Una Breve stagione: Elpidio Jenco

UNA BREVE STAGIONE

ELPIDIO JENCO

e i fermenti culturali di inizio novecento tra poesia, musica e scultura

 

Il XX secolo si apre in Italia in un clima letterario nuovo, con una gran fioritura a Firenze di riviste letterarie cui va il merito di aver fatto conoscere nel nostro Paese le più moderne tendenze della cultura straniera, specie la francese. Quella che più contribuì al rinnovamento della cultura italiana, La Voce, fondata da Giuseppe Prezzolini nel 1908 con particolare attenzione per i problemi politici, sociali e culturali, assunse nel 1914, con Giuseppe De Robertis, un indirizzo più precisamente letterario che sviluppò una nuova concezione poetica. Ad essa parteciparono autori che avrebbero poi assunto un ruolo determinante nel panorama culturale italiano.

In questa scia, nello stesso anno, Gherardo Marone fondò a Napoli, da secoli città di cultura assai vivace, la rivista La Diana, che ben presto “raccolse giovani poeti diversi fra loro, da Ungaretti a Valeri, da Onofri a Venditti, da De Pisis a Fiumi, da Titta Rosa a Ravegnani, da Moscardelli a Villaroel, da Annunzio Cervi a Jenco, esprimendo già, con maggiore o minore consapevolezza, la poetica, che poi fu detta ermetica, di una poesia concentrata nei puri valori lirici, liberata dall’eloquenza di un discorso spiegato e dalle compiacenze del metro…”, così Francesco Flora in un’acuta critica all’opera di Elpidio Jenco. Ben presto la nuova rivista poté contare su importanti collaboratori, fra cui Croce, Papini, Soffici, e divenne il punto di riferimento di molti giovani che, studenti e docenti universitari, ritornavano a Napoli per qualche giorno di licenza dal fronte come Giuseppe Ungaretti, il giapponese Harukichi Shimoi, lo scultore Raffaele Uccella… A tal proposito, nel 1966 Ungaretti scriveva: “Napoli è per me un grande ricordo che comincia sino dal nascere della mia fama di poeta. Nel ‘16, cinquant’anni fa giusti, venni qui, ci venni dalle trincee, vestito da soldato scalcinato, con gli ottanta esemplari stampati a Udine del mio primo libro, Il Porto Sepolto… Avevo collaborato alla Voce e a Lacerba, ma era stata la Diana di Gherardo Marone a pubblicare a una a una quelle poesie via via che mi riusciva di fermarle sulla carta, era stato Gherardo a farne sentire la novità prima ancora che le raccogliessi in volume”. Come forse questo suo “Natale”: “Non ho voglia/ di tuffarmi/ in un gomitolo di strade/ Ho tanta stanchezza/ sulle spalle/ Lasciatemi così/ come una cosa/ posata/ in un angolo/ e dimenticata/ Qui/ non si sente/ altro/ che il caldo buono/ Sto/ con le quattro/ capriole/ di fumo/ del focolare”.

Anche l’arguto giapponese Harukichi Shimoi tornava a Napoli quando era in licenza dal fronte. Egli, racconta Montanelli, parlava “un napoletanissimo italiano” ed era innamorato della nostra lingua, tanto da tradurre Dante in giapponese. Professore all’Istituto di Lingue Orientali, non volendo rientrare al suo Paese quando scoppiò la guerra, si era arruolato come volontario fra gli arditi e fu tra quei cinquanta che entrarono a Trento appena conquistata. La sua presenza nell’ambito della Diana fu molto importante perché, da allora, la rivista iniziò a far conoscere la poesia di autori giapponesi antichi e moderni: quella “particolare arte di silenzi e di spazi, per modo che ogni parola lirica, volta a volta, estrae dall’immensa solitudine nella quale si mette come nella sua aria naturale, un che di trasfigurato, visionario…”, così spiegava Emilio Cecchi, nell’Antologia della Diana 1917/18, la poetica che tanta influenza esercitò sui nuovi poeti italiani e sullo stesso Ungaretti. Per la traduzione in italiano delle liriche giapponesi, e per dar loro una movenza poetica nella nostra lingua, Shimoi si avvalse della collaborazione di Marone e poi di Elpidio Jenco, giovane professore di Lettere, critico letterario, critico d’arte e poeta egli stesso.

prezzolini-large

Gl’interessi della Diana non furono però rivolti solamente alla letteratura: chi ne faceva parte era aperto ad ogni novità artistica. A questo proposito Jenco, in un suo studio critico sull’opera del musicista Vincenzo Davico, apparso sulla medesima Antologia, ci illumina sulla questione dell’interferenza delle arti fra loro e in particolare nell’espressione poetica. Egli nota come Davico, partendo da Debussy, abbia fatto diventare visuale la musica – come il Whistler della pittura inglese ha fatto una pittura auditiva – fino a giungere a “concatenazioni di suoni impreviste e straordinarie… che restano nell’aria sospese in grovigli di colori”, ma poi tutto si placa e allo stridore dei toni coloristici subentra un senso di calma, che lo avvicina alla poesia essenziale di Ungaretti. A Jenco qui interessa far notare l’interferenza della pittura in quella musica che tramuta i suoni in luci e colori, una musica essenziale che si avvicina alla poesia, quella poesia di colori e immagini, di ritmi del tutto nuovi, dove la parola è “un segno autonomo, folgorante, irradiante, propagantesi in mille onde suggestive… Posar le parole come il pittore e vedere il mondo spiegarsi nel suo splendore!” scriveva Soffici, poeta e pittore, nel suo Giornale di bordo del 1915.

Le varie arti, quindi, interferiscono nell’espressione poetica e il poeta è colui che sceglie la parola accordandola armonicamente, secondo la propria fantasia, con le impressioni che egli trae non solo dalla sua esperienza sensibile ma anche dai suoni, colori, immagini che a lui suggeriscono le arti. Allo stesso modo anche un’arte figurativa, come ad esempio la scultura, può esprimere poesia – ed è proprio quanto lo stesso Jenco rileva a proposito di Primi rudimenti, opera scultorea di Raffaele Uccella che lo aveva fatto apprezzare dalla critica come promettente giovane artista: lo scultore situa la sua opera in una dimensione magica, cogliendo lo stupore e l’emozione che precede la nascita dell’arte. Sono rappresentate due figure di giovinetti, lui e lei, quasi fusi in un abbraccio, mentre ascoltano rapiti i suoni che nascono, al tocco esitante delle loro dita, dalle corde tese di uno strumento ricavato da un bucranio: “è un magnifico canto georgico” scrive Jenco “è la rivelazione dell’arte dei suoni agli uomini”. Alcuni anni dopo, il critico francese Gontran Paranque, in un lungo saggio critico su di un’altra opera dell’Uccella – L’Iniziatrice di Capua, concordemente salutata dalla critica internazionale come un capolavoro – scrisse: “è puramente un’opera letteraria… ci troviamo alla presenza di un poeta”. Già noto ed apprezzato scultore, Raffaele Uccella si trovava al fronte come capitano degli alpini quando si ammalò di una apparente labirintite causata dagli scoppi degli obici; tornava quindi spesso dal Pasubio in licenza di convalescenza a Napoli, anche per lunghi periodi. Artista dai molteplici interessi culturali – architettura, teatro, musica, pittura, poesia – si era facilmente inserito nell’ambito della Diana, amico dei pittori, poeti, musicisti appartenenti a quel clima che certo influenzò le sue ricerche plastiche, orientandone la scultura verso l’espressione di sensazioni più spirituali. Quando tornava a Napoli ritrovava gli amici della Diana, Jenco, Shimoi, Davigo, Marone… animatori del circolo da loro stessi battezzato, con simpatica ironia, il Cenacolo delle Crociere Barbare.

Intanto in Versilia era al lavoro un’eccezionale figura di artista, Enrico Pea – fantasioso poeta e prosatore, impresario e regista teatrale – che aveva trascorso parte della giovinezza ad Alessandria d’Egitto, legandosi di amicizia con Giuseppe Ungaretti: era stato proprio quest’ultimo ad incoraggiarlo a stampare nel 1910 la sua prima raccolta, Fole, racconti marinari cui seguirono i due poemetti Montignoso e Lo Spaventacchio”. Queste sue opere avevano riscosso grandi consensi dai critici della Voce, che ne consideravano l’autore come uno dei più notevoli scrittori contemporanei. Da qui la fama dell’artista versiliese era giunta fino alla Diana.

Fu così che, nella primavera del 1918, arrivò a Viareggio un gruppetto di “barbari” napoletani provenienti da Firenze fra cui Elpidio Jenco, che in quella città stava prestando il servizio militare, Harukiki Shimoi e Raffaele Uccella. Questi, veduta la testa leonina e la barba da profeta di Pea, volle subito ritrarlo nella creta: ne nacque un’opera di grande successo e lo scultore, incoraggiato dallo stesso Pea e da Giacomo Puccini (che in quei luoghi era di casa), decise di restare in Versilia per allestire nel Bosco Apuano, a Forte dei Marmi, un teatro all’aperto di nuova concezione per quei tempi. “Un poema universale in un colpo d’occhio”, lo definirà entusiasticamente Jenco che, tornato a Firenze, aveva scritto un saggio sugli scintillanti endecasillabi dello Spaventacchio di Pea, esaltandone l’opera con grande ammirazione e salutandolo come maestro. Questo saggio uscì poi in volumetto a cura delle Crociere Barbare.

Foto-Ienco

Il Teatro Apuano stava prendendo forma: vi si accedeva attraverso un ampio arco di marmo sostenuto da due possenti colonne, sulla cui architrave era inciso a grandi caratteri: “Per il culto del genio”. La scena era anch’essa in marmo, con decorazioni policrome, e non aspettava che “di essere premuta dai coturni degli eroi eschilei o dai calzari profumati di Elettra e di Antigone, sospesa nel canto degli usignoli di Colono”, così sognava il giovane Jenco. Una tragedia di Sofocle inaugurò il teatro, cui ne seguirono una di Alfieri ed un’altra di Pea, con vivo successo e gran concorso di pubblico. Come si vede, non soltanto la poesia e la letteratura erano di casa in quei luoghi, ma tutte le arti vi erano coltivate e amate anche dalla gente comune. A quei tempi la Versilia accoglieva nel suo incanto vari artisti, non solo letterati, poeti, prosatori, saggisti come Papini, Pancrazi, Forzano, Lionello Fiumi, ma anche musicisti come Giacomo Puccini, pittori come Ettore di Giorgio (che era anche uno dei più fini xilografi del tempo), il raffinato Moses Levy, il rude Lorenzo Viani, anche scultore ed estroso scrittore… Grandi accoglienze furono dunque tributate al teatro del Bosco Apuano, che pareva dovesse avere lunga e felice vita; ma soltanto due anni dopo quella platea, vinta dalle intemperie, franò.

Da tempo un sogno grandioso e temerario aleggiava nella mente di Harukiki Shimoi: costruire a Tokio la Casa di Dante, “un tempio dove i devoti della cultura italica verranno a inginocchiarsi davanti a questo simbolo d’italianità” scriveva sulla rivista giapponese Buncho Sekai (Mondo Letterario), e aveva scelto Uccella come artefice di “questa missione spirituale ch’io mando alla mia patria”. Quest’ultimo entusiasta disegna, progetta, esegue bozzetti… Shimoi trova subito lo sponsor: è un suo amico, il ricco commerciante Maruyama, che si accolla tutte le spese. Già dall’ottobre del 1919, i più grandi quotidiani nipponici avevano dato l’annuncio della prossima partenza dall’Italia della nave che, dopo quarantacinque giorni di navigazione, avrebbe sbarcato in Giappone Raffaele Uccella e Maruyama, con tutto il materiale occorrente per la grande impresa. All’inizio di febbraio tutto a Napoli era pronto per l’imbarco, ma proprio allora quel male che i medici militari non avevano saputo diagnosticare esplose maligno e in pochi giorni Uccella morì. Era il 22 febbraio 1920. Meno di otto giorni dopo, incredibile a dirsi, anche Maruyama improvvisamente morì, a Napoli, dove si era recato a salutare gli amici prima di lasciare l’Italia. E il progetto di quella Casa di Dante che Shimoi aveva concepito per “gettare un ponte su le distanze, come un arcobaleno d’amore”, fallì miseramente.

Così la bella stagione di sogni, progetti, illusioni, durata poco più di un lustro, si chiude con la commossa commemorazione dell’amico scomparso, pubblicata da Jenco il 20 giugno 1920 sul primo numero della nuova rivista Sakura (Fior di Ciliegio), fondata da lui e da Shimoi per far “scoprire all’Italia e all’Europa migliore la grande poesia giapponese: svelare soprattutto la purità dell’anima nipponica, che è un meraviglioso e commovente fenomeno umano, oggi che il mondo e gli uomini sono un preciso ed uniforme sistema di tavole logaritmiche”. La rivista ebbe come collaboratori fissi Enrico Pea e il musicista Vincenzo Davico.

Finita l’immane tragedia della Grande Guerra, i superstiti riprendono ognuno la propria via: Ungaretti verso gli allori della sua lunga straordinaria vita, Shimoi verso l’insegnamento a Napoli, dove rimarrà ancora due anni prima di stabilirsi a Roma per poi, infine, rientrare in Giappone nel 1935. Agli inizi degli anni Cinquanta fece ritorno in Italia, per ritrovare i vecchi amici e forse l’atmosfera di quell’epoca lontana, ormai trasfigurata nel ricordo. Era deluso dal suo Paese, infatuato di cultura americana: “una tradizione di duecento anni che ne sta soffocando una di duemila! Che fetenzìa, parola d’onore!”, così Indro Montanelli riferisce di quel suo amico di ritorno dal Giappone nel libro I rapaci in cortile, del 1952.

Quanto a Jenco, vinto nel 1921 il concorso per l’insegnamento delle materie letterarie al Ginnasio “Giosuè Carducci” di Viareggio, si trasferì in questa città, dove avrebbe trascorso tutta la sua vita, e quando quel ginnasio divenne liceo classico ne fu subito il preside. A lui fu affidata anche la cattedra di Storia dell’Arte, materia nuovissima di cui fu ottimo docente, perché era non solo profondo conoscitore delle letterature italiana, latina, greca, francese e in parte giapponese, ma anche grande intenditore di ogni arte figurativa, nonché di musica.

Fu inimitabile maestro di generazioni di giovani che lo ammiravano per la vasta cultura, ma soprattutto lo amavano per la sua grande umanità. “La vita rispondeva all’arte di Elpdio Jenco: era la materia diretta – e straordinariamente sincera – di quella sua arte, che sembrava abolire sulla terra il male gratuito… Egli è tra i pochi spaesati che non si accasano con la poetica angosciosa e angosciante dei poeti maledetti… Appartiene con coraggio alla schiera di quei poeti che verrebbe fatto di chiamare ‘benedetti’… La sua poesia ha una vena tenue, limpidamente modulata, sagacemente armonizzata nelle sue sintesi analogiche: discreta com’era l’uomo, incantevole figura, la cui presenza spesso silenziosa, appena schiusa a qualche sorriso e al palpito vivo dello sguardo, irradiava un’umanissima compagnia, destava e chiedeva una rispondenza di amicizia”. Così lo ricorda Francesco Flora nella prefazione a Marsilvana, l’ultimo libro di liriche del poeta.

Mi sia consentito chiudere questo mio ricordo di un tempo lontano, che quasi nessuno conosce più, con alcuni suoi versi che rappresentano il carattere più originale di quella stagione poetica fulgente di colori e di immagini, di ritmi e di parole posate come note musicali il cui splendore ancora oggi ci illumina: “Cadenza d’azzurri massicci/ da ritmi di vette ondulati/ fanno argine alle stese dei grani primaticci/ di danze di greppi incantati./ Un rigo di suono, una vena/ come di flauto che s’ombra e riluce,/ tutti grazia nell’aria serena/ quei cori di monti conduce” (dalla poesia Mattutino di Elpidio Jenco).

Antonietta Castelli (da La Nuova Tribuna Letteraria, n°115)

email