Esenin e la cintura di cuoio

La cintura di cuoio

 

Il 28 dicembre 1925 il poeta russo sergej alexsandrovic Esenin fu ritrovato impiccato. Le indagini della polizia stabilirono che si era tolto la vita utlizzando la cintura della sua valigia dopo averla appesa ad un tubo della stanza d’albergo

 

Era nato cinque anni prima dell’inizio dello scorso secolo. Sergej Aleksandrovic Esenin (Konstantinovo, 3 ottobre 1895 – Leningrado, 28 dicembre 1925) visse l’infanzia nel cuore della Russia rurale, in mezzo alle miserie dell’essenzialità contadina. Aveva nel corpo e nelle movenze tutto l’orgoglio di un’esistenza sana ed autentica. Possedeva una faccia che sarebbe certamente piaciuta a Michelangelo o a Tiziano per la disarmante espressione angelica che la caratterizzava. Ma si trattava solo di un inganno visito perché Sergej era percorso da un’irrequietezza che aspettava solo l’occasione buona per esplodere e invadere di sorpresa chi si fosse fidato delle sole apparenze. Aveva vent’anni quando si trasferì dalla piccola Konstantinovo a San Pietroburgo. Dall’odore di fieno e concime, avvolti nei lamenti sommessi della miseria di provincia, era passato ai vezzi cittadini che così poco assomigliavano all’essenzialità della sua origine. Sergej era affascinato dalle molteplici attrattive borghesi. Lo abbagliavano le possibilità di riscattarsi da un povertà che si portava addosso come un odore di cane. A San Pietroburgo era possibile affrancarsi e dimostrare tutto il proprio talento di poeta e pensatore. Era bello, sano e robusto. Le donne risultavano intrigate da quello strano incrocio tra ingenuità e vigore. L’espressione da bravo ragazzo si accompagnava ad un estro pronto a rivelare la sensibilità di un poeta originale, di un conversatore che modulava parole con grande sagacia. Macinava pensieri ed immagini come un tempo sbriciolava le cortecce degli alberi.

A San Pietroburgo c’erano altri poeti come lui, pieni di sogni e di energia. La delusione per la rivoluzione d’ottobre e le nostalgie per la schiettezza del mondo contadino non gli impedirono di farsi abbracciare dalle lusinghe dell’universo cittadino. Amava flirtare con le donne, sedurle e possederle, misurare il suo coraggio in avventure pericolse e, a tratti, scabrose. Girava voce che sotto l’effetto dei suoi eccessi alcolici sapesse improvvisare versi osceni in cui esaltava i suoi successi di maschio infallibile e apostrofava le donne con espressioni ingiuriose e grevi. Era lui stesso a dichiarare «Girava una brutta fama, che sono un volgare e un amante degli scandali». Il fatto è che il contenuto dei suoi sfoghi pubblici lo dimenticava alla scadenza della sbornia e per il pubblico divertito era facile anche attribuirgli dichiarazioni mai pronunciate. Del resto, nonostante le sue intemperanze e i suoi sfoghi polemici, le occasioni di intrattenersi con fanciulle ben disponibili ad accoglierlo non gli mancarono mai. Si diceva che non disdegnasse nemmeno la compagnia maschile, ma sulla sua presunta bisessualità mostrò una reticenza totale, quasi non volesse compromettere la sua fama di sciupafemmine che lo inorgogliva quanto i successi delle sue pubblicazioni poetiche. A ventitrè anni era già padre di tre figli, avuti con una compagna e con la prima moglie Zinaida Rajch, attrice conosciuta in tutta la Russia.

Quando si legò alla ballerina americana Isadora Duncan e finì sulle cronache di tutti i giornali del mondo il suo narcisismo toccò la vetta più alta. Dalla vertigine offerta dai servizi fotografici e dalle celebrazioni mondane uscì prima frastornato e confuso e poi deciso a ritornare alla vita di sempre.

Mi è capitato di ricevere da Natale Luzzagni il suo libro Tanto vale vivere, al quale nelle pagine che seguono ho dedicato un piccolo articolo. Quando ho sfogliato le pagine che raccontano la morte di Esenin (il libro è una preziosa antologia di autori che si sono suicidati), mi sono venuti alla mente i ricordi, ahimé molto lontani, delle cronache che lessi sulla scomparsa del celebre poeta russo.

È opportuno ricordare che gli ultimi anni di vita di Esenin risultano piuttosto turbolenti e sofferti. L’abuso di alcol e una condotta di vita alquanto dissennata condussero il povero Sergej sull’orlo della schizofrenia conclamata. Il sostegno della quinta moglie Sofia Andreevna Tolstaja, nipote di Lev Tolstoj, non lo salvò dal ricovero presso l’ospedale psichiatrico. Anche se la sua capacità di produrre versi rimase sempre pressoché inalterata, passava ore a dondolare ubriaco, a polemizzare su qualsiasi questione e ad accusare crisi di panico e manie di persecuzione. Talvolta si guardava insistentemente alle spalle come se temesse di essere braccato da misteriosi aguzzini che non gli concedevano tregua. Se questo comportamento è ampiamente giustificato dagli eccessi con cui amava fustigarsi, è pur vero che il terrore che lo percorreva alimenta le leggende attorno al suo decesso.

Esenin non aveva mai risparmiato una palese critica alle autorità sovietiche. Si era certamente inimicato gli esponenti del potere politico di allora sottolineando l’iniquità e la spregiudicata carica di violenza della loro azione pubblica. Anche un poeta ormai famoso e celebrato in tutta la nazione poteva costituire un pericolo reale. Questa premessa è utile per affacciarsi alla cronaca della morte del giovane Sergej. Avendo trovato puntuali ed opportunamente sintetiche le parole di Tanto vale vivere dedicate al misterioso suicidio di Esenin le riporto di seguito.

Alfonso Genovese (La Nuova Tribuna Letteraria n°124)

 

Il 28 dicembre 1925, presso l’Hotel Angleterre, nella stanza numero 5, fu ritrovato il cadavere di Sergej, appeso a un tubo, impiccato. Il giorno prima aveva consegnato una poesia scritta col suo sangue all’amico Erlich. La morte di Esenin lascia molti dubbi. Osservando il cadavere sono evidenti numerose incongruenze rispetto alla versione ufficiale del suicidio. Per alcuni si trattò di un’esecuzione del servizio segreto sovietico di allora, la GPU. La mano di Esenin fu trovata in una posizione innaturale, come avesse cercato di sollevarsi per non morire strozzato; il laccio interno al collo non era stretto, come risulta dal verbale della polizia, e l’autopsia rivelerà che la spina dorsale era spezzata. È interessante quanto riportato nel sito di Massimo Rossi che racconta L’ultimo giorno di Sergej A. Esenin.

La mattina di lunedì 28 dicembre 1925, intorno alle undici, Elizaveta Ustinova, moglie di Georges Ustinov, un vecchio amico di Esenin, che alloggiava nella stanza n.130 dell’Hotel Angleterre in Ulica Bol’šaja Morskaja n. 39 a Leningrado, bussò prima debolmente poi con insistenza alla porta della camera n.5: «Andai a chiamare Esenin per la colazione. Bussai a lungo, poi arrivò anche Vol’f Erlich (amico di Esenin, sul quale però gravano oggi alcuni sospetti di complicità nel probabile omicidio del poeta), e continuammo a bussare entrambi. Alla fine chiesi ad un inserviente di aprire la porta con il pass-partout. Cosa che fece e se ne andò. Entrammo nella stanza. Il letto era intatto. Io mi avvicinai al divanetto, vuoto. Al sofà vuoto anch’esso. Alzo gli occhi e vedo Sergej penzolare accanto alla finestra».

Il poeta Vsevolod Roždestvenskij, entrato nella stanza dopo l’arrivo della polizia, raccontò: «Subito davanti alla porta, leggermente di traverso, era disteso un corpo convulsamente allungato. La mano destra era un po’ sollevata e irrigidita in una posizione innaturale. Il viso enfiato era spaventoso, non c’era più nulla in esso che ricordasse il Sergej di prima. Solo i suoi noti capelli color paglia scendevano di traverso, come al solito, sulla fronte. Indossava pantaloni ben stirati e alla moda… Mi colpirono profondamente le sue scarpe di vernice sottili e appuntite… accanto ad un tavolino rotondo con una caraffa d’acqua, sedeva una guardia che, con un mozzicone di matita, stilava il suo rapporto. Si rallegrò del nostro arrivo e ci fece subito firmare come testimoni».

Il corpo di Esenin, steso sul sofà per le fotografie di rito, mostrava delle escoriazioni sul braccio e una ferita a livello dello zigomo sinistro. Esisteva però anche un taglio all’altezza dell’attaccatura del naso, particolare non presente nel rapporto della polizia. Risultò anche che il cappio costituito dalla cintura della valigia non fosse stretto sul collo se non dalla parte destra. Sono tante le incongruenze che caratterizzano la scena. Anche la leggenda della poesia scritta col sangue va riportata alla realtà della cronaca. Eridano Balzarelli scrive in Poesie e Poemetti (Rizzoli, BUR, 2000): «Questa è dunque la poesia, scritta col sangue, data dal poeta a Erlich e che Erlich consegnò agli inquirenti il giorno dopo che fu trovato il cadavere di Esenin nella stanza n. 5. Poesia che ha fatto il giro del mondo. Gli studiosi hanno notato che al momento dell’inchiesta sulla morte del poeta non fu fatta nessuna perizia calligrafica. In realtà non si sa neppure a chi sia rivolta (chi è “l’amico mio”? Che può essere anche un’amica, dato che la parola drug vale tanto come “amico” quanto come “amica”). Anche questa poesia, che è, tutto sommato, debole, è un altro elemento di incertezza: eppure fu considerata (e viene da molti considerata ancora oggi) una “prova certa” che Esenin si uccise. Ma la certezza non c’è in alcun modo».

(da Tanto vale vivere – Breve rassegna sui casi di suicidio nel mondo letterario, a cura di Natale Luzzagni,  Venilia Editrice, 2016)

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