Felice Casorati

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LA REALE EVIDENZA

La plasticità delle forme avvolta dalla semplicità dei gesti quotidiani

“Nei miei ultimi quadri lo spazio e soprattutto le ombre sono diventati quasi autonomi ed hanno una ragione di vita propria”

Spesso ci dimentichiamo che gli artisti, anche i più grandi, sono stati prima di tutto dei ragazzi, dei figli, dei padri, dei mariti, degli amici. Il Novecento ci ha consegnato una nutrita schiera di personaggi finiti trionfalmente nelle pagine della storia dell’arte a dispetto di esistenze del tutto “convenzionali”. Capita, come ho già avuto modo di ricordare, che dietro alla fama e alla celebrazione dei talenti si scoprano esistenze semplici, modulate da piccoli piaceri, e ritualità borghesi. Sembra che alla magnificenza di riconoscimenti ufficiali, agli elogi della critica e all’ammirazione ossequiosa del pubblico corrisponda talvolta una sorta di stupore composto degli stessi protagonisti, meravigliati di tanto clamore e più interessati alle faccende di una quotidianità pacata e modesta. A questo proposito ricordo un’intervista televisiva a Felice Casorati (Novara 1883, Torino 1963), pittore schivo e poco disponibile a concedersi alla curiosità dei media. È un documento breve del 1957 realizzato con la regia di Vieri Bigazzi. Quei pochi minuti in bianco e nero rubarono la mia attenzione. Un signore di settantaquattro anni, nella sua casa di Torino, raccontava timidamente della sua vita come se si trattasse della più anonima delle esistenze. La prima sequenza lo inquadrava mentre suonava il suo pianoforte.

“La musica è stata la mia prima passione. Io credevo di dover diventare un musicista. Studiavo da giovane, studiavo moltissimo. E, quando sembrava che i primi frutti di questo mio studio fossero quasi maturi, una malattia nervosa, un’orribile grave malattia mi ha proprio buttato a terra. Allora, relegato in campagna, con la proibizione assoluta di avere un pianoforte e di sentire musica, mi è stata regalata una scatola di colori. Mi sono messo a dipingere e proprio da allora ho dato vita ai miei primi saggi. Facevo dei piccoli quadri e poi sempre più grandi. Questi quadri hanno avuto una certa fortuna, per lo meno sono stati guardati. Da allora ho continuato a dipingere e, forse, continuerò a farlo, chissà fino a quando”.

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Quell’anziano signore, dai modi eleganti, circondato dalla raffinata compostezza di una dimora nel centro aristocratico di Torino, è uno dei pittori più importanti dello scorso secolo. Morirà sei anni dopo quel raro filmato. Nell’intervista mostra con orgoglio il ritratto della sorella (La sorella Elvira) del 1907.

“Questo è il primo quadro che è apparso in un‘esposizione, a Venezia alla Biennale del 1907. Non posso dire che abbia avuto successo, credo che nessuno l’abbia visto, allora. Io stesso sono andato all’esposizione di Venezia con una certa ansia. Ho cercato il mio quadro dappertutto e non l’ho trovato. Il mio quadro era esposto in un angolo sopra altre due file di quadri. Sembrava proprio un buco nel muro tanto era scuro. Era davvero un quadro anticonformista. Allora dipingevano tutti gli effetti di sole e francamente questo quadro intonato sui grigi e sui neri non era certo destinato a fare effetto e raccogliere fortuna. Però, dopo questo quadro, io ho cominciato a studiare e la mia pittura si è mossa e si è evoluta”.

Prima dello scorso Natale ho avuto modo di visitare la mostra  presso i Musei Civici agli Eremitani di Padova dedicata al giovane Casorati. Nella città del Santo visse dal 1895 fino al 1907, compiendo gli studi giuridici ed esordendo con i bozzetti e i disegni che lo avrebbero condotto nel mondo della pittura.

È nel borgo di Praglia, nella campagna padovana, che sostituirà l’esercizio al pianoforte con la confidenza con pennelli e colori. Nella spensieratezza degli anni universitari con i fedeli compagni Cristoforo Piovan, Camillo Luigi Bellisai e Pietro Capoferro si affiderà alle lezioni del suo primo maestro, Giovanni Vianello e allo spirito rivoluzionario che Umberto Boccioni e Ugo Valeri avevano portato in città. Le sale della mostra hanno documentato gli anni della formazione tra Padova, Verona e Napoli. La pittura del giovane Felice rivela un netto slancio realistico. La ritrattistica si nutre di particolari e di eleganza formale. È un talento ancora acerbo, ma già si avverte  la cifra fondamentale ed ineludibile del suo gesto pittorico: un connubio perfetto tra immobilità e silenzio.

Per buona parte degli storici il salto di qualità nella pittura di Casorati coincide con l’arrivo a Torino nel 1917 dopo aver perso il padre e preso parte attiva alla Grande Guerra. La città sembra accoglierlo come un figlio.  A Torino diventa una figura centrale del panorama culturale. Nel 1921 apre una scuola d’arte per giovani artisti e conosce la sua futura moglie, Daphne Maugham, nipote del celebre scrittore Somerset Maugham. Quella città è un luogo ideale per vivere e lavorare. Pare un inesauribile serbatoio di fermenti e di idee. L’amicizia con Piero Gobetti e il gruppo di Rivoluzione Liberale consolida l’avversione al regime fascista. La stessa casa di Casorati diviene un luogo di incontro per amici ed artisti. La stessa eleganza formale dei quadri caratterizza il rito delle serate al pianoforte assieme ad un ristretto gruppo di amici, opportunamente selezionati. Nessun eccesso di mondanità. Tra le pareti tempestate di libri tutto pare educatamente accogliente, ma soprattutto rigorosamente sobrio.

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È lo stesso pittore a chiarire l’importanza di quella fondamentale stagione: “La serena tranquillità della mia ignoranza era inquinata da una specie di cultura. Io avevo visto tante cose e sembrava che avessi bisogno di cercare una mia strada. È stata una ricerca affannosa purtroppo interrotta da un avvenimento straordinario: la guerra. Io per quattro anni non ho dipinto. A Torino ho trovato questa casa silenziosa, questo studio in fondo ad un cortile e qui sono nati tutti i miei quadri. Proprio qui tutte le polemiche accese che partivano dalla Ville Lumière sembrava si smorzassero ed io ho potuto lavorare. Bene o male, non lo so. Certo che il consenso non è stato molto sensibile al principio, ma ad ogni modo qui ho lavorato”. È qui che nascono tutte le figure ammantate dall’elegante inquietudine di spazi vuoti, di oggetti quotidiani, di prospettive ardite, di gesti che, nella loro umiltà, rimandano ad un mistero profondo. La critica ha sottolineato come attorno al 1920 avvenga una sorta di cambio di rotta nella pittura di Casorati. Fino ad allora l’attenzione era rivolta principalmente al segno, alla ricerca del contorno ideale. Questo fondamentale scatto rivoluzionario sposta l’attenzione sulla creazione di volumi capaci di connotare con abile rilievo la plasticità delle forme, collocandole poi su piani inclinati, e facendole convivere con ombre e simmetrie. A tratti quello di Casorati sembra una sorta di gioco ironico in cui le figure recuperano la carnalità assieme alla morbidezza delle vesti (attingendo alla pittura del Quattrocento e del Cinquecento) mentre gli sfondi si frantumano in un mosaico di incastri improbabili. Per la ricerca della consistenza volumetrica appaiono indicativi i ritratti dedicati alla famiglia Gualino e, soprattutto, quello più famoso che ritrae Silvana Cenni, giocato su una forzatura del paradigma prospettico. Il tentativo di associare la plasticità con la frantumazione della composizione trova una consacrazione massima nel quadro Lo studio, l’opera più amata dal suo stesso autore. Tre figure femminili (o la stessa figura in pose diverse) ed un busto riempiono la stanza senza interagire, assorte in diverse proiezioni psicologiche. La luce è irreale, le ombre sembrano essersi affrancate dagli oggetti disordinatamente sparsi sul piano inclinato.

“È uno dei quadri che ho amato di più – ammette Casorati – e dei più sfortunati perché bruciato nel famoso incendio del Glaspalast di Monaco di Baviera (assieme alla Fanciulla dormiente, ndr). Appunto per l’affezione che avevo per questo quadro ho cercato di rifarlo parecchie volte. Lo sto rifacendo anche adesso. Questo quadro è basato su una prospettiva fatta di ombre e di forme su di un piano un po’ inclinato. In questo quadro le ombre, le forme e la prospettiva hanno quasi una ragione veristica. Nei miei ultimi quadri lo spazio e soprattutto le ombre sono diventati quasi autonomi ed hanno una ragione di vita propria”.

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Sulla pittura di Felice Casorati i dibattiti non si fermeranno. Qualcuno porrà l’accento sulla cifra dei toni malinconici, altri sottolineeranno la volontà di essere rasserenante. Qualcuno insisterà certamente sull’inquietudine e sui temi del realismo magico. Ma a nessun osservatore attento potrà sfuggire come nei profili umani,  negli oggetti comuni, nelle modulazioni dei colori sia percepibile un’inclinazione naturale a ribadire, attraverso la pittura, l’evidenza che la realtà, comunque sia rappresentata, rimanda necessariamente ad altro. Anche le uova, le ciotole, le scodelle o le mele adagiate sulla prima pagina di un giornale richiamano, nel loro silenzio, tutto il senso di una vita e le necessarie ritualità che ne ritmano uno scorrere necessario. Dove qualcuno può individuare un’immobilità quasi claustrofobica è altrettanto percepibile una sorta di elogio della lentezza, dell’attimo, del gesto sospeso. In questo consiste la reale evidenza della pittura di Felice Casorati, artista misurato ed abitudinario, sobrio e posato, capace di estrarre le ragioni della storia comune da un impercettibile sussurro di vita.

Natale Luzzagni

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