DOCUMENTI – Turoldo a Pasolini

Il commiato di TUROLDO

David Maria Turoldo al funerale friulano di Pier Paolo Pasolini rivela il dolore di amico e rivolge un pensiero alla madre

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Esiste, tra i colli Euganei, una grande abbazia benedettina, il complesso monastico di Praglia, sorto poco tempo dopo l’anno mille e ricostruito alla fine del Quattrocento. Nel 1232 l’imperatore Federico II di Svevia, lo “stupor mundi”, lo rese feudo imperiale e il suo abate, Lanfranco, divenne suo vassallo, con un territorio da amministrare che arrivava nei pressi del Comune di Padova. Oggi questo visitato complesso abbaziale (tra l’altro immortalato dal Fogazzaro in Piccolo mondo moderno), dotato di notevoli dipendenze, ospita il Cenacolo di poesia “Insieme nell’umano e nel divino”, sorto nel 2009 per opera dell’Abate padre Norberto Villa, un bocconiano autore di due “piccoli salteri del 2000” (La mia barca è una conchiglia, 2004; Come una goccia di rugiada, 2009), e di Maria Luisa Daniele Toffanin, autrice di varie sillogi poetiche. Non è un’associazione vera e propria, ma il suo scopo è creare occasioni d’incontro, mensilmente, nella poesia e per la poesia insieme ad altri appassionati e interessati, con la finalità di scoprire insieme l’anima di poeti italiani (tra i quali Zanzotto, Pasolini, Turoldo e numerosi altri) e stranieri, approfonditi confrontando le diverse situazioni letterarie, storiche, sociali e gli itinerari personali di ciascun autore.
Recentemente è stato fatto conoscere il saluto pronunciato da padre David Maria Turoldo nella chiesa di Santa Croce, a Casarsa, ai funerali di Pier Paolo Pasolini: un documento umano, letterario e religioso che merita un’analisi particolare. Chi, infatti, s’imbatte in questo discorso di padre Turoldo per l’amico Pier Paolo assassinato – due friulani di razza – troverà sicuramente molteplici spunti su cui riflettere in quelle che appaiono le parole di un profeta, di una “vox clamantis in deserto” universale.
L’amico e conterraneo sacerdote si rivolge all’anziana madre di Pasolini, con parole toccanti che sanno di rammarico, di poesia, ma anche di grande sdegno. Soprattutto nei confronti di quella città maledetta dove il sacro si confonde con il profano, le preghiere di voci claustrali e papali con l’esecuzione di orrendi delitti, lo sfarzo con la miseria. “C’è troppa violenza su Roma. Non c’è un fiore più che sbocci in questa periferia romana, e non un alito di vento che ne spanda il profumo; non un fanciullo con la faccia pura, non un prete che preghi… E le messe in piazza S. Pietro servono a poco, né convincono molti a credere che sia questo davvero un anno santo [si era nel 1975, ndr], e che Roma è la città di Dio, secondo le parole del cardinale…”. Quindi l’allusione al terribile delitto del Circeo, con una ragazza morta nel bagagliaio, “e l’altra viva appena, per poter raccontare come finalmente ce l’hanno fatta ad ammazzare”.
Turoldo, il poeta-profeta, considerato presto “la coscienza inquieta della Chiesa”, mostra qui tutta la propria disperazione interiore per la perdita dell’amico e la congiunge spiritualmente con quella della povera madre friulana, sempre vestita di nero. Una madre tanto infelice, che ha già visto l’altro figlio partigiano ammazzato, nel massacro del Porzus, dall’odio ideologico di quelli che dovevano essere suoi compagni, una madre ora privata anche dell’altro figlio, solo in giro per il mondo, senza affetti veri, senza patria: “Eri tu la vera sua patria, il luogo della sua pace, il solo asilo sicuro”. Turoldo vede riassunta, nella fine atroce di Pier Paolo, la storia del suo Friuli, la vicenda di un popolo “passato attraverso la lunga tribolazione”.
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Quella madre era tuttavia, per il figlio, qualcosa di più: “Tu, che eri per lui la sua vera chiesa, il segno di una fede magari bestemmiata ma mai tradita nel profondo della sua passione… Tu, che sei stata la sua madre addolorata sotto la Croce, immagine di una umanità che ancora, dalle nostre parti e nei paesi più poveri del mondo, continua a piangere su qualche figlio ucciso, su qualche innocente crocefisso”.
Queste accorate parole a una madre afflitta fanno ricordare i versi, da Io non ho mani (nel libro dallo stesso titolo), espressione di quel prete poeta desideroso di affetti: “Io non ho mani / che mi accarezzino il volto, / (duro è l’ufficio / di queste parole / che non conoscono amori) / non so le dolcezze / dei vostri abbandoni: / ho dovuto essere / custode / della vostra solitudine: / sono / salvatore / di ore perdute”. La solitudine affettiva può pesare anche in chi ha scelto la castità (dal latino: essere privi di qualcosa); e poi da Gli occhi miei lo vedranno (nella lirica “Ascolta il nostro grido, o Giobbe”): “Ma ora a noi avanzano / solo l’inverno e la notte / e senza scampo sono le nostre vite / in queste città maledette. / La morte siede sugli usci delle case / o con gli zoccoli di cavallo va per le strade / in stridori di migliaia di trombe”. Citazioni che servono per rimanere in tema.
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Tornando al “commiato”, Turoldo esorta quella madre ad andarsene dalla città e tornare al suo Friuli, a “lasciare questa maledetta capitale” fuggendone “a piedi, vestita a nero come sei arrivata, col fazzoletto nero annodato al collo e che ti scende dietro sulle spalle; con la lunga sottana nera, come tutte le donne antiche del nostro Friuli antico, simili appunto a Madonne sul Calvario… Ritorna, riaccompagnalo in quella terra che non ha mai potuto dimenticare”. C’è qui un’impennata d’orgoglio, il senso di appartenenza a una terra comune, con una storia particolare; una terra di confine, come vita di confine fu quella vissuta da Pier Paolo.
L’amico del figlio le consiglia di considerare quella fine “appena una disgrazia sul lavoro, quasi fosse caduto da una impalcatura, e tu come madre di un emigrante, ora lo riaccompagni al piccolo cimitero del paese”. Quella madre deve sentirsi in compagnia con tutti, congiunti e paesani, di cui può fidarsi; anzi, la gente “le canterà le villotte della gioia, quelle che Pier Paolo aveva cantato e composto, giovanissimo, come sua prima e più viva poesia”. Qui Turoldo si sente in buona compagnia, in mezzo a gente che sa cantare anche quando c’è da piangere, e che fa ricordare ancora dei suoi versi da Nel segno del Tau (“È tempo, amico”): “Tempo è di unire le voci, / di fonderle insieme / e lasciare che la grazia canti / e ci salvi la Bellezza”. A questo punto non può dimenticare alcuni versi friulani scritti dall’amico durante la lotta partigiana, e li traduce, ma alla fine subentra un certo sconforto riguardo al destino di quella terra, perché le preghiere a Cristo hanno superato la barriera del firmamento e le manifestazioni delle stagioni: “Tu sei troppo più in alto e della nostra pioggia e del nostro sole e delle nostre brine”.
Infine la constatazione che quel povero figlio la morte se l’è sempre portata e sentita dentro “come suo fardello di emigrante” e “come suo carico fatale. E ora che l’ha raggiunta, è bene che ritorni anche lui a casa” (come al paese è tornata la madre). Una morte dolorosa quella di Pier Paolo, una morte che sentiva sempre vicina a sé, come quella che ghermì i suoi cari. Così è finito in quella “Roma ora tutta sporca” come un “ecce homo”, caduto “nella gheenna come il più repellente rifiuto della santa capitale”. Ormai le parole non servono più, meglio non dire più nulla, il sacerdote-poeta ha solo paura “di quanto sia capace di odio e di furore distruttivo (di furor mortis) un uomo di religione, di quanto sadismo egli sia fonte come nessun altro”.
Difficile sapere a chi alluda Turoldo, ma la sua posizione è sempre quella di chi ha lavorato per “la realizzazione della propria umanità contro la disumanità, anche dei credenti e degli uomini di religione. Questo ora è il solo scopo della mia vita” ebbe a dire. La sua militanza durò tutta la vita, in Italia e all’estero, anche tramite la poesia e la musica: il compositore e direttore di corali vicentino Bepi De Marzi (autore della celeberrima Signore delle cime) ha realizzato con il coro polifonico di Vicenza, per la Fonit-Cetra di Milano, la prima incisione dei Salmi di padre Turoldo e dell’Ismaele. Ma con l’amico straziato nella “città maledetta” aveva avuto modo di realizzare il suo unico film, dal titolo emblematico Gli Ultimi (1962), e al regista, pur agnostico, avrebbe ispirato il Vangelo secondo Matteo (1964).
Gianluigi Peretti (da La Nuova Tribuna Letteraria, n°114)

 

 

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