ANNIVERSARI – Shakespeare poeta

portrait-lg-web

shakespeare

Secondo un recente software-sondaggio su internet, praticamente tutti sanno (o dicono di sapere) chi sia William Shakespeare (1564-1616), collocandolo al terzo posto fra i personaggi di ogni epoca e di ogni luogo. Il suo nome figura subito dopo quelli di Gesù Cristo e di Napoleone, e precede quello di Maometto, buon quarto. La maggior parte lo “conosce” come drammaturgo, anzi, come un genio del teatro occidentale. E molti hanno anche assistito a qualche suo dramma, o almeno a qualche atto o scena di uno dei suoi trentasette (secondo alcuni trentotto) drammi e commedie, se non proprio in un teatro, almeno in un cinema o alla televisione.
Ma non tutti sanno che lo stesso Shakespeare, parallelamente all’attività che l’ha reso celebre nei secoli, e cioè alla scrittura per la scena (a fini non solo artistici ma anche pratici, quotidiani) ha coltivato anche la poesia nel senso stretto del termine, gratis e per la gioia e lo sfogo dello spirito.
Insomma, non solo drammaturgo, ma anche poeta. Ed oggi, qui, sulle pagine di NTL, è proprio quest’ultimo che ricordiamo, anche se brevemente. E lo facciamo in occasione del 450° anniversario dalla sua nascita, mentre a Londra la sua arte viene ricordata ed esaltata non solo con mostre e convegni, ma soprattutto con la rappresentazione dei suoi capolavori, in teatri illuminati dallo sfolgorìo dei candelieri per ricreare l’atmosfera dell’epoca. Cosa per noi “poetica”, ma per gli spettatori del Cinque-Seicento perfettamente normale. L’interesse per lui e le sue opere, non solo da parte di docenti universitari e di storici, è sempre vivissimo.
Il professor Luigi Sampietro, anglista dell’Università Statale di Milano, ha detto fra l’altro: “ È come con Dante. Tutti sanno chi sia William Shakespeare. È un segno della potenza commerciale dell’inglese. Una volta c’era l’impero britannico, oggi è la lingua inglese l’elemento unificante e di predominio. Shakespeare è come il Mc Donald’s o la Coca-Cola: un tratto identitario. Proprio perché musica, tv, cinema se ne sono, nel tempo, appropriati, oggi chiunque parli inglese, in ogni parte del mondo e qualunque mestiere svolga, conosce Shakespeare… L’Inghilterra è terra di banchieri e di assicuratori, e Shakespeare è diventato un tesoro su cui investire e guadagnare”. Aggiunge Sampietro: “È come la Ferrari, il Chianti. Per ‘venderlo’ e ricavarne profitto, gli inglesi lo rivitalizzano di continuo. Shakespeare è da secoli una specie di nuova industria del carbone: non a caso ancora oggi, nel suo nome, si fattura quanto un’azienda di medie dimensioni. Nella sola Londra ci sono di continuo spettacoli tratti dalle sue 38 opere, ma anche dal punto di vista accademico l’interesse è continuamente rigenerato, grazie a una squadra di storici che ogni anno tira fuori una nuova teoria e pubblica nuovi libri”. Se lo dice un anglista…
 william-shakespeare-caricaWilliam era figlio di John, un conciatore-guantaio di Snitterfield trasferitosi a Stratford-upon-Avon e in seguito datosi alla carriera politica, ma rovinato finanziariamente, pare, dalle “multe” salate comminategli da una certa Comunità anglicana ai cui riti, sentendosi cattolico, si rifiutava di aderire (William era stato battezzato nella chiesa cattolica di Stratford).
La data di nascita di William è il 23 aprile 1564. Ma il 23 è un giorno stabilito per convenzione, perché dal registro parrocchiale risulta essere nato il 26. Questa, peraltro, non è l’unica singolarità della sua biografia, perché la pur sterminata bibliografia su di lui lascia parecchie ombre e incertezze. Ma qui ci atteniamo al minimo indispensabile per un suo “inquadramento” nel secolo d’oro di Elisabetta I (salita al trono nel 1558) pensando che, anche limitandosi ad elencare i volumi e gli scritti che lo riguardano, esclusi ovviamente gli apocrifi, non basterebbe un intero libro.
Ricordiamo che William studiò, anche se non regolarmente, i classici e il latino, nel contempo lavorando come garzone nella bottega del padre. Non risulta che abbia conseguito una formazione sistematica e pubblica di livello universitario. Secondo alcuni cominciò la carriera di teatrante badando ai cavalli che gli spettatori, per godersi lo spettacolo, “parcheggiavano” fuori dei teatri. Poi, da aspirante-attore divenne attore professionista e cominciò a scrivere i testi da recitare. Testi che restavano di proprietà delle compagnie di attori, non del socio-autore, e che non venivano fatti circolare né come volumi né come brogliacci, per non farli cadere nelle mani di altre compagnie concorrenti. Secondo la normativa del tempo gli attori, per non essere trattati da “ladri e vagabondi”, dovevano infatti costituirsi in compagnie con formali atti notarili: la concorrenza era serrata.
A 18 anni William sposò Anne Hathaway, di 26, rimasta incinta. Ebbero tre figli, due femmine e un maschio. Poi, a Londra cominciarono i successi. La prima opera era dedicata ad Enrico VI. Vennero addirittura i trionfi, non solo artistici ma anche economici, tanto da consentirgli di comprare case e terreni nella sua Stratford.
Ma, come detto, vogliamo privilegiare la sua attività di poeta. Molti suoi testi teatrali sono in versi, ma qui consideriamo specificamente le opere di poesia: i Sonetti, Venere e Adone (dedicata al conte di Southampton e che ebbe molto successo tra i lettori), Lo stupro (o Il ratto) di Lucrezia (che di successo ne ebbe molto meno), Il lamento di un’innamorata, Il pellegrino appassionato, La fenice e la tortora. Come si vede anche dai soli titoli, i temi principali di questa produzione appaiono l’amore, il sesso, la passione erotica. La circolazione di questi testi manoscritti era limitata alla cerchia di amici personali del poeta.
Limitiamoci ai Sonetti, il libro più conosciuto, liricamente più sofferto e intenso, di struttura compatta e unitaria nella quale si possono tuttavia individuare delle “sequenze” afferenti, ciascuna, ad un tema comune. E ciò nonostante lo stampatore, Thomas Thorpe, lo avesse editato nel 1609 all’insaputa dell’autore, che quindi non potè curare di persona l’ordine di successione dei sonetti stessi. Il che è un peccato se si pensa che essi costituiscono l’unica “autobiografia”, anche se in versi e parziale, scritta da Shakespeare. D’altra parte, Shakespeare non si curò mai di pubblicare le proprie opere, con le sole eccezioni di Venere e Adone e Il ratto di Lucrezia. La qual cosa ha in parte generato il fenomeno, sconcertante, della marea di opere apocrife che girano negli ambienti letterari, falsamente o incautamente attribuite al bardo di Stratford.
Gli Shakespeare’s Sonnets furono scritti nel periodo che va dal 1593-95 fino all’anno in cui furono pubblicati, il 1609, quando il poeta aveva 45 anni. Secondo alcuni studiosi la loro redazione sarebbe antecedente, ricordando che fra il 1592 e il 1594 Shakespeare era “disoccupato”come uomo di teatro a causa della chiusura dei teatri di Londra, flagellata da un’epidemia di peste. I Sonetti sono in tutto 154, suddivisi in due parti: la prima parte (dal sonetto 1° al 126°) è dedicata ad un fair friend, o lovely boy, e vede il poeta rivolgersi in prima persona, con passionalità irrefrenabile, ad un giovane bellissimo sui 18-20 anni, per il quale soffre e spasima a causa delle pene d’amore. Secondo Anna Luisa Zazo, autrice dell’approfondita Introduzione al volume Sonetti, Oscar Mondadori (prima edizione 1993, ristampa 2013, traduzione di Giovanni Cecchin), il fair friend può essere Henry Wriothesley, conte di Southampton; secondo altri, invece, sarebbe il conte di Pembroke. Al contrario, per il famoso scrittore irlandese Oscar Wilde (1854-1900), noto anche per le sue vicende giudiziarie dovute alle accuse di omosessualità (sfociate nel 1895 in una condanna a due anni di carcere duro e nella rovina finanziaria) il dedicatario dei Sonetti è senza alcun dubbio un certo Willie Hughes, un non aristocratico: “In Willie Hughes, Shakespeare non solo trovò il più delicato strumento per la presentazione della propria arte, ma la personificazione visibile della sua idea di bellezza. Mai sarà abbastanza detto quanto il movimento romantico inglese debba al giovinetto il cui nome i pedanti critici dell’epoca si scordarono persino di menzionare”.
cartoon-shakespeare
La seconda parte (sonetti dal 127° al 154°) è dedicata a una dark lady (dama bruna, o donna misteriosa). Non manca anche una sequenza dedicata ad un “poeta rivale” (non solo in letteratura).
I 154 componimenti si presentano nella struttura del sonetto inglese o elisabettiano. Il numero di versi di ciascuna poesia rimane di quattordici, come nel sonetto classico, ma a differenza di questo (che è composto da due quartine e due terzine) i versi sono suddivisi in tre quartine seguite da un distico conclusivo a rima baciata. Furono scritti nel periodo culminante del Rinascimento inglese ma da essi, che pur sono animati dalla filosofia del neo-platonismo e hanno una struttura unitaria che ricorda il Canzoniere di Francesco Petrarca (o meglio ancora I Trionfi), si evincono presagi e anticipazioni di gusto, movimenti, sensibilità e stili che dovranno aspettare l’Ottocento per vedere la loro realizzazione concreta nella letteratura e nelle arti. D’altronde, questa capacità magica di Skakespeare di sentirsi ed esprimersi come “profeta del futuro” si evince anche dai testi del suo teatro. Il famoso monologo di Amleto non anticipa, forse, il pensiero e la sensibilità del Novecento o, comunque, dell’uomo moderno di fronte all’eterno problema del mondo e della vita umana?
I temi ricorrenti nei Sonetti (a parte la predominante ossessione amorosa, che finisce col caratterizzare molti versi come infinite variazioni su uno stesso tema) ricalcano quelli grandiosi, dal punto di vista poetico e filosofico, dei drammi e delle tragedie, come ad esempio il “Tempo divoratore”. Solo che qui, a ben vedere, si snoda una vicenda particolarmente intima: c’è il poeta, l’Autore, che per 126 sonetti ripete, senza tregua, il suo amore per il bel giovane, a fronte del quale Adone sembra fosse bruttino: c’è la donna, la dark lady, che con le sue arti “maligne” e astute li ama entrambi e li tradisce entrambi. E c’è il poeta rivale che, roso dall’invidia, cerca di “approfittare” della situazione. Diciamolo pure francamente: se non ci fossero immagini belle, grandiose, illuminate non solo dalla Poesia ma anche dalla Filosofia ad un livello così alto da richiamare prepotentemente il genio del drammaturgo, ci si troverebbe di fronte ad una specie di “musa minore” (come ritiene anche Oscar Wilde) se non, addirittura, di un banale ménage à trois (o à quatre) che in prosa, ai giorni nostri, molti scrittori, anche noti, hanno trattato con disinvoltura e “maestrìa”.
Abbiamo citato il neoplatonismo, in voga a quei tempi (era stato riscoperto, però, dagli studiosi italiani), perché Shakespeare vi trovava la chiave della “falsa appartenenza”, dell’ipocrisia di una realtà che è illusoria, pura immagine, ombra ingannatrice (“ombra di un’ombra”). Ma qui non possiamo non ricordare Teseo, che nel Sogno di una notte di mezza estate dice: “ La vita non è che un’ombra vagante, un povero attore / che si dimena e si agita, la sua ora, sulla scena”. Quanto all’amore del poeta per il “bel giovane”, simbolo, secondo lui, dell’Amore al più alto livello, espresso con profondità di accenti, può forse bastare in questa sede, per farsene un’idea, una breve selezione di versi (nella traduzione di Giovanni Cecchin) che riportiamo a parte.

 

Luigi De Rosa (La Nuova Tribuna Letteraria n°114)

 

 

 

Dai SONETTI di SHAKESPEARE:

 

(Sonetto 19)

Tempo divoratore, mozza al leone gli artigli,

fà che la terra divori la sua dolce prole,

strappa i denti aguzzi dalle fauci della fiera tigre

e brucia l’imperitura Fenice nel suo sangue.

Alterna pure nel tuo corso stagioni liete e tristi,

fa quel che vuoi, o fuggitivo Tempo,

al vasto mondo e a tutte le sue dolci attese;

ma un crimine orrendo io ti proibisco:

Non incidere la bella fronte del mio amore con le tue ore,

non tracciarvi linee con la tua antica penna;

nella tua fuga lascialo incolume,

modello di grazia per i futuri uomini.

E se ti aggrada, vecchio Tempo, fai pure il peggio;

il mio amore vivrà giovane nei miei versi.

 

(Sonetto 54)

Oh, quanto più leggiadra appare la bellezza,

se le si accompagna il dolce ornato della verità;

bella appare la rosa ma ancor più bella la riteniamo

per il dolce profume che l’accompagna.

Le rose delle siepi hanno un colore intenso

quanto la profumata tinta delle rose,

si ergono su eguali spine e giocano capricciose

quando l’alito dell’estate schiude i loro ascosi bòccioli.

Ma poiché loro unico pregio è l’apparenza,

vivono neglette, appassiscono solitarie

e da sole muoiono. Non così le rose profumate:

dalle loro dolci morti soavissimi profumi si distillano.

E così è di te, mio caro e amato giovane:

allo svanire di gioventù, rivivrà nei miei versi il tuo profumo.

 

(Sonetto 60)

Come le onde si dirigono verso la petrosa spiaggia,

così i nostri minuti si affrettano alla fine;

incalzando ciascuno quel che lo precede,

tutti con affanno inesorabilmente avanzano.

Il bimbo, entrato nel regno della luce,

si trascina carponi verso la maturità, di cui, incoronato,

maligne eclissi combattono la gloria,

e il prima generoso tempo riprende i suoi doni.

Il Tempo distrugge il fiore della gioventù,

scava trincee sulla fronte della beltà,

divora le meraviglie del creato,

e niente resiste alla sua falce.

Ma, nonostante la sua crudele mano,

il mio verso, che ti esalta, sopravviverà.

 

(Sonetto 66)

Stanco di tutto, invoco la pace della Morte:

per non vedere il Merito nato a mendicare,

e lo squallido Nulla ornato di gai orpelli,

e la più pura Fede miseramente irrisa.

E i fastosi Onori accordati con vergogna,

e la vergine Virtù finita nel lupanare,

e la retta perfezione ingiustamente in disgrazia,

e il Vigore debilitato dai poteri inetti,

e l’Arte imbavagliata dalle autorità,

e la Follìa, dottoralmente, umiliare il Genio,

e la semplice Verità considerata dabbenaggine,

e il Bene reso schiavo dal prepotente Male.

Stanco di tutto questo, vorrei andarmene,

non fosse che, morendo, lascerei il mio amore solo.

email