive di argomenti più alti”.

A proposito della guerra: “Le guerre vissute sono sempre diverse da quelle raccontate in un film. Questa riflessione è stata il punto di partenza per scrivere Sorgo rosso. Ho scritto la mia guerra, diversa da quella degli altri. E i dibattiti in Cina sono venuti di conseguenza, poiché il mio racconto era diametralmente opposto rispetto alla versione degli altri autori”.

A una domanda della Masci sul linguaggio (“La sua scrittura, che in Sorgo rosso è già sorprendentemente matura, parte da una tradizione orale o si rifà a maestri letterari?”) Mo Yan rispondeva, tra l’altro: “La lingua che ho utilizzato è stata molto discussa dai critici cinesi. Ho utilizzato molto il cinese classico. E l’ho contaminato con termini derivati dalle lingue occidentali in trascrizione cinese. E poi ho attinto a piene mani al linguaggio delle persone comuni, alla tradizione orale. Come ho detto, non sono una persona di cultura. Fino ai miei vent’anni avevo letto sì e no venti libri. Avevo fatto solo cinque anni di elementari. Vivevo con i contadini e lavoravo con loro… comunque mi rattristava sapere i miei coetanei a scuola mentre io ero a pascolare le capre e i buoi. In realtà ora, dopo avere ricevuto molte bellissime critiche, mi sono reso conto che ho fatto bene a non studiare”.

Nello stesso anno 2007 Mo Yan aveva partecipato ad un incontro con gli studenti di Letteratura Cinese dell’Università di Enna.

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Tra gli scrittori italiani quello che più ha colpito Mo Yan (e non poteva essere diversamente) è stato Italo Calvino, che lo ha stregato col Barone rampante, col Cavaliere inesistente e col Visconte dimezzato. “Di lui mi attrae – ha confessato – la sua vena surreale, il gusto della favola”.

A sua volta Mo Yan ha riscosso la piena ammirazione del critico Claudio Magris, secondo il quale “Mo Yan è uno degli scrittori più forti, creativi e travolgenti della nostra epoca. Il suo linguaggio nasce insieme al mondo che racconta, è reinventato come quello dei grandi autori sperimentali, e tuttavia è classicamente comprensibile, sorgivo e originario come è sempre originaria ogni esperienza fondante dell’individuo, che avviene qui e ora ma anche sempre. Vengono in mente altri due moderni creatori epici: William Faulkner e Gabriel Garcia Màrquez”.

In data 7 dicembre 2012, il quotidiano La Stampa ha pubblicato a pagina 15 la notizia secondo cui il Nobel Mo Yan ha cambiato parere nei confronti del dissidente Liu Xiaobo, nel senso che non intende firmare nessun appello scritto al nuovo Presidente della Cina Xi Jinping in favore del rilascio. No comment.

Luigi De Rosa (Da La Nuova Tribuna Letteraria n°109)

 

CRUDO E SPIETATO

“Non soffiava un alito di vento, l’aria nel campo era così soffocante che avevo l’impressione di trovarmi in un cesto di bambú per la cottura al vapore, quasi fossi un’anatra dalle carni profumate e gustose. Ricordai una bella storia successa in una città.

Una sposina, bella e delicata, aveva ucciso e mangiato il giovane marito.

Con le cosce aveva fatto uno stufato in salsa di soia; le culatte le aveva cotte al vapore con una salsa bianca, mentre il cuore e il fegato li aveva messi sott’aceto bianco assieme ai germogli d’aglio. La donna si era mangiata parecchie fette del marito, ricavandone un bell’aspetto sano. Mi tornò in mente il cuoco Yi Ya, un personaggio entrato nell’antica storia del nostro villaggio, che aveva cotto al vapore il proprio figlio per offrirlo in dono al duca Heng di Qi.

Si racconta che le carni del bimbo avessero un sapore delizioso, migliore di quelle di un grasso agnello. Mi fu ancora più chiaro quantofosse fragile la natura umana: più di un sottile foglio di carta. Si alzò il vento e le irregolari foglie dei girasoli che mi sovrastavano mandaronoun suono ruvido. Le foglie come carta vetrata, levigavano le irregolarità del mio cuore. Provai un benessere senza precedenti. Il vento cessò e tutti gli insetti che sapevano cantare mi fecero ascoltare le loro musiche più belle.

Una grossa locusta, appoggiata sullo stelo di un girasole, siaccoppiava con una locusta piccola portandola sulle spalle. In un certo senso, erano come gli esseri umani. Niente affatto più meschine e più abiette degli uomini, e l’uomo d’altro canto non è affatto superiore a loro quanto a nobiltà e grandezza. E nonostante tutto, nel campo di girasoli, mi pervase la speranza. Numerosissimi calici penzolanti mi fissavano con attenzione e benevolenza come tantissime faccine di neonati. Mi consolarono, mi trasmisero la forza per percepire e conoscere il mondo, sebbene sensibilità e conoscenza siano così insostenibilmente dolorose. D’un tratto pensai alla conclusione del romanzo: I pupazzi del Michinoku.

L’autore, dopo aver appreso l’usanza della zona di annegare i bambini, prima di tornare a Tokyo, entra casualmente in un negozio di articoli vari. Gli scaffali erano pieni di pupazzi di legno con gli occhi chiusi e le mani giunte. Erano tutti coperti di polvere. L’autore li aveva collegati a quei neonati che, senza ancora aver aperto gli occhi e senza aver emesso un vagito, venivano annegati nell’acqua bollente… Non riesco a trovare una metafora simile, a cui affidare la mia tristezza e con la quale concludere questo racconto. I girasoli? Le locuste? Le formiche? I grilli? I lombrichi. È tutto così assurdo. Ormai, la vita ha perso il suo aspetto originario. All’interno del tunnel che ho scavato, ho trovato ossa di neonati abbandonati, e pensando che queste creature nonerano certo cattive, o disoneste e neppure non amabili, ma è uscito un suono che non si capiva se era un pianto o una risata. I neonati abbandonati del Michinoku, sono storia passata? I preservativi, la spirale, i contraccettivi, la chiusura delle tube, la vasectomia, gli aborti, sono un metodo efficace per eliminare la crudeltà degli infanticidi del Michinoku. Ma qui, in questo luogo, in questa terra di fiori gialli in piena fioritura, il problema è molto più complesso. I medici, in accordo con le autorità del governo locale, possono trascinare sul tavolo operatorio uomini e donne in età feconda e obbligarli alla sterilizzazione. Ma chi conosce un buon metodo per sterilizzare definitivamente una mentalità così profondamente radicata negli abitanti del mio villaggio che neppure dieci vecchi buoi riescono a smuovere?”.

 

Dal racconto Il neonato abbandonato tratto da L’uomo che allevava i gatti di Mo Yan, Einaudi, 2008

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