LA FERTILE SOFFERENZA

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Dopo aver fatto esperienza diretta del fatale e incolmabile vuoto generato dalla perdita del marito, Maria Vittoria Scaramuzza, poliedrica e raffinata poetessa veneta, prende atto, sia pure gradualmente, a fatica e con grande pena, dell’irreversibilità dell’evento. A lungo, ormai, ha “convissuto con la morte”, tracciando “un fiume di dolore”. Ora sa che “neppure di morte si può parlare all’infinito, perché il sangue secca e marcisce in una immota malinconia”; che, una volta “smascherato”, anche il sogno autoingannatore muore; che solo l’azione consente all’anima di riempirsi d’aria, di mondarsi dalla bruma che ne insidia le radici; che la cesura tra il prima e il dopo è muro di frontiera… Sa infine che le resta, comunque, la possibilità di rendere partecipi gli altri della sua epifania rigeneratrice. E lo fa intonando un canto nuovo che affida alla silloge La fertile sofferenza, pubblicata da Venilia e Valentina Editrici.
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I versi non mirano a consolare, bensì sono uno stimolo ad agire. Dicono che, se ci si concentra solo su sé stessi e sul proprio dolore, la sofferenza cresce a poco a poco: si dilata, si fa urlo e, nel contempo, diventa pianta sterile, terra desolata, deserto, lamento inutile e autodistruttivo; che vita e morte fanno parte del grande e indecifrabile gioco che ci vede creature “gettate” nel mondo, in un viaggio dalla durata imprevedibile, su sentieri già percorsi da altri e ad altri destinati; che diventa più agevole il cammino, se si ha il dono di avere accanto chi riesce a infonderci calore e forza, anche se “silenzioso, assente, insondabile e imperturbabile”; che la durata della compagnia è figlia di un capriccio; che “l’usualità della vicinanza” ci porta a trascurare la bellezza e “i particolari di una peonia”; che Albertina, Elena, Eva, Luisella e Lina non ripeteranno mai più la loro parte e che solo “sulla soglia paventata del nulla” si diventa veri, ci si toglie la maschera, e si lasciano fluire finalmente parole mai pronunciate prima.
Il destino è impietoso. Ad ora incerta, infatti, arriva, inatteso, il momento di separarsi: il distacco punge il cuore, lo graffia, lo trafigge. Non si può tornare indietro, né pareggiare i conti che non tornano. L’umana avventura è costellata di distacchi, di repentine e insospettate partenze, di commiati che piantano chiodi di ghiaccio nell’anima. Chi muore non transita in un magico altrove, né diventa fantasma vagante nell’aria; resta come traccia, invece, in ciò che ha fatto, in coloro con cui ha condiviso parte dei suoi giorni e con i quali ha lasciato pur sempre un conto aperto segnato da crediti e debiti. Tutto rimane sospeso, in un presente che s’incrosta in una lastra di marmo, nell’enigmatico immobile sorriso di un ritratto. Il “sopravvissuto” trova difficile cambiare ruolo. Ottusa e dura, la vita continua a scorrere, impone scelte difficili, svolte; chiede di rialzarsi. Ma nulla è più come prima. Non esiste la possibilità di rimescolare le carte, di ripetere il gioco, di recuperare i giorni perduti. Lo dicono i versi di Sortilegio, una delle poesie più belle e intense della raccolta: “La donna pensò la prima volta/ che ripetendo esattamente i gesti/ di quell’ultimo giorno/ il finale si poteva cambiare:/ lui sarebbe stato lì, nella sua stanza/ e, appena lei varcasse quella porta,/ avrebbe aperto le braccia per amarla/ Non osò crederlo del tutto/ … La volta dopo era una calda estate/ … La terza volta era già l’autunno/ … La quarta volta la donna si decise/ … Rifece volando la corsia/ … arrivò alla porta,/ lui sarebbe stato lì/ … qualcuno la guardò penosamente/ … Disse a nessuno:/ ‘Se smascheri un sogno/ il sogno muore e, per vivere,/ io ne ho ancora bisogno’”. Lo ribadiscono quelli di Speranza delusa: “Se sei venuto a prendermi stanotte/ ora dove sono io e tu dove sei?/ Dalla chiesa il suono fesso di una campana/ ammonisce di non sperare, la fatica/ sarà ancora solitaria e tortuosa”.
Nella bella e illuminante prefazione, allo scopo di sgomberare il campo da ogni possibile equivoco, Stefano Valentini scrive: “Nelle poesie che chiudono il libro si trova la chiave per decifrarne il titolo, che non mira a valorizzare il dolore (né men che meno a ‘santificarlo’) ma, semplicemente, a prendere atto delle sue conseguenze”. Valentini, dopo una totale ed empatica immersione nel testo, ne ha colto in pieno e ne ha svelato il senso, grazie a una sottile analisi psicologica e a una valutazione estetica e letteraria tecnicamente impeccabile.
Maria Vittoria Scaramuzza ha ripreso in mano la sua vita. Ha intonato un canto sublime. Ha dimostrato che nulla accade invano e che il dolore può aiutare il cuore, e la mente, a migliorare la loro sintonia… E che l’autocommiserazione non serve. Perché da ogni esperienza, per lacerante che sia, è possibile ricavare energia preziosa per crescere, rinnovarsi, aprirsi di più alla vita; per creare, per sé stessi e per gli altri, una musica terapeutica e catartica; per contribuire a rendere il mondo più refrattario all’egoismo e alla guerra, in tutti i sensi intesa, e più disposto a dialogare e ad amare.
Pasquale Matrone
(da La Nuova Tribuna Letteraria, n°113)

 

Maria Vittoria Scaramuzza

LA FERTILE SOFFERENZA

VENILIA E VALENTINA EDITRICI, Lozzo Atestino e Padova, 2013

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