Il carteggio Papini-Soffici

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Mario Richter è il grande francesista a cui è stato assegnato l’ambito Premio “Natalino Sapegno” per il suo commento integrale delle Fleurs du Mal realizzato tra il 1990 e il 1997, poi pubblicato in francese (Ginevra, 2001). Libero docente dal 1966 e professore ordinario dal 1972, ha insegnato letteratura francese nelle Università di Lecce, Parma, Milano (sedi di Castelnuovo Fogliani e Brescia dell’Università Cattolica) e infine, per un trentennio, in quella di Padova, dove ha ricoperto la cattedra che fu di Diego Valeri. Fa parte di alcune fra le maggiori accademie venete (Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti; Accademia Galileiana di Scienze, Lettere ed Arti in Padova; Accademia Olimpica). Notevole la sua attività di docente, vissuta con amabilità e coinvolgimento degli studenti, e appassionato sempre il suo impegno nello studio che ha permesso di conoscere e riconoscere gemme della cultura francese e anche italiana. Basta citare, come esempi tra i tanti, la recente nuova traduzione italiana di Port-Royal di Sainte Beuve curata per Einaudi e, più lontano nel tempo, l’allestimento critico degli importanti carteggi di Soffici con Prezzolini e Papini. Tra questi piace approfondire la conoscenza del Carteggio Papini-Soffici, opera imponente e illuminante: uno specchio in cui si riflettono eventi storici e letterari di Firenze e dell’Italia nella prima metà del Novecento e dove brilla il racconto dell’assidua, intensa amicizia fra i due intellettuali-artisti toscani. Testimonianza quindi di un vissuto personale, ma anche memoria di un lungo periodo storico.

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Tutto questo è solo una scheggia dell’universo culturale attraversato e ricreato da Mario Richter. Afferriamo al volo l’attimo vissuto a Praglia al Cenacolo di Poesia “Insieme nell’umano e nel divino” e lasciamo allo stesso Richter, regista di questo grande lavoro, l’opportunità di rivelarci la sua struttura e i suoi contenuti.
“La struttura non ha posto particolari problemi o difficili scelte preliminari. Per allestire il carteggio non ho fatto altro che seguire scrupolosamente l’ordine cronologico, dalla prima all’ultima lettera che i due corrispondenti si sono via via inviati. Questo ordine non è esente da difficoltà: impone spesso ricerche abbastanza complesse, perché non sono rare le lettere prive di data o con data errata. Il lavoro più complesso è però l’annotazione, assolutamente necessaria, perché molto spesso le missive risultano incomprensibili per un lettore che non conosca le persone e i fatti a cui i corrispondenti alludono. Ciò comporta spesso lunghe e pazienti indagini, consentendo talora di ricuperare interessanti episodi e circostanze che la storia ufficiale ha dimenticato o ha voluto trascurare. Per fare un solo esempio, in una lettera del 1907 Soffici parla di ‘tanfate di Nasismo!!!’: quando non si disponeva ancora facilmente di internet, non era poi tanto agevole recuperare lo scandalo che all’epoca coinvolse per peculato l’onorevole Nunzio Nasi. Quanto ai contenuti, questi sono fra i più vari. Prevalgono naturalmente, nell’insieme, quelli di carattere propriamente letterario. Ma non ne mancano numerosi altri legati ai molteplici problemi che presenta la vita quotidiana di due uomini di cultura e d’arte: possono essere le amicizie, le conoscenze, le polemiche inerenti alle riviste, le convinzioni e dispute politiche, le scelte religiose. Insomma, il contenuto del carteggio offre, nella forma più articolata, spontanea e ricca, i diversi aspetti della vita sociale e privata di un periodo particolarmente creativo e drammatico della nostra storia recente, o relativamente recente”.
Credo sia curiosità comune conoscere l’occasione che la ha avvicinata al carteggio.
“Al carteggio mi sono avvicinato, giusto sessant’anni fa, tramite l’interesse e lo studio della personalità e dell’opera di Ardengo Soffici. Un po’ casualmente, nel 1954, mi capitò di leggere Il salto vitale, il terzo volume dell’autobiografia che l’artista pubblicò da Vallecchi in quello stesso anno, e ne scrissi subito con entusiasmo un articoletto ancora alquanto immaturo. Dopo varie indagini compiute a Firenze e a Parigi nel corso degli anni Sessanta, nel 1969 pubblicai presso l’editrice Vita e Pensiero dell’Università Cattolica di Milano un libro intitolato La formazione francese di Ardengo Soffici (1900-1914), che ottenne un lusinghiero riconoscimento da parte di alcuni importanti intellettuali dell’epoca, come Giuseppe Prezzolini – che m’invitò più volte a pranzo nella sua casa di Lugano – e Carlo Bo. Quest’ultimo dedicò al libro un elzeviro sul ‘Corriere della Sera’. Prezzolini e gli eredi di Papini e di Soffici, con i quali ero da qualche tempo in contatto, mi affidarono successivamente la pubblicazione dei carteggi delle lettere originali di cui erano proprietari. In un primo tempo curai, presso le romane Edizioni di Storia e Letteratura, il carteggio intercorso tra Prezzolini e Soffici, in due volumi rispettivamente del 1977 e del 1982; poi quello dell’artista con Papini, che richiese ben quattro consistenti volumi, pubblicati presso la stessa casa editrice dal 1991 al 2002”.
Quali aspetti dell’opera ritiene più interessante evidenziare, per far percepire il fermento letterario che li animava e i riverberi nel mondo a loro contemporaneo?
“Di particolare interesse è tutta la vicenda che, nei primi lustri del secolo, porta Papini e Soffici a svecchiare e rinnovare la cultura italiana, aprendola ai movimenti artistici e letterari, specie francesi, che tanta importanza hanno avuto per l’intero secolo scorso. Il carteggio fa vedere con chiarezza quanto Soffici fu cooperatore, non epigono, dell’avanguardia europea e quanto lo stesso Papini ne seppe trarre vantaggio, peraltro da lui più volte esplicitamente riconosciuto. Evidenzia anche come i due amici, fra il 1911 e il 1913, a disagio nella ‘Voce’ di Prezzolini perché da loro giudicata troppo crociana e comunque troppo restia a pubblicare contributi poetici o artistici, arrivarono a fondare la dissacrante rivista ‘Lacerba’ e mostra con chiarezza quali furono esattamente i loro burrascosi rapporti con i futuristi, guidati a Milano da Marinetti. Tutta questa intensa e turbolenta stagione della nostra cultura risulta incomprensibile, o gravemente carente, se non si tiene conto del fondamentale apporto propulsivo di Soffici e Papini autori di libri, nel 1913, come Un uomo finito e Giornale di bordo. Soffici dà inoltre agli italiani, nel 1911, la prima monografia su Rimbaud, per primo fa conoscere da noi Picasso e Braque, il Doganiere Rousseau, artisti che nemmeno in Francia erano molto noti, rivisita e illustra con acume la pittura di El Greco e di Courbet. Rivela Lautréamont, che solo successivamente i surrealisti porteranno in auge. Di tutto ciò rende conto il carteggio, confermandomi nella convinzione che esso di fatto rappresenti, data la spontaneità e l’immediatezza sempre cercata dai due corrispondenti, il vero capolavoro della loro attività letteraria”.
Ad una chiave di lettura storica quali momenti e fatti salienti risaltano, a suo avviso, dall’assidua frequentazione epistolare fra Papini e Soffici?
“Di grande rilievo è lo scambio epistolare durante la Grande Guerra, che vede Soffici impegnato al fronte e Papini a Firenze o a Bulciano, non avendo potuto arruolarsi per via dei suoi problemi agli occhi. I punti di vista dei due amici non sono diversi soltanto sul piano geografico, ma anche su quello ideologico-politico: Soffici, di temperamento tendenzialmente passionale, crede con fermezza nella necessità della guerra, anche quando questa si protrae oltre ogni previsione e con molto spargimento di sangue – come, ad esempio, la disfatta di Caporetto – ed è sempre certo di ottenere la vittoria; Papini, invece, affidandosi a valutazioni più oggettive e razionali, manifesta ben presto grandi perplessità e sembra dar sempre più ragione al papa Benedetto XV, che fin dall’inizio ha definito quella guerra ‘una inutile strage’. La divaricazione ideologica fra i due corrispondenti si fa pressoché insanabile quando Papini, la cui precedente attività lo ha visto imprecare contro Cristo e la Chiesa, si converte e pubblica clamorosamente la Storia di Cristo (1921), che avrà un successo planetario. Il carteggio consente di seguire il dibattito privato che su questo scottante e impegnativo tema si sviluppa fra i due scrittori, senza che l’uno riesca a convincere l’altro. Più stringente e convinta sembra essere l’argomentazione di Papini, che non esita a proclamare la sua fedeltà a Cristo ‘fino alla morte’. Soffici resiste con spiegazioni non sempre del tutto trasparenti, mantenendo comunque il laicismo idealistico a cui è approdato fin dai suoi ultimi anni parigini, ovvero fra il 1906 e il 1907; anche se si capisce che, in fin dei conti, la sua vera religione resta l’arte nella sua pratica concreta”.

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Non è forse è la storia di due anime strette da una profonda amicizia il leitmotiv, il fulcro, la nervatura di tutto il carteggio?
“Sì, il filo conduttore è certamente proprio l’amicizia. Questa non viene mai meno e supera ogni difficoltà, ogni divergenza di giudizio o di scelta politico-ideologica. Direi che l’amicizia è, in fin dei conti, il valore più rilevante e durevole, la vera linfa vitale di un rapporto durato mezzo secolo”.
Cosa univa Papini e Soffici, cosa li poteva dividere soprattutto nel tragico momento della prima guerra mondiale?
“Appunto, l’amicizia, che non si interrompe nemmeno quando si verifica tra loro un profondo dissenso nella valutazione della guerra. Questa opposta valutazione avrebbe potuto essere, soprattutto per Soffici, un motivo abbastanza fondato di rottura, perché lui combatteva al fronte con un totale spirito patriottico, con una piena disposizione al sacrificio stesso della vita, mentre doveva assistere al pessimismo o addirittura al disfattismo di una parte consistente del paese a cui contribuiva, con i suoi interventi giornalistici, lo stesso Papini. Ma non fu così. Una più profonda corrente di sostanziale intesa, di tipo umano, non veniva in alcun modo intaccata. Come ho detto, l’amicizia non fu mai davvero messa in discussione: soltanto nel 1910, per ragioni non del tutto chiare ma forse attribuibili a certi troppo liberi comportamenti sentimentali di Soffici, Papini sembrò addirittura voler porre fine al rapporto, fino a quel momento estremamente amichevole e persino fraterno”.
Pensa che la loro esperienza, tramata da discussioni e confronti continui, possa dare messaggi valoriali anche a noi, che attraversiamo un periodo di disagio?
“Credo proprio che il carteggio mantenga un valore di attualità e che possa insegnare qualcosa anche agli uomini d’oggi. Mi riferisco in particolare alla discussione che si sviluppa intorno alla religione, o anche alle ricorrenti valutazioni riguardanti la vita e il carattere del popolo italiano, le cui virtù e la cui opportunistica volubilità non sembrano aver subito alcun sostanziale mutamento”.
Il suo lavoro è corredato da altre opere significative. Può parlarcene brevemente?
“Intorno al carteggio stanno molti altri lavori a cui ho via via atteso. Direi che il mio primo lavoro sull’argomento, La formazione francese di Ardengo Soffici, tragga dal carteggio una illustrazione e una conferma abbastanza compiuta, anche perché già avevo potuto consultare, grazie alla cortesia degli eredi Papini e in particolare del generoso Barna Occhini – genero dello scrittore – le lettere manoscritte inviate da Soffici all’amico. Sono poi numerosi i miei interventi in varie sedi dedicati al “Leonardo”, alla ‘Voce’, a ‘Lacerba’, al Futurismo, ai rapporti di Soffici con Apollinaire, Picasso e altri letterati e artisti, tutti argomenti che traggono dallo scambio epistolare informazioni preziose, di prima mano. Il mio libro che meglio rende conto della natura e del significato del rapporto fra i due scrittori rimane comunque Papini e Soffici. Mezzo secolo di vita italiana (1903-1956), pubblicato nel 2005 dalla casa editrice fiorentina Le Lettere, libro nel quale ho sostanzialmente ripreso – e non poteva essere diversamente – le introduzioni ai quattro volumi del carteggio”.

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Ci sarebbe molto da aggiungere, anche sul valore della scrittura epistolare oggi completamente in disuso, anzi abbandonata dal prevaricare di una tecnologia, sotto certi aspetti, disumanizzante. Non so se lei sia d’accordo.
“Le lettere di Papini e di Soffici hanno un valore letterario che a me pare di indiscutibile interesse. Sono scritte con un’estrema spontaneità, con immediatezza. Non concedono nulla ai soliti vezzi retorici. Sono piene di vita, di quotidianità. Indimenticabile resta, a mio parere, la lettera in cui Soffici racconta il suo incontro, a Parigi, con il sanguigno scrittore cattolico Léon Bloy, oppure quella in cui rende conto a Papini di un viaggio notturno in treno ridicolmente complicato da fraintendimenti e da errori di coincidenze. Ma ce ne sono molte altre, anche di Papini, che meriterebbero una maggiore attenzione da parte dei cultori di letteratura italiana. Belle e interessanti le missive che riguardano le valutazioni che i due amici danno, rispettivamente, di Baudelaire e di Petrarca. Potrei rievocare a lungo i tanti passi meritevoli d’interesse. Ed è un vero peccato, come lei dice, che tutto questo rilevante aspetto di attività inevitabilmente letteraria vada oggi scomparendo, travolto dagli scambi rapidi e spesso trasandati indotti dagli attuali strumenti tecnologici pur, per altri aspetti, certo utilissimi. Questa considerazione ci induce a tenere particolarmente da conto le ultime manifestazioni importanti di una forma di scrittura che per secoli è stata al centro della letteratura occidentale, sia nella sua funzione pratica sia nel suo utilizzo propriamente letterario”.
Ringraziamo lo studioso per averci fatto ripercorrere, con l’abituale professionalità e umanità, mezzo secolo di storia e di letteratura attraverso le vicende affettive, si può quasi dire, di Papini e Soffici. E grazie sempre per la sua amicizia con la poesia e i poeti.
Maria Luisa Daniele Toffanin (da La Nuova Tribuna Letteraria, n°116)
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