Renato Guttuso

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ACCUMULAZIONE

La densità di Renato Guttuso

Le tele di Renato Guttuso “addensano” elementi figurativi, isolati per colore, posa e inclinazione. Trovano ospitalità una schiera complessa di oggetti e persone. La suggestione della realtà sta proprio nel rivelarsi attraverso i singoli tasselli che la compongono.

 

 guttu-vucEsattamente otto anni fa scelsi di celebrare il numero “estivo” della rivista con La Spiaggia (1956, Galleria Nazionale di Parma) di Renato Guttuso (1911-1987). La fotografia con lo immortala assieme all’amico Pablo Picasso è la stessa che inserii nell’articolo del 2005. Come spesso amo ricordare Guttuso è uno di quei grandi artisti cui avrei potuto stringere la mano. Lo stesso giorno in cui morì (ho solo una vaga memoria della notizia) festeggiavo la mia maggiore età in una pizzeria. Nel 1987 parlare di un pittore contiguo ad una precisa corrente ideologica era ancora scomodo. Esistevano ancora le censure nel mondo della musica. L’informazione era prudente, ovattata e studiata abilmente per non urtare la suscettibilità del buon senso comune. Spesso si “glissava” su argomenti che potessero innescare polemiche di natura politica. Si taceva e ci si “turava il naso” secondo la lezione montanelliana. Oggi sembra trascorso un secolo. Passo dopo passo, la velocità degli avvicendamenti storici si è impennata in slanci travolgenti. E, personalmente, di fronte a qualsiasi motivo di riflessione, non mi pongo limiti nel concedermi la libertà di dare libero sfogo alle emozioni più esclusive, al di là delle suscettibilità che posso turbare.
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Renato Guttuso è un artista complesso, anche in virtù del fatto che alla figurazione aggiunge testi, attività politica, analisi critiche, protagonismo civile. Ogni considerazione biografica o concettuale andrebbe a pescare nell’oceano di parole che gli sono state dedicate dall’”intelligenza” nazionale. Poi c’è la questione, spesso dibattuta, della “sicilianità”. Ha riguardato pittori (Migneco e Guttuso in testa) come artisti della penna. Tema sviscerato dai libri e dal cinema con interpretazioni discutibili come la Baarìa di Giuseppe Tornatore. Cercare la “verità”, l’esatto profilo in una ricostruzione storica e concettuale, porta sempre ad un risultato parziale. Non riusciamo a vivere pienamente la vita, figuriamoci se riusciamo a commentarla in modo definitivo. È buona cosa leggere libri, ascoltare dibattiti e raccogliere testimonianze. Il bisogno di “definire” è nella nostra natura, come in quella degli artisti. Ma la “misura” va lasciata alla nostra percezione personale. Affinata certamente dalla conoscenza. In ultima istanza dobbiamo avere fiducia nell’universo che custodiamo e coglierne l’eco nei riflessi di ciò che altri hanno creato, dando forma a quello che per noi è un tesoro “silente”. Più che interpretare, conta cogliere quel richiamo. L’amicizia che strinsero Guttuso è Picasso alla fine degli anni ‘60 va oltre la stima professionale. Erano due innamorati della vita, intesa come gesto erotico, evocazione attiva, “carne intelligente” (per dirla alla Pessoa). Il gesto del pennello e la frenesia per l’azione, la seduzione e i desideri materiali sono un’unica cosa, si compenetrano. La materia può avere un significato simbolico, ma è sempre prima di tutto “sostanza” fruibile. Picasso invecchiò con l’unica ossessione di perdere la virilità del suo pene. Mentre plasmava le forme che ne fecero un mito dell’arte, cadeva nel vuoto delle pause depressive e nell’ingovernabilità dei suoi sbalzi collerici. Sui tratti caratteriali di Guttuso c’è materia per un convegno. Comunista, snob, erotomane, calcolatore, traditore della Sicilia, moralista, visionario. Fate un po’ voi. Mi preoccupo dei temperamenti solo quando riguardano una mia relazione personale. Per il resto guardo, osservo, leggo e mi fondo con ciò che un artista lascia in eredità. La sostanza della tela dura quasi sempre molto più della carne di chi l’ha creata. L’eternità è nel gesto, perché quel momento sia il momento di tutti. Del pittore di Bagheria potete amare la gamma dei cromatismi arditi, l’insistenza sui tratti e sulle pieghe, l’essere contemporaneamente spettatore ed interprete. Potete celebrarne l’ostentazione della carne, l’essere contemporaneamente “verista” e “trascendente”, fotografico e simbolista, caricaturale e rigoroso. Per quanto mi riguarda metto in cima alle mie “preferenze” il gusto per l’accumulazione. Richiamo in proposito quanto lo stesso Guttuso disse a proposito della pittura dell’amico Pablo: “Se la pittura non penetra l’oggetto e non ne svela le vibrazioni, se non arriva partendo dall’oggetto e dall’osservazione sentimentale di esso alla creazione di un equivalente plastico dell’oggetto non si perviene alla poesia, ma si precipita nella fotografia. Non imitazione del vero apparente ma elaborazione poetica fondata su una sensazione umana, comprensione lenta e graduale di un fenomeno fisico, che si trasforma fatalmente in poesia, nell’espressione pittorica”. Guttuso sembra trovare la chiave di questa sua idea in una sorta di comprimarietà dei soggetti pittorici. Le tele di grande formato, come anche le numerose nature morte (che poi sono straordinariamente “vive”), “addensano” elementi figurativi, isolati per colore, posa e inclinazione. Un campo scenico dove trovano ospitalità una schiera complessa di oggetti e persone, ciascuno impegnato a recitare il suo ruolo, senza fondersi definitivamente con il tutto. La suggestione della realtà sta proprio nel rivelarsi attraverso i singoli tasselli che la compongono. Un mosaico indefinito, come nell’articolata convivenza delle emozioni contrastanti.
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La vitalità dell’arte risiede nel contenere la quantità maggiore possibile di sfumature che compongono la condizione emotiva. Vuoi tuffarti nei meandri della solitudine, del dramma e dell’eros? Allora affacciati ad ogni singolo atomo che te ne richiami la presenza. Osserva come è dilaniante l’esplosione di una sensazione naturalmente molteplice. Apriti alle note più estreme e sconvenienti. Fatti travolgere dal cumulo di evocazioni, sensi e accenti. Tra il vero e il sognato, il visibile e il sottinteso. La Vuccirìa è solo in apparenza la foto di un mercato palermitano. È un trionfo di contrari, di esaltazioni abnormi, di calma e di frenesia, di abbondanza e privazione. La Crocefissione è un panneggio “disordinato” di realtà, attualità, memoria, dolore, disperazione, devozione e simulazione. Anche L’Atelier è la consacrazione dell’accumulo. Lo stesso artista si riproduce in sequenze sovrapposte per marcare l’alternanza di umori e situazioni in uno spazio psicologico che è unico, ma non potrebbe esprimersi se non nella varietà dei gesti e degli oggetti. Tutto è molteplice. Una spiaggia di bagnanti, i tagliaboschi, i contadini in rivolta, la folle del funerale per Togliatti. In Spes contra spem l’allegoria del “tutto in uno stesso luogo” è spudoratamente visibile. Materializza la scena di un teatro della mente in cui prendono forma memoria, ossessioni, ambizioni, angoscie e speranze. Sembra imposto l’obbligo a pensare, a farsi tormentare dalla presenza dell’orrido fianco a fianco con il comfort del consueto. La costrizione di valutare tutto per intero. Le nature morte di Guttuso regalano la “lezione” con un’evocazione meno violenta. Lattine d’olio, barattoli, tazzine, caffettiere, tubetti, tenaglie, martelli, bicchieri accumulati su un piano prospettico che sintetizza la complessità dell’attività artistica. Raccontano, in un’accozzaglia di materia diversa, il fardello del pittore. Smitizzano il gesto della creazione, ricordando che, dietro alla facciata del talento, ci sono oggetti semplici, necessari e deperibili. Nei luoghi intimi del suo mondo, la vita di un pittore celebrato è anche abitudine, dipendenza, rumore, disordine, sporcizia, umidità, odore. Nulla si crea prescindendo dalla fatica, dall’inconveniente, dalla scomodità, dall’indugio, dalla corruttibilità. Il pubblico applaude le due ore di spettacolo, ma dietro le quinte ci si scanna per settimane per quell’unico momento. Allora si sappia che, nel teatro dell’arte, la quiete può essere rotta in qualsiasi momento dal tonfo di un barattolo che, cadendo, fa lo stesso rumore della vita.
Natale Luzzagni (La Nuova Tribuna Letteraria n° 111)

 

Breve Biografia di Renato Guttuso (1911-1987)

 Renato-Guttuso1Nasce il 26 dicembre 1911 a Bagheria (Palermo). Incoraggiato dal padre, agrimensore (cartografo dei terreni agricoli) ma acquerellista per diletto, comincia a frequentare lo studio del paesaggista Domenico Quattrociocchi e la bottega di Emilio Murdolo, pittore di carretti contadini. A Palermo, tra il 1927 e il 1928, frequenta l’atelier del pittore futurista Pippo Rizzo. Dopo aver preso parte nel 1928 alla Mostra Sindacale Siciliana, nel 1931 è presente con due opere alla Quadriennale di Roma e nel 1932 partecipa ad una collettiva alla galleria del Milione a Milano.
Ottenuta la maturità, si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Palermo ma nel 1933 lascia definitivamente la Sicilia per trasferirsi prima a Milano e poi a Roma e dedicarsi in maniera esclusiva alla pittura. Nella capitale frequenta artisti come Mario Mafai, Corrado Cagli, Mirko Basaldella, Roberto Melli, Pericle Fazzini, Alberto Ziveri ed intellettuali come Alberto Moravia e Salvatore Quasimodo. Comincia anche a scrivere articoli di critica d’arte, soprattutto per “L’Ora” (i suoi primi pezzi sono su Picasso e Scipione), attività cui continuerà a dedicarsi per tutta la vita. A Milano trascorre due anni molto difficili a livello economico (1935-36) nei quali però ha l’occasione di consolidare le sue amicizie in campo culturale (tra gli altri frequenta Renato Birolli, Giacomo Manzù ed Edoardo Persico). Gli anni seguenti lo vedono impegnato nella realizzazione di capolavori come Fucilazione in campagna e Fuga dall’Etna con il quale ottiene il Premio Bergamo, all’epoca il più prestigioso premio di pittura in Italia. Aderisce al gruppo di Corrente che si oppone alla politica culturale fascista. Nel 1941 porta a termine quello che è il suo capolavoro assoluto ed una delle opere più importanti del Novecento in Italia, la Crocifissione, seconda al Premio Bergamo nel 1942. Partecipa alla Resistenza ed esegue la serie di disegni “Gott mitt Uns”, per i quali utilizza gli inchiostri delle tipografie clandestine. Nel 1946 si trasferisce nel suo nuovo studio romano a via Margutta e durante un viaggio stringe una duratura amicizia con Pablo Picasso.
Guttuso - Spes contra spem 1982
L’anno seguente prende parte al Fronte Nuovo delle Arti, gruppo che si propone di fare della pittura un mezzo di rinnovamento sociale e comunicativo. Nel 1950 tiene una personale alla Hannover Gallery a Londra e prende parte alla XXV Biennale Internazionale d’Arte di Venezia. In questi anni trascorre lunghi soggiorni estivi a Velate (Varese), dove trova l’ispirazione per molti quadri come Zolfatara, esposta alla VII Quadriennale di Roma, e La spiaggia presentata alla XXVIII Biennale di Venezia. Il 1966 vede la realizzazione di un grande ciclo come quello dell’Autobiografia: circa quaranta opere (disegni e dipinti) che forniscono il nucleo fondamentale per varie antologiche tenute in musei europei ed in cui, attraverso il filo rosso della traccia autobiografica che lega i lavori, viene recuperata la dimensione della memoria. Negli anni Settanta riceve al Cremlino il “Premio Lenin” (1972), mentre all’Accademia di Belle Arti di Mosca si tiene una sua grande antologica e dipinge capolavori quali La vucciria (1974) e Il caffè Greco (1976). Sue importanti mostre sono tenute al Musée d’art moderne de la Ville di Parigi (1971), al Kunstverein di Monaco di Baviera (1972) e alla Nàrodnì Galerie a Praga (1973). Gli anni Ottanta sono caratterizzati dall’allegorismo visionario: svelare il mistero che c’è dietro le cose e che domina dipinti enigmatici quali Melancholia Nova (1980), Telefoni (o L’incomunicabilità) (1980), Spes contra spem (1982). Di questo periodo sono le mostre alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna (1982), a Palazzo Grassi a Venezia (1982) e a Palazzo Reale a Milano (1984). Si spegne a Roma nella sua casa di Palazzo del Grillo il 18 gennaio 1987.
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