Uno scrittore a processo

Uno scrittore a processo

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Colgo l’occasione per esprimere la mia personale solidarietà ad Erri De Luca di cui apprezzo tanto la scrittura quanto l’umanità. Riporto la breve dichiarazione che lui stesso ha lasciato nel sito della fondazione costituita a suo nome. Non so quanti di voi concorderanno con la mia opinione.  Non si tratta di aprire un dibattito sulla TAV, ma piuttosto di considerare fino a che punto l’opinione possa essere elevata ad istigazione alla violenza. Erri De Luca è un signore con cui andrei volentieri a passeggiare, a consumare un piatto conviviale a percorrere un tratto di fiume in mezzo la natura discutendo di libri e di parole. È un artista rigoroso, un uomo che si è sporcato le mani con i lavori più umili. Di qualcuno ci si deve fidare ed io mi fido di lui. Per sottolinearne la brillantezza del pensiero mi permetto di inserire Il martello rosso, un articolo pubblicato su fondazionerrideluca.com dedicato alla questione della migrazione in Europa.

Natale Luzzagni

 

 

 

 

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Processato per istigazione a delinquere

Un processo iniziato lo scorso gennaio e nel quale De Luca è imputato per istigazione a delinquere. L’accusa nasce da alcune interviste rilasciate in passato dallo scrittore, dichiarazioni in cui appoggiava e giustificava le azioni di sabotaggio degli attivisti NO-TAV nei cantieri in Val di Susa,dove si sta realizzando un tratto di ferrovia che dovrebbe unire Torino a Lione con treni ad alta velocità.

“Lunedì prossimo, 21 settembre, entra l’autunno e io rientro nell’aula del processo.Ascolterò le richieste penali dei miei accusatori pubblici e di quello privato, della ditta. Saprò quanta prigione per me desiderano ottenere dalla sentenza. Sarà la parte più interessante, per i toni di voce e gli argomenti. Poi la parola toccherà ai miei difensori Alessandra Ballerini e Gianluca Vitale. Spero che tutti siano brevi e che il giudice possa emettere la sentenza il giorno stesso. Altrimenti toccherà ritornare in aula in altra data. Grazie assai a chi mi ha dimostrato e mi dimostra sostegno”.   Erri De Luca (fondazionerrideluca.com)

 

IL MARTELLO ROSSO

“Occupano i nostri posti anche quando noi siamo seduti e loro viaggiano in piedi”. Il poeta brasiliano Ledo Ivo ha fissato in questo verso il sentimento d’insofferenza verso lo straniero scaraventato dalla malasorte in mezzo a noi.
Era la Pasqua  del ’97 quando la nave militare italiana Sibilla speronava di prua e affondava l’imbarcazione albanese Kater i Rades, procurando più di cento annegati. Iniziava così la serie delle più disperate e criminali prove di scoraggiamento e di respingimento di immigrati. Iniziavano i campi di concentramento, le detenzioni che definiscono “ospiti” i prigionieri, colpevoli solo di viaggio non autorizzato. Le loro prigioni potevano durare fino a diciotto mesi.
Intanto a Lampedusa si accatastavano relitti di barconi che avevano compiuto l’ultimo servizio. Non potrà mai essere censito il numero dei naufragi. Sulla base di quelli accertati si calcola per difetto che l’equivalente di venti Titanic si sia spalmato sul basso fondale del Canale di Sicilia. Non servono abissi per sprofondare. Circa il dodici percento dei viaggi non è sbarcato da nessuna parte.

migrantiA Ellis Island, isolotto alla foce dell’Hudson, dove milioni di immigrati venivano battezzati cittadini americani con un segno di gesso sulla giacca, nei periodi di più alto respingimento si arrivava al due percento. Hanno sbagliato secolo i migratori di oggi. Hanno sbagliato continente. L’Europa civile è stata rappresentata dalla piccola isola di Lampedusa, stretta porta maestra degli ingressi, e da poco dalla grande isola d’Islanda dove dodicimila cittadini hanno sottoscritto la loro volontà di ospitare a casa i profughi di guerra.
Ci sono state stazioni ferroviarie di Europa che hanno negato il viaggio pure a chi era fornito di biglietto. Di segno opposto la stazione di Belgrado: nei suoi pressi è stato preparato un enorme centro di accoglienza. La Serbia non appartiene all’Unione, ma appartiene del tutto all’Europa e ha scelto di ospitare il passaggio, pur avendo le sue strade ancora affollate di profughi suoi, espatriati da Kossovo, Croazia, Bosnia.

A forza di naufragi di terra e di mare l’Europa ha progredito nel suo vocabolario: a inizio di naufragi usava la parola “clandestini”. Molte stragi più tardi li ha chiamati “migranti”, poi “profughi”, infine “rifugiati”, anche se il rifugio è concesso in poche zone. Per gli annegati, per i soffocati nei camion, sono soddisfazioni. Coi loro corpi, con le loro vite seminate a concime, hanno modificato il vocabolario d’Europa.
Nel nuovo museo di Lampedusa sono raccolte scarpe, biberon, testi del Corano con le pagine gonfie di sale marino. Chi, se non una persona civile al più alto grado, include nel suo minimo bagaglio un libro? Quelle pagine, non annegate con il loro lettore, sono la più forte testimonianza: non del loro diritto di asilo, ma del nostro dovere di darlo.

Sono tornato a Lampedusa l’anno scorso in fine di settembre. Era il primo anniversario del colossale naufragio a mare calmo e a vista della costa. Ho incontrato di nuovo i pescatori che tornando dalla notte in mare erano capitati all’alba in mezzo ai corpi che galleggiavano e ai vivi in ipotermia che stavano da ore aggrappati ai corpi dei compagni annegati. Quei pescatori si sono tuffati in mare per spingere da sotto in su quei vivi rattrappiti, a bordo. Perché si sono dovuti buttare in mare? Perché il mare era lucido di nafta persa dell’imbarcazione e le braccia degli ancora vivi scivolavano tra le mani di chi voleva salvarli.
Con quei pescatori e con il subacqueo che dovette scendere per primo sul relitto, siamo andati sul posto del naufragio. Abbiamo fatto una mossa decisa insieme: abbiamo sparso in mare manciate di sale. Non fiori ma sale, perché quella era una ferita e non si doveva rimarginare. “Sia benedetto il tuo sale, sia benedetto il tuo fondale”, abbiamo detto al mare.
bimbi-somaliCi voleva un Papa venuto dal grande Sud per fare come primo pellegrinaggio del suo incarico, una visita a Lampedusa. L’Europa si teneva a distanza.
Noi che siamo nati sulle coste del Mediterraneo, consideriamo nostri fratelli tutti quelli che ci sono venuti a morire. Mi dichiaro testimone di parte offesa, di quel Sud del mondo che costituisce la maggioranza del pianeta. Non sono un osservatore neutrale, né pronuncio diagnosi, faccio parte invece del sistema nervoso del dolore.

I nuovi viaggiatori di sola andata pagano a prezzi di lusso il peggiore trasporto marittimo della storia umana. Viaggiavano meglio gli schiavi deportati dai negrieri, perché erano merce pagata alla consegna. Se moriva prima, il guadagno era perduto. I deportati di adesso pagano in anticipo e non importa se non arrivano a destinazione. L’inutile proibizionismo europeo sul trasporto della vita in fuga, ha reso il corpo umano la merce più redditizia da spostare. Non ha bisogno di imballaggio, si può comprimere in centimetri quadrati, si può buttare a mare, lasciare soffocare in un camion sigillato in pieno agosto. Ha già pagato il viaggio con tutto quello che possiede, vita inclusa.
Non sono mendicanti, non sono analfabeti. Hanno alti livelli di istruzione, hanno denaro che sono costretti a cedere agli sfruttatori della situazione. Non cercano residenza ma sosta. I negatori di asilo sono perciò annegatori.

Di fronte a questa determinazione inesorabile di masse umane in marcia, si può solo pronunciare il benvenuto. Sono induriti a pugno ma hanno un furibondo desiderio di un sorriso, di una mano aperta. Più del pane e del tetto, serve loro un abbraccio. Chi non se la sente, chi si chiude in casa, lasci stare, scolleghi l’informazione, si volti dall’altra parte. Ma sgomberi il passaggio. Che i pellegrini della salvezza possano andare al riparo che cercano, che bussino alla porta dell’amico, del parente. Che offrano alla nuova abitazione la loro migliore energia di gratitudine e di ripartenza. Il 12 percento del PIL italiano è prodotto da piccole imprese di stranieri arrivati da tutte le spine della Rosa dei Venti. Non li abbiamo invitati, sono venuti e basta. Per lavorare e basta. Per prosperare e fare prospero il luogo che li accoglie. Così stanno le cose: dal vagabondo Abramo in poi. Così  è oggi e sarà domani.

morti-migranti-annegato-800L’Europa considera se stessa terra di mezzo, centro di equilibrio tra Oriente e Occidente. Non lo è. Oggi è un’espressione economica. Al suo inizio è nata per impedire cause di altre guerre, dopo la seconda mondiale. Nasce contro i fascismi e i razzismi. Oggi l’Europa non è centro di niente. Un proverbio africano dice: “Siamo in due e tu vuoi correre in mezzo”. L’Europa crede di correre in mezzo, ma sta invece da sola di fronte alle guerre delle Mediterraneo. Non decide di scegliere i vincitori, aspetta che vinca il peggiore per concludere i nuovi affari. Effetto collaterale di questo opportunismo inerte è lo spostamento di masse umane in esodo forzato. Esodo è parola greca che indica semplicemente “uscita”. L’Europa non ne vuole intendere la causa e si sgomenta per l’effetto entrata. Invece è solo una via di uscita.
Il poeta Izet Sarajlic dopo gli anni del lungo assedio della sua città, Sarajevo, diceva che per lui l’Italia era il  martello rosso, quello che sta nei mezzi pubblici e che serve a rompere il vetro in caso di incendio. L’Italia era l’attrezzo che gli faceva rompere l’assedio. Niente di più e niente di meno è oggi l’Europa per i profughi: il martello rosso per aprire una breccia dentro l’autobus in fiamme. L’Europa aspira invece a essere il vetro, possibilmente infrangibile. Ma i fili spinati, le reti, i recinti funzionano con il pollame, non con la specie umana. Chi va a piedi non può essere fermato.

L’Italia è ponte  di natura fra tre  continenti. È prolunga di Europa a sud est, verso Africa e Asia. La geografia ha deciso della nostra storia. Siamo terra di passo di uccelli, di merci, di religioni, di invasioni, di espulsioni. Abbiamo il sangue misto selezionato da stupri e da epidemie. Siamo, perciò più esperti e più colpevoli dei torti di omissione.
L’Europa, mediterranea per nome e per influsso, guardi all’Italia come al suo termometro infilato nell’ascella del Sud a misurarne la febbre. Guardi ai nostri vani respingimenti, ai nostri campi di concentramento per richiedenti asilo e faccia esattamente  il tutt’altro. Sia il martello rosso e non il vetro.

Mentre scrivo questa nota, la Germania e l’Austria sotto pressione di opinione pubblica aprono le frontiere. La Germania dichiara diritto di asilo senza restrizione di numero. Si interrompe bruscamente il Trattato di Dublino che carica sui paesi di prima identificazione l’onere di accoglienza. Non sia l’occasionale parola di un ravvedimento. O è la prima di un’altra Europa oppure è cambio di vetrata.

 

Erri De Luca (fondazionerrideluca.com)

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