Elizabeth Miller

 

L’avventurosa vita di Elizabeth Miller nelle pagine di Serena Dandini

Quando, nel 1929, Elisabeth “Lee” Miller giunge per la prima volta nella capitale francese, non ha che 22 anni. Cover girl di Vogue, è all’epoca la top model più inseguita di New York, così che le passerelle parigine non tardano a stendersi ai suoi piedi. Giovane e splendida, i suoi lineamenti delicatissimi vengono immortalati in quelle che resteranno le immagini più iconiche della fotografia di moda.

 

Leggendo il libro La vasca del Fuhrer di Serena Dandini, ispirato alla avventurosa vita dell’americana Elizabeth “Lee” Miller (1907/1977), sorge spontaneo chiedersi chi stia “inseguendo” l’autrice: Elizabeth Miller, affascinante modella di Vogue, creativa fotografa surrealista, viaggiatrice/esploratrice, reporter di guerra, chef pluripremiata, o non piuttosto il caleidoscopio di se stessa, le tante proprie “possibili” vite non vissute? Confessa la Dandini che non va sottovalutato il fascino delle esistenze che non abbiamo avuto il coraggio di percorrere fino in fondo, accarezzandole da lontano e restando spettatori dei nostri sogni. Per interposta persona dunque la scrittrice sta rivivendo un progetto ”femminile” di libertà assoluta (sessuale e spirituale), di appassionata creatività e individualistica centralità, perfettamente incarnato nell’irrequietezza esistenziale, spregiudicata autonomia, audaci sfide vitali di Lee Miller e che si colora, tramite alcune note autobiografiche della stessa Dandini, delle esperienze femministe degli anni ’70 e delle suggestioni/spinte tuttora in itinere dell’”universo donna” liberante e da liberare. 

L’autrice ora invidia, dato il rapporto conflittuale vissuto con i suoi genitori, la totale sintonia/complicità fra Lee e il padre Theodore; ora segue, fisicamente e con la fantasia, in talune vie di Parigi (rue Campagne-Premiere, Hotel Histria, Montparnasse, rue Victor Considerant, i bistrot) la ventenne Lee, tesa alla conquista/affermazione della sua vocazione di fotografa, quasi a volerne re-incontrare il vivente fantasma. Ora ricostruisce sui rapporti Miller/Cocteau la propria giovanile educazione sentimentale, fra provocatori film d’avanguardia (Luis Buñuel e, appunto, Jean Cocteau) visionati in salette romane e gruppi di “autocoscienza femminista”; ora ripercorre sue personali inquietudini e curiosità intellettuali, ricordando l’archiviazione del proprio matrimonio avvenuta però senza una briciola della spavalderia e assenza di rimorsi di Elizabeth Miller, nell’abbandonare prima il fotografo/pittore Man Ray, poi il marito egiziano Aziz Bey, e aprendosi a una puntuale analisi dello straordinario impegno civile, e non solo artistico (gli effervescenti anni parigini del surrealismo), di Lee fotografa, che le consente un’ intensa carrellata della Parigi fra le due guerre e dell’Europa nella tempesta del nazismo. Una Lee “inseguita”, nella sua caparbia volontà di stare anche in situazioni estreme alla pari con gli uomini, fin dentro l’antro fumoso del bar dell’hotel parigino Scribe, quartiere generale dei giornalisti al seguito degli alleati nel ’44, ma oggi – dice la Dandini – radicalmente ristrutturato in una sinfonia di comfort e chic, e infine nell’ultima sua residenza, la fattoria del Sussex dalle pareti colorate ancora piene di quadri, dove Lady Elizabeth Miller Penrose riuscì ad occultare per decenni, nascoste in soffitta, al figlio Antony le tracce delle sue precedenti vite. 

Una “biografia” senza svolgimento cronologico lineare, per i salti temporali da un capitolo all’altro fra passato e presente, e movimentata – come si vede – anche da viaggi-pellegrinaggi dell’autrice in spazi precisi della vita di Lee, non “costruita” soltanto sulle molte pagine e immagini dei saggi, biografie, archivi fotografici e storici consultati. Alla base la ammirazione per una donna che – scrive la Dandini – ha surclassato le stesse ragazze degli anni ’70 nella lotta per essere la persona che desiderava essere riuscendovi, senza farsi rinchiudere da nessuno in una teca di vetro né come modella patinata né come musa ispiratrice né come amante o moglie, e neanche come “vittima” dei traumi e crisi depressive indotti dagli orrori di guerra visti (e da lei efficacemente documentati in foto e articoli), soprattutto quelli inimmaginabili di Dachau e di Buchenwald («Credetemi, è tutto vero!» scriveva a Vogue) e dell’ospedale degli orfani di guerra di Vienna. Traumi dai quali si salvò reinventandosi come cuoca ”surrealista” per gli amici artisti dei weekend nella fattoria del Sussex (Picasso, Man Ray, Max Ernst, Eileen Agar, Renato Guttuso, Henry Moore…) con piatti eccentrici e presentati al pari di installazioni artistiche, e collaborando nell’ombra, dopo avere ”oscurato” se stessa, con il marito Roland Penrose conosciuto e amato da una “mitica” estate del ’37 e fondatore dell’Institute of Contemporary Arts di Londra. 

Il titolo della biografia allude alla foto del 30 aprile 1945, scattata dall’amico fotografo David Scherman su richiesta della stessa Lee, che la ritrae nuda, immersa nella vasca da bagno del Fuhrer sconfitto, come sua radicale vendetta/provocazione contro la brutalità della guerra e del potere: «Dentro la sua vasca ho lavato via lo sporco di Dachau». Dalla frase citata trapela l’accusa, più volte replicata nel libro, sia a tutto il popolo tedesco, che per Lee “sapeva” dei campi di concentramento, sia alle SS bastardi ben nutriti e all’ometto Hitler che le appare grottescamente «come una scimmia [non un uomo!] che ti imbarazza e ti umilia con i suoi gesti, poiché rispecchia la caricatura di te stesso». 

Queste parole ed altre frasi delle Memorie di Lee riferite dalla Dandini rappresentano una chiave per decodificare, anche se solo in parte, la personalità risentita e complessa della Miller che, interpretando i dati biografici riportati dalla scrittrice, si rivela a mio parere, nella sua voglia instancabile di conoscenza e di realizzazione, anche “in fuga” continua da se stessa, la “se stessa bambina” stuprata a 7 anni e ammalatasi di gonorrea, e perciò alla perenne ricerca (Ho conosciuto – diceva – tutto il dolore del mondo fin da bambina) di luoghi e forme di vita sempre nuovi e diversi, dove cancellare dolori, ricordi, noia delle cose già sperimentate, riconoscendosi solo nella assoluta, ribelle, soggettiva libertà di “ricominciare”. La natura le aveva dato un corpo bellissimo, punto di forza del suo successo di modella di moda (icona di lusso e a un tempo maschietta impertinente degli anni Venti) e di arte (foto e dipinti di Man Ray, i suoi stessi autoscatti) ma anche “trappola”, perché era il suo un “corpo” usato dal sistema, sfruttato dalla pubblicità (vedi lo scandalo degli assorbenti Kotex), vivisezionato dal desiderio degli uomini (l’ombelico più bello di Parigi per il Time), donde la totale avocazione a se stessa che Lee attua dell’uso che vuole farne nel rapporto con gli altri, anche sessualmente e/o sentimentalmente, e l’importante sua affermazione/obiettivo esistenziale: preferisco fare una fotografia (avere cioè un “proprio” punto di vista, una “propria” visione/relazione con la realtà, una “propria” tecnica) che essere una fotografia (anche se sotto le abili mani di fotografi come Ray, Edward Steichen, George Hoyningen-Huene, o quelle sperimentali del padre, ingegnere e appassionato di fotografia). 

L’irrequietezza caratteriale fissata e confessata nelle seguenti due lapidarie frasi: «Per qualche ragione vorrei essere sempre da un’altra parte. È solo la mia inquietudine, il fuoco che ho sotto il culo» scandisce le fasi fondamentali della sua esistenza e ne fornisce il crisma interpretativo. L’inquietudine le fa lasciare nel 1929 New York dove è corteggiata dai più importanti giornali di moda, e la fa partire per Parigi, per mettersi alla scuola di Man Ray di cui diventa discepola/assistente, amante/musa, e che la introduce nella cerchia dei surrealisti e intellettuali di avanguardia, tutti futuri amici con le loro compagne (Leonora Carrington, Jacqueline Lamba, Nadja, Elsa Triolet, Dora Maar…) di Lee: da Max Ernst a Paul Eluard, André Breton, Louis Aragon, Picasso (che farà di lei nel tempo sei ritratti) e il versatile e omosessuale Cocteau, nel cui film Le sang d’un poète sarà la statua greca parlante di marmo. A Parigi, in quella esaltante temperie culturale di estrema libertà individuale, di “liberazione” del desiderio, del sogno, dell’immaginazione, dell’inconscio oltre ogni costrizione borghese e tabù sociale sessuale religioso, Elizabeth non conquista soltanto la sua piena “indipendenza artistica”, aprendo in proprio uno studio fotografico e realizzando, accanto a ritratti di nobildonne, attori, cani, gatti e a servizi per Vogue e altre riviste di moda compresa la pubblicità dei profumi di Coco Chanel e Elizabeth Arden, anche le sue inconsuete foto d’arte. Soprattutto continua a salvaguardare la sua indipendenza di donna “libera” e geniale, scatenando la gelosia amorosa di Man che diventa invece – scrive la Dandini – sempre più insofferente e possessivo. Al punto che nel 1932 Lee, stretta fra le rabbie dolorose di Ray, che le sublima in foto e in dipinti, e la nuova attrazione per l’affascinante miliardario egiziano Aziz Eloui Bey, di 20 anni più grande di lei ma che la fa sentire preziosa e amata come non le era mai successo, lascia Parigi e riparte all’improvviso per l’America, per aprire uno studio a New York con il fratello minore Erik, abbandonando Ray e rimettendosi in gioco come fotografa (come modella di moda è sempre richiesta) in una America che scarseggia di clienti perché risente ancora, economicamente, della crisi del ’29, ha delle remore a farsi fotografare da una donna e stenta a vedere anche nella fotografia una “forma d’arte”. Elizabeth lavora con il fratello notte e giorno, sfondano come Lee Miller Studios ma il successo la fa sentire di nuovo in gabbia, soffre di noia per la routine lavorativa e di inspiegabili (sic!) malinconie e nel ’34 pianta tutto, sposa Aziz e va ad abitare al Cairo, illudendosi che la sensazione di sentirsi amata e sollevata da ogni lotta per la sopravvivenza [basti] a renderla felice. 

Ma il bel mondo egiziano, fatto di partite a tennis e a bridge, aperitivi, feste mondane e chiacchiere sul nulla, in eleganti pasticcerie, di donne tutte perle e satin, e le decine di stanze del suo stesso palazzo la annoiano e la imprigionano ancora più mortalmente, finché non scopre il deserto, che con la sua nuda vastità “libera” il suo istinto di nomade e soddisfa il suo bisogno di evasione. Si impegna perciò a organizzare escursioni e appetitosi picnic fra le dune per gli amici che la accompagnano e riprende a scattare foto: i monasteri copti del mar Rosso, villaggi e oasi sperdute, le piramidi… Immagini che per la Dandini, per l’atmosfera surreale in cui sono immerse, rappresentano gli scatti più belli della sua carriera di fotografa. L’irrequietudine e la nostalgia la riportano però presto, nell’estate del ’37, per una vacanza, a Parigi mentre, nonostante la libertà di movimento e di scelte sempre lasciatagli dal generoso Aziz, comincia ad avvertire il peso del matrimonio che stride con la sua insopprimibile tensione all’indipendenza. Sull’Europa si addensano già le ombre del prossimo conflitto mondiale, ma per Lee che incontra a una festa da ballo, venuto con Max Ernst, l’inglese Roland Penrose, pittore, collezionista d’arte e appassionato ai movimenti di avanguardia, comincia invece una nuova ricambiata storia d’amore, che le farà prolungare la vacanza con Roland prima in Cornovaglia e poi a Mougins, un piccolo paese vicino Cannes, da Picasso, insieme con i loro comuni o più cari amici: Moore, la eccezionale Eileen Agar, le coppie Nush e Eluard, Max e Leonora, l’ex amante Man con la ballerina martinicana Ady, Picasso e Dora… Una estate –  sottolinea la Dandini – di felicità tangibile e densa e di totale libertà (anche sessuale) vissuta con una audacia sconosciuta alla generazione degli anni ’70. Lee torna al Cairo con il ritratto fattole da Picasso, che è un trionfo di sensualità e di follia per quei due occhi sorridenti – scriverà Roland – e la bocca verde disegnati tutti insieme nello stesso profilo e i seni che sembrano le vele di una nave rigonfie di una brezza gioiosa. 

Dall’Egitto con il pensiero a Roland, al quale scrive lettere d’amore, l’inquieta Elizabeth riprende a vagabondare e a fotografare, con la solita malinconica poeticità, passando da Damasco ad Aleppo, a Palmira, a Beirut finché decidono con Roland di incontrarsi in Grecia, che visitano insieme (Atene, Mikonos, Delo, Delfi…), spingendosi infine fino alla Bulgaria e alla Romania. Ma quando Roland torna in Inghilterra, Lee invece di rientrare al Cairo, parte con l’amico folclorista Harry Brauner per collaborare come fotografa alle sue ricerche sulle comunità degli zingari dei Carpazi, dove verranno dati per dispersi (1938). Solo nel 1939 Lee si decide ad accomiatarsi definitivamente da Aziz scrivendogli significativamente che vorrebbe per la sua vita una combinazione utopistica di sicurezza e libertà, ma ritiene che «la prima cosa da fare sia prendermi e crearmi la libertà (sic!)» e poi trovare una qualche sicurezza, «e se non la trovo – precisa – perlomeno lo sforzo mi terrà sveglia e viva…». 

Trascorre con Roland l’estate del ’39 in Francia, dove vanno a salutare Picasso a Mougins e Max Ernst e Leonora a Saint-Martin d’Ardèche, e rientrano a Londra quando già risuonano i primi allarme aerei, ma l’infaticabile Elizabeth non si chiude nella casa di Hampstead. Va a cercare lavoro alla British Vogue e la direttrice Audrey Withers la ingaggia per servizi che mostrano come si può – anche in tempo di guerra – essere eleganti malgrado le restrizioni che razionano le stoffe e proibiscono l’uso di passamanerie, ricami e pizzi vari, e le fa anche fotografare le donne del contingente femminile britannico: negli hangar, sulle navi, nelle fattorie, nelle fabbriche. Ma Lee fotograferà pure gli effetti delle incursioni tedesche su Londra, realizzando foto simboliche che – scrive la Dandini – rappresentano l’epitaffio di un’epoca di bellezza e di civiltà che sta andando in frantumi, accompagnandole con articoli dallo stile fresco e immediato. Eccitata dallo stordimento/ubriacatura per lei della guerra che la attira proprio per i rischi/sfida che comporta e per il dovere di documentarla, frequenta i locali affollati dai corrispondenti esteri e fa amicizia con i fotografi di Life Margaret Bourke-White e David Scherman, con il quale avvia una relazione e lavora per  importanti reportage fuori Londra, e conosce pure Robert Capa. 

Quando gli Stati Uniti entrano in guerra, chiede e ottiene, il 30 dicembre 1942, il tesserino di corrispondente di guerra per Vogue e indossa felice la divisa militare che nascondendo finalmente la sua femminilità, costringe gli interlocutori a guardarla dritto negli occhi, ascoltando – alla pari – quello che ha da dire (sic!). La guerra  insomma la fa sentire libera e al centro della storia come i maschi, e nel ’44 documenta l’assalto di Saint-Malo dalla prima linea, poi la liberazione di Parigi e sebbene Roland preoccupato per la sua vita le chieda di tornare a casa, cioè da lui, Elizabeth preferisce continuare a percorrere l’Europa in parte liberata, in parte ancora in guerra (da Aquisgrana a Lipsia a Torgau…)  per “guardare” fra le rovine e “capire” cosa verrà dopo, e sarà fra i primi con David Scherman a entrare nelle fabbriche della morte di Buchenwald e Dachau, dove fotograferà le cataste di morti in putrefazione e i vivi/larve e le SS ammazzate, il tutto con il suo punto di vista surrealista e quindi emotivamente più profondo rispetto allo sguardo di una semplice cronista. 

Lee – annota la Dandini – all’inizio non riesce a scattare: come tutti è impietrita dall’incredulità, poi afferrata la sua Rolleiflex ingaggia la sua battaglia contro l’orrore. Un orrore/shock che scuote però ulteriormente il suo equilibrio psichico già provato da altre atrocità e minato dai cocktail di alcol, benzedrina, sonniferi assunti per resistere in quegli anni alla tensione e alla fatica. 

Quando David, dopo la resa della Germania, viene richiamato in America, Lee continua da sola a “vagare” in quella sorta di vuoto di futuro che si è spalancato per l’Europa e che la respinge e attrae nello stesso tempo, andando prima in Austria, a Vienna, divisa fra i vincitori e dove nell’ospedale degli orfani di guerra vede bambini solo pelle e ossa morire cianotici per mancanza di medicinali: «per un’ora – scrive – ho guardato morire un bambino. Era blu… lo stesso colore delle divise a strisce degli scheletri di Dachau…», lo stesso blu scuro che la ossessionerà negli anni postguerra nella fattoria del Sussex. Poi va in Ungheria  di cui constata l’estrema povertà e convincendosi sempre di più – precisa la Dandini – che al regime crollato di Hitler sta per succederne nel continente un altro simile, quello di Stalin. Infine, poiché l’armata rossa le impedisce di entrare in Russia, devia per la Romania dove finalmente un testacoda della sua macchina a causa di una forte nevicata mette fine al suo vagabondaggio, ritrovandosi viva per miracolo, e sciupata, e senza appigli se non l’amore di Roland. 

Torna così a Londra nel ’46 dopo averlo lasciato per sette mesi senza notizie. Dalla depressione e dagli incubi notturni, dal blu scuro che le dà i brividi ogni volta che lo vede in una cosa qualsiasi e dal rischio possibile e temuto del manicomio dove sono finite, per strade però diverse dalla sua, alcune delle donne da lei conosciute (Leonora, Dora, Nadja) si salverà – come già anticipato – concentrandosi sulla cucina («Sono una cuoca compulsiva» diceva di sé) e sulla pratica realizzazione delle sue originali ricette (il Gold chicken, la Cauliflower mayonnaise, i Penroses…) e aiutando il marito, nonostante l’irritabilità crescente di lei e l’uso di alcolici, e i loro frequenti litigi, a organizzare le mostre d’arte del suo importante Istituto, e a compilare i cataloghi, visionando anche le biografie di artisti che quello viene via via pubblicando. 

Anche l’ultima fase della vita di Elizabeth rivela – come stiamo vedendo – una resistenza/fuga “creativa” (le ricette, la collaborazione intellettuale nel segno della amata resilienza artistica) dalla parte per così dire “morta” o rimossa di stessa, che coinciderà alla fine con il tumore di cui morirà nel 1977. 

Volendo raccogliere le fila del precedente excursus, possiamo concludere che l’esistenza di Lee Miller, donna e artista, ha sì soddisfatto molte delle sue aspirazioni/passioni: la bellezza, la creatività, l’arte, l’amore, l’amicizia, i viaggi, il successo, l’indipendenza, la libertà sessuale, la scrittura anche se fatta di notti faticate, ma non si è mai pacificata con il fondo oscuro di se stessa (la ferita/macchia infantile) e della Storia (il veleno dei fascismi) e perciò non poteva che risolversi, e fissarsi, nel gesto (sic!) della ribellione surrealista, una ribellione/fuga permanente. Un seme di “angoscia” dunque va integrato all’individualismo eroico della Miller “emancipata” su cui soprattutto insiste e converge l’attenzione di Serena Dandini.

 

Maria Nivea Zagarella (Palomar, numero 21, maggio 2021)

 

 

 

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