RICORDI – Seamus Heaney

SEAMUS HEANEY: l’erede naturale di Yeats

Si è spento il 30 agosto 2013, all’età di 74 anni, il poeta Seamus Heaney, Premio Nobel per la Letteratura nel 1995, considerato, oltre che il più importante poeta irlandese dei nostri tempi, l’erede naturale di William Butler Yeats. Era nato il 18 aprile 1939 a Casteldawson, nell’Irlanda del Nord, primo di nove figli di un fattore cattolico.

NPG 6703; Seamus Heaney by Tai-Shan Schierenberg
Dopo aver frequentato i corsi di lingua e letteratura inglese alla Queen’s University di Belfast, iniziò ad insegnare letteratura inglese. Continuò a farlo fino al 1972, anno in cui andò a vivere, con la moglie Marie Devlin e i tre figli, in una fattoria della contea di Wiclow, allontanandosi definitivamente dall’Irlanda del Nord, pur mantenendo uno stretto rapporto sentimentale con la terra che l’aveva visto nascere.
Trasferitosi a Dublino nel 1976, riprese l’insegnamento di letteratura inglese al Carysfort College; in seguito fu nominato Boylston Professor of Rhetoric and Oratory presso l’Università di Harvard, in Massachussetts, iniziando da allora a fare il pendolare tra gli Stati Uniti e Dublino.
Alla base della sua autenticità di poeta è lo stretto legame di appartenenza alla terra natale, non solo per la naturale nota bucolica dovuta alla vita nelle fattorie e alle prime esperienze infantili in campagna, ma anche per l’analisi attenta e puntuale della condizione reale e storica dell’Ulster: come risulta sin dalla prima raccolta di versi Death of a Naturalist (Morte di un Naturalista), pubblicata all’età di 26 anni, cui fecero seguito Door into the Dark (1969), Wintering Out (1972), North (1975) e più tardi, alternandosi con i libri di saggistica (letteraria e non), Station Island (1984), The Haw Lantern (1987) e Seeing Things (1991).
La sua è una poesia concreta: si serve degli elementi naturali offerti dalla campagna che, con le sue zolle nere di torba e avvolta nella nebbia, diventa metafora dell’esistenza. Ed è proprio la terra a farsi chiave che apre alla metafora poetica e alla creazione. Come la vanga divide le zolle e rimesta il terreno, così la penna penetra nel tessuto linguistico, alla ricerca dei semi del patrimonio orale che, insieme alla nostalgia d’un tempo, traduce l’essenza del linguaggio irlandese per un poeta che deve scrivere in inglese. Non a caso la sua vena poetica viene subito accostata a quella di uno dei suoi primi maestri, Ted Hughes, che rappresenta una Natura non sentimentale, a tratti minacciosa nei confronti dell’esistenza. Infatti Heaney aveva esplicitamente dichiarato come Lupercal di Hughes l’avesse aiutato a confidare nel proprio retroterra culturale quale sorgente della materia del suo poetare, fino al punto da far coincidere il senso dell’io con quello del luogo natale.
“I rhyme/ to see myself, to set the darkness echoing” (“Scrivo rime/ per individuare me stesso, per fare echeggiare il buio”) dice nella poesia Personal Helicon, in Death of a Naturalist. E in Crossing, una cavalcata nella storia del pensiero occidentale, afferma come vivere sia un percorso, un cambiamento, un passaggio, ma soprattutto un mistero: “Tutto passa. Anche per un uomo solido,/ pilastro di sé e del proprio mestiere,/ con tanto di scarponi gialli, bastone e feltro floscio in testa”.
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Con la raccolta Door into the Dark (1969) la poesia diventa, oltre che il modo, il punto d’accesso al mondo sepolto dalle sensazioni e al buio delle terre paludose (il bog) del Nord dove, tra le ombre del paesaggio – una sorta di inconscio junghiano del territorio – è celata anche la memoria archetipica della razza. Sicché, scavando nel passato, cerca i semi per il Rinascimento irlandese, anche se afferma: “Ma io non ho la vanga per seguire uomini così./ Tra l’indice e il pollice/ ho la penna./ Scaverò con quella”.
Da qui il suo brancolare, nei Bog Poems presenti in Wintering Out (1972) e in Nord (1975), considerato da molti il suo capolavoro, tra le ombre dei Vichinghi e i loro culti tribali. Il rito barbaro della fertilizzazione del territorio con i cadaveri dei sacrificati, offerti alla divinità, diventa l’archetipo delle atrocità settarie dell’Ulster contemporaneo. Ma il respiro di tale poesia è tale da uscire dai confini dell’Irlanda per abbracciare la situazione umana in generale. I versi di The Tollund Man, Bog Queen e Punishment diventano efficaci rappresentazioni della patologica violenza radicata nelle antiche tradizioni, quella “atroce bellezza” già denunciata sessant’anni prima da William Butler Yeats allorché commemorava in Easter 1916 – come scrive Gabriella Morisco nell’introduzione al volume Station Island (Milano, Mondadori, 1984) – gli amici repubblicani fucilati in seguito alla rivolta della Pasqua di quell’anno: “All changed, changed utterly:/ A terrible beauty is born”. È importante sottolineare come il simbolismo presente nelle prime poesie di Heaney, essendo egli estremamente sensibile alle oscure suggestioni dell’emozione e al significato latente nei suoni, oltre che alla giustapposizione delle immagini, lo abbia spinto a manifestarsi sia implicitamente che concretamente, mettendo così completamente a nudo la propria natura.
La ricerca sul piano del linguaggio si muove parallelamente alla riscoperta delle radici storiche. Nei versi di Station Island, ed in particolare in quelli della seconda parte che dà il titolo all’opera, Seamus Heaney raggiunge forse il livello più ambizioso di tutta la sua produzione poiché, essendo la più direttamente personale, diventa il luogo – oltre che la cronaca – del religioso pellegrinaggio a Longh Derg, nella contea di Donegal, famosa per essere da secoli meta dei pellegrinaggi da parte dei cattolici irlandesi. Lungo questo cammino Heaney incontra, alla maniera dantesca, i fantasmi di persone morte del suo stesso passato o della storia letteraria irlandese. Gli incontri sono modellati su uno dei fantasmi di Little Gidding di Eliot ed ancor più del Purgatorio di Dante, al punto che i versi di alcune sezioni sono in “terza rima” e, alla maniera dantesca, il concreto e diretto fraseggiare acquista un peso che è nuovo in Heaney: “And then as if a shower were blackening/ already blackened stubble, the dark weather/ of his unspoken pain came over him…”. Altri passi sono dolci, semplici, colloquiali. La maggior parte dei temi importanti nella poesia di Heaney ritornano in queste sequenze, ma il soggetto generale può essere descritto come un confronto con la matrice irlandese che il poeta avverte in sé sempre più chiaramente. Le sue emozioni sono ambivalenti: è immerso in tale atmosfera e, fedele ad essa, si sforza anche di trascenderla, condannando le qualità personali che potrebbero inibirlo. Ma i fantasmi che incontra, tra cui quello di James Joyce, gli consigliano di allontanarsi da lì, di non essere così serio…
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Nei libri in prosa, parte importante del suo lavoro letterario, Heaney si interroga spesso su cosa sia il “bene poesia” e se valga la pena di dedicargli tanto tempo.
La risposta che un lettore può darsi è la seguente: qualunque sia l’occasione, in Heaney, per fare poesia – l’infanzia, la vita agricola, la politica o la cultura dell’Irlanda del Nord – la passione che si coglie nella sua ricerca, nelle profondità del linguaggio e della storia irlandese, nelle strutture genetiche dei suoi versi, sempre servendosi dell’immaginazione e dell’onestà di pensiero, rende facilmente comprensibile come sia riuscito a dare all’umanità un patrimonio artistico unico, che riscatta anche molti momenti della storia dell’Irlanda.
Bruno Rombi (La Nuova Tribuna Letteraria n° 112)
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