Cagnaccio di San Pietro

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CAN CHE ABBAIA

La morale inflessibile di Cagnaccio di San Pietro

 

Quando anni fa mi trovai di fronte ai suoi quadri rimasi conquistato dall’affascinate combinazione di colori, forme ed atmosfere. Mi incuriosì immediatamente la sua firma: Cagnaccio di San Pietro. Aveva il richiamo di qualcosa di epico, allo stesso tempo monumentale ed ironico. Solo più tardi ho scoperto che si trattava del nome d’arte di Natale Bentivoglio Scarpa (Desenzano sul Garda, 1897-Venezia, 1946). Qualcuno potrà sospettare che la mia simpatia sia motivata dal nome che ci accomuna. In realtà questo straordinario artista merita un posto importante nella storia del Novecento. Devo sottolineare come nel mio lavoro di ricerca sia risultato fondamentale il libro di Dario Biagi Cagnaccio di San Pietro (Gaffi Editore) uscito lo scorso anno. Biagi ha raccolto ed analizzato i documenti che rimangono dell’artista e si è avvalso del prezioso contributo di Liliana Scarpa (detta Lilli), figlia del pittore veneziano, e della gallerista milanese Claudia Gian Ferrari che ha il merito di aver riportato l’attenzione sul talento di questo artista. In effetti, fino agli anni ‘70, Cagnaccio rimase ai margini dell’attenzione degli addetti ai lavori, quasi si trattasse di una figura troppo “minore” per essere offerta al grande pubblico. Pare che oggi il torto sia stato “sanato”.

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Natale “diventò” Cagnaccio attorno al 1916 per una collettiva presso il Salone Bonvecchiati. Il genitivo di appartenenza “di San Pietro” venne aggiunto a partire dal 1925. Nelle tele più celebrate il nome per intero è ben visibile: Cagnaccio di San Pietro. Natale usò il nome d’arte anche nei documenti privati. Perché questo nome? Pare si sia trattato di un omaggio al cane dei nonni paterni. Ma, in realtà, il motivo è più profondo. Certamente “di San Pietro” volle celebrare quel senso di appartenenza all’anima popolare veneziana che sentì di voler rappresentare in tutta la sua carriera. Cagnaccio fu probabilmente un termine scelto per definire uno spirito, allo stesso tempo, ribelle e tradizionalista. Fin da bambino, portato dai genitori a San Pietro in Volta nell’isola veneziana di Pellestrina, visse libero tra reti e barche, odore di laguna, espressioni dialettali, sapori e tradizioni popolari. È lui stesso a raccontare la sua solitudine di bimbo selvatico, cupo ed irrequieto. Vagava curioso, scriveva in maniera compulsiva versi e considerazioni. E poi disegnava con una disinvoltura sorprendente. Quando Ettore Tito (prestigioso insegnante della locale Accademia di Belle Arti) vide un ritratto realizzato dal ragazzo invitò i genitori ad iscriverlo all’Accademia. Natalino compì a 16 anni un solo anno di studi, poi ne uscì e mantenne con Tito un rapporto di cordiale collaborazione e amicizia al di fuori degli ambienti scolastici. Era davvero un enfant prodige. Un cane randagio, uno spirito libero capace di sperimentare tecniche e soluzioni pittoriche con una perizia indiscutibile. Fa sorridere il fatto che molti anni dopo sarà uno dei sostenitori di una formazione dei giovani talenti secondo una disciplina tradizionale. Ma, non è una contraddizione. Cagnaccio fu contemporaneamente anticonformista, padre e marito devoto, umile artigiano e intellettuale dalla morale ferrea. Cercava di carpire nella realtà quotidiana qualsiasi segnale lo inducesse a disegnare, a “costruire” un brandello di realtà. Tutta la sua pittura risulta maniacalmente edificata, particolare dopo particolare, in una sorta di rigoroso procedimento per passaggi: prima uno schizzo, poi l’analisi di ogni singolo elemento. Volti, corpi, arti, tronchi venivano isolati e definiti pezzo per pezzo. Cagnaccio si era a lungo misurato con la pratica delle procedure tecniche più raffinate. Trasportava il disegno su lucido e con il sistema dello spolvero (bucherellando i tratti) lo trasferiva sulla tela. Spesso durante le mostre le sinopie bucherellate comparivano accanto alle tele. Per i soggetti l’attenzione si era concentrata su quell’affascinante mondo popolare che Venezia offriva a mani basse. Lo attiravano le donne di strada, i personaggi del mare, i mercati, le operaie. Fu proprio fuori dalla fabbrica Junghans, punto di osservazione privilegiato, che conobbe Romilda Ghezzo, detta Mima. Colpo di fulmine. Da lì prese forma la nuova famiglia Scarpa.
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Dopo qualche breve esperienza di genere futurista, l’artista veneziano approdò alla “sua” pittura, vicina ad un realismo del tutto originale. Il 1928 fu l’anno cruciale nella carriera di Cagnaccio. È l’anno della sua trilogia allegorica sulla dissolutezza dei costumi. Alla sedicesima Biennale di Venezia espone Dopo l’orgia (1,80×1,40). La tela raffigura tre donne (la stessa modella che posa in una prospettiva a triangolo) accasciate dopo essersi concesse ai voleri di un uomo. Tra gli oggetti sparsi ci sono una bombetta e dei gemelli con il simbolo della cimice fascista. Il quadro crea uno scandalo di enormi proporzioni. L’amico Luigi Linassi implora Mima di convincere il marito a cancellare quel simbolo. Cagnaccio ubbidì, ma le reazioni contro di lui erano già scoppiate. Le critiche di Margherita Sarfatti (il referente culturale del duce) e il rifiuto della tessera fascista limitarono profondamente le possibilità professionali di Cagnaccio, ma non riuscirono a impedirne il lavoro. Il pittore di San Pietro godeva di una spontanea solidarietà. Per preservarlo dalle rappresaglie fasciste lo portavano nel manicomio veneziano di San Servolo. Era falcidiato dalle sue ulcere, dai postumi di numerosi interventi, da una salute precaria che lo costringeva a periodici soggiorni tra Treviso e Belluno. Nonostante questo fumava decine delle sue Macedonia, non rinunciava ai numerosi caffé e spesso disegnava a letto. Non aveva mai rinunciato alla sua pittura. I suoi quadri emergevano per l’eleganza e la precisione dei tratti in un “naturalismo spettrale” in cui il realismo delle figure si contrapponeva ad uno sfondo spesso indefinito. La critica ha classificato la sua pittura come un esempio di realismo magico (assieme a pittori come Antonio Donghi). Allo specchio del 1927 è un concentrato del talento di Cagnaccio. Un’attrice si prepara per lo spettacolo. La figura domina la scena con tutta una gamma di oggetti accessori finemente dipinti. Lo stratagemma dello specchio (che già in sé è una prova di bravura per la capacità di definirne i riflessi) riflette un volto ottenebrato, pensante, assente. È un elemento frequente per Cagnaccio. Usa un’immagine apparentemente quieta per richiamare uno spazio interiore, un mondo emozionale che induca ad un senso di stupore e straniamento. La nitidezza delle apparenze gioca con le increspature dell’anima. Anche la scelta della prospettiva “schiacciata” contribuisce allo scopo. Ad esaltare questa indole artistica hanno certamente contribuito il laudano, la morfina e l’eroina che potevano lenire il dolore di un corpo martoriato e sofferente. Cagnaccio godeva della benevolenza degli amici perché era un generoso. Si indebitava pur di restare fedele a promesse e propositi, era osteggiato dal regime e aveva giurato eterna fedeltà alla famiglia e a Venezia. Il destino gli sorrise nel 1934. Tutta l’Italia seguiva con attenzione Mussolini che accompagnava Hitler alla Biennale veneziana. Quando il tedesco, incantato di fronte al Randagio (1932) di Cagnaccio, fece cenno di volerlo acquistare gli fu detto che non si poteva, trattandosi dell’opera ipotecata di un artista sommerso dai debiti. Hitler se ne stupì e insorse dicendo che in Germania questo non sarebbe mai capitato. Mussolini condonò i debiti e permise l’acquisto. Cagnaccio gongolò immaginando le facce dei suoi detrattori. In pochi giorni rifece il quadro (a memoria) con le stesse misure (56×42). Non dimenticava che un dittatore sanguinario aveva colto l’elegante fascino di un giovane mendicante. E voleva raccontare al mondo che la bellezza, al di là di un qualsiasi possesso, è solo nel cuore di chi sa immaginarla.
Natale Luzzagni

 

 

Breve biografia

di Cagnaccio di San Pietro (1897-1946)

Cagnaccio di San Pietro, alias Natale Bentivoglio Scarpa (Desenzano sul Garda 1897 – Venezia 1946), cresce nell’isola di San Pietro in Volta nella laguna veneta, luogo d’origine dei genitori, manifestando fin dall’infanzia una spiccata attitudine per le attività artistiche.
Il suo percorso come pittore parte da un’inclinazione e un interesse privilegiato per l’attività plastica; a Venezia segue i corsi di Ettore Tito all’Accademia di Belle Arti e, intorno al 1911, il futurismo allora nascente lo coinvolge con la sua portata innovativa e ricca di stimoli. La vicenda drammatica della guerra segna una profonda linea di demarcazione tra un prima e un poi modificando definitivamente la sua visione del mondo, un’esperienza estrema che investe tutto l’ambiente artistico di quel periodo. Nel 1919 partecipa insieme a Gino Rossi, Casorati, Garbari, Semeghini alla mostra di Cà Pesaro a Venezia, esponendo Cromografia musicale e Velocità di linee-forza di un paesaggio, due opere di impronta futurista. Intorno al 1920 comincia a firmare i suoi lavori con il nome di Cagnaccio con cui era conosciuto nella piccola isola di San Pietro. E del 1920 La tempesta, tema che verrà ripreso e variato nel suo ultimo dipinto, La furia, del 1945. L’opera segna un momento importante nel percorso artistico di Cagnaccio che proprio in questi anni inizia a gettare le basi della propria originalità e impronta stilistica. La tempesta è il punto di partenza per l’evoluzione della sua ricerca che, ormai affrancatasi dall’esperienza futurista, si rivolge alla tradizione formale del Quattrocento. Nel 1922 espone alla Biennale di Venezia La tempesta; le sue opere, che vengono inoltre esposte alle mostre di Cà Pesaro di quegli anni, saranno presenti nelle successive edizioni della Biennale fino al 1944 e oltre.
A Cagnaccio interessa la realtà, ma sempre mediata, attraversata da quella portata emozionale che, tramite l’arte può rivelarsi. Nel 1925 l’artista inizia a firmarsi Cagnaccio di San Pietro. Suoi temi preferiti sono le nature morte, i bambini, il quotidiano, restituito però in chiave straniata e talvolta drammatica, con il rigore di una ricerca sempre estremamente tesa e una lucida, esasperata attenzione per il dettaglio. È del 1928 il dipinto Dopo l’orgia, che venne rifiutato dalla commissione della Biennale.
L’artista è un anarchico, un cane sciolto, dimostra di non voler rinunciare all’impegno morale, conditio sine qua non di tutto il suo lavoro, sostanzialmente autonomo e spesso eccentrico rispetto all’ambiente artistico del tempo segnato dalle volontà rivoluzionarie della pittura. Va sottolineato inoltre come Dopo l’orgia non sia formalmente troppo lontano dalle realizzazioni della Nuova Oggettività tedesca; in ogni caso Cagnaccio spinge il realismo fino alla sua dimensione più estrema e straniata. Nel corso degli anni Trenta continua ad affinare gli strumenti della sua ricerca, sempre più orientata verso un misticismo e il mondo spirituale.
Nel 1934 realizza Naufraghi, una grande tela che verrà esposta alla Biennale di Venezia nel 1935, in cui è presente una doppia componente: da una parte una presa diretta sulla realtà e dall’altra la rarefazione della realtà stessa, cifra originale che caratterizza lo stile dell’artista. Tra il 1937 e il 1938 soggiorna a Genova. Tornato a Venezia, viene ricoverato tra il 1940 e il 1941 all’ospedale del Mare del Lido: nascono così opere che affrontano direttamente e con lucidità il tema della sofferenza, sempre sottilmente sotteso al suo lavoro.
Il lavoro di Cagnaccio di San Pietro, infaticabile disegnatore e artista dalle molteplici suggestioni, viene regolarmente esposto nell’ambito di mostre personali e di rassegne pubbliche fino alla sua morte, il 26 maggio 1946 a Venezia.
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