GLI ATIPICI – Norman Mailer

A novant’anni dalla nascita dello scrittore: 1923-2013

NORMAN MAILER: il contestatore (contestato) del sogno americano

Quando Sergio Leone, nel 1984, gli commissiona la sceneggiatura del suo film C’era una volta in America, Mailer si rinchiude per più di venti giorni in una stanza d’albergo di Roma con una cassa di bottiglie di whisky

 Norman-MailerIl romanziere, giornalista, saggista (e anche attore e regista cinematografico) Norman Kingsley Mailer è scomparso da sei anni, ma oggi lo ricordiamo nel novantesimo dalla nascita. Nato nel New Jersey, a Long Branch, il 31 gennaio 1923, cresce a New York, Brooklyn. A soli nove anni ha già scritto un romanzo di 250 pagine (Invasion from Mars). A vent’anni, grazie ai sacrifici e alle insistenze per farlo studiare da parte della madre Fanny Schneider (ebrea e “adoratrice” del figlio maschio…) si laurea ad Harvard in ingegneria aeronautica. Il padre, quasi sempre ubriaco e disoccupato, rimane in ombra. Intanto scrive un altro romanzo, A transit to Narcissus, che resta inedito.

Pur se precoce, come scrittore non è ancora nessuno, ma il suo destino sta per realizzarsi in Giappone. Arruolato e inviato come sergente nel Sud Pacifico, per strappare ai giapponesi l’isola di Anopopei, vive un’esperienza personale drammatica e intensissima che trasfonde in un romanzo, Il nudo e il morto, in cui sono messi sotto i riflettori, davanti a milioni di americani, il terrore dell’individuo di fronte alla morte imminente e l’assurdità grottesca dell’organizzazione militare, delle sue miserie e contraddizioni, del mito della guerra e delle armi (mito che, peraltro, non è un’esclusiva americana, né della storia contemporanea). La tecnica utilizzata è nuova, dirompente come la materia del romanzo. Alla tradizionale narrazione dell’autore onnisciente, “che sa già tutto”, si alternano dialoghi fulminanti, moderni per il tempo (siamo nel 1948…).

Incredibilmente, questo primo libro pubblicato lo rende ricco e famoso, al punto da non avere preoccupazioni per gli anni a venire. Nonostante sia un esordiente, diventa dalla sera al mattino un autentico personaggio, uno scrittore acclamato e temuto. Inizia una battaglia sistematica, che durerà una vita, contro la società americana e i suoi “falsi miti”. Anni dopo, nel 1958, il romanzo sarà trasformato dal regista Raoul Walsh in un film con Aldo Ray e Cliff Robertson, accrescendo la notorietà dell’autore.

I romanzi che scriverà in seguito, La costa dei barbari, I duri non ballano, Il Vangelo secondo il figlio (una piuttosto… anomala controstoria di Cristo), Antiche sere, Il canto del boia (contro la pena di morte), Il fantasma di Harlot non eguaglieranno il trionfo, imprevisto e imprevedibile, de Il nudo e il morto, specchio fedele di una società – nelle sue multiformi componenti sociali, razziali, religiose – davanti alla realtà incombente della tragedia e della morte gratuita.

Per i suoi ideali Mailer, a quel punto, non avrebbe potuto non aderire al Movimento Beat. Il suo nome, infatti, figura accanto a quelli di Jack Kerouac, Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti. Analoga considerazione per il Movimento degli hippies o “figli dei fiori”, tra i quali Mailer era l’unico “over 40” accettato…

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Non solo nessun altro libro di Mailer uguagliò il successo strepitoso de Il nudo e il morto ma, addirittura, libri come Il Parco dei cervi gli furono ostinatamente rifiutati da vari editori. Nonostante il calo continuo del gradimento, sia del pubblico che della critica (pare che oggi, poi, si faccia sempre più fatica a vendere i suoi libri) egli fu, comunque, premiato col Pulitzer (due volte) e col National Book Award, per non parlare del premio attribuitogli nel 2005, due anni prima della morte, dalla National Book Foundation, per avere contribuito a mantenere alto il livello qualitativo della letteratura americana. Come giornalista-scrittore ed “opinionista”, Mailer è stato sempre molto impegnato in politica ed è finito anche in carcere, arrestato durante la marcia pacifista verso il Pentagono, nel 1967, contro l’intervento militare americano in Vietnam.

Tre anni prima di questo arresto aveva scritto un libro allo zolfo, Il sogno americano, nel quale proponeva un’interpretazione della politica estera degli Stati Uniti attraverso due “lenti” particolarmente “ostili”: Karl Marx e il sessuologo Wilhelm Reich. Risultato: l’America “si sfoga” facendo le guerre perché è nevrotica, sessualmente complessata e repressa (allora… non per interessi strategici, economici, politici, finanziari?). Da ricordare anche il saggio politico Why are we in Vietnam? (Perché siamo in Vietnam?), seguito nel 2003 da Why are we at war? (Perché siamo in guerra?) ai tempi della guerra in Irak, contro la politica estera “imperialista” di Bush e del suo establishment.

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Il carattere e lo “stile” di vita quotidiana dell’uomo-Mailer non aiutavano lo scrittore-Mailer. Egli stesso arrivò a scrivere, negli anni Cinquanta: “Troppe risse, e troppo sesso, alcool, marijuana, benzedrine e seconal e troppa, davvero troppa rabbia ridicola e paralizzante contro le minuscole frustrazioni del disgustoso mondo letterario. Un mondo necrofilo fino all’osso, in cui si uccide uno scrittore e poi se ne decora la tomba”. A parte l’azione dei barbiturici, Mailer si “denuda” davanti al lettore, si rivela nelle passioni e negli istinti anche più segreti, emette giudizi piuttosto ingenerosi (quando non cattivi) verso altri scrittori del suo tempo. Diventa “troppo esagerato” in tutto. Le debolezze, anche le più clamorose, che potrebbe tenere nascoste, se non altro per auto-rispetto della propria privacy più intima, le squaderna volutamente, proprio per fare pubblicità allo scrittore che è in lui. Scrive perfino un libro di 570 pagine, Pubblicità per me stesso, che è un coacervo di brani di diario, riflessioni, racconti incompleti, brevi saggi, articoli, pièces teatrali (una specie di moderno Zibaldone?). Il libro è edito in Italia da Baldini e Castoldi Dalai e tocca un’infinità di temi caldi (marxismo, psicanalisi, guerra, bebop, mondo magico e fasullo di Hollywood…).

Dicevamo, “esagerato” in tutto. Anche nell’alcool, nella droga e nel sesso, come da lui stesso riconosciuto. A proposito di amore e di sesso, un giorno ha scritto: “Il matrimonio ha quattro stadi. Dapprima c’è l’innamoramento, poi c’è il matrimonio, poi i figli e infine il quarto stadio, senza il quale è impossibile conoscere una donna: il divorzio”. E Norman Mailer, di mogli, ne ha avute sei. Mentre di figli ne ha avuti nove. Forse anche per questo era ossessionato dallo scrivere e dallo sfornare libri, gravato da troppi oneri finanziari: “Ho una montagna di bocche da sfamare”, usava ripetere. Oltretutto, scriveva ancora nel modo più tradizionale, cioè con carta e penna, anziché alla tastiera di un computer, in quanto odiava la tecnologia, che considerava deprimente e insidiosa per l’uomo.

Alessandra Farkas, nel suo pregevole necrologio apparso sul Corriere della Sera dell’11 novembre 2007, il giorno dopo la morte di Mailer, ha ricordato, tra l’altro, quanto detto dall’ultimo figlio dello scrittore, John Buffalo: “Era il vero patriarca ebreo. Un padre tradizionalissimo, affettuoso, sempre presente”. Ed ha aggiunto, per conto suo: “Affascinante, anche se tarchiato, con quei suoi occhi azzurro cielo e i capelli corvini, imbiancati in tarda età, le donne lo trovavano irresistibile. Tranne le femministe, che lo hanno considerato il loro ‘Nemico numero uno’, dopo il famigerato articolo del 1971 in cui attaccava il women’s lib in quanto, secondo lui, ‘ha tolto il mistero e l’arrapamento dal sesso’. ‘Con questa frase Mailer si è conquistato il posto d’onore nel pantheon dei maiali macho sciovinisti’, lo marchiò il settimanale Time. L’etichetta di sessista che lo mandava tanto in bestia… l’ha perseguitato per anni. I media si sono divertiti a ricondurre tutto alla sua violenza da macho. La stessa che nel 1960 lo avrebbe spinto ad accoltellare la seconda moglie Adele Morales durante un party a base di alcool e droga. E più tardi a picchiare un marinaio per strada, urlando ‘Il mio cane non è frocio!’, dopo che quello aveva messo in dubbio la sessualità del suo cane. Eppure nessun altro scrittore americano è mai riuscito, come lui, ad incarnare il ruolo dell’intellettuale impegnato a 360 gradi che non si tira mai indietro e ha un’opinione – quasi sempre controversa – su tutto”.

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A proposito, invece, di alcool. Quando Sergio Leone, nel 1984, gli commissiona la sceneggiatura del suo film C’era una volta in America, Mailer si rinchiude per più di venti giorni in una stanza d’albergo di Roma con una cassa di bottiglie di whisky, per poter… espletare al meglio il compito assegnatogli. Lo ricorda lo stesso Leone, più divertito che meravigliato, aggiungendo che si sentivano fino a dieci isolati di distanza le bestemmie e le urla dello scrittore per avere altri cubetti di ghiaccio.

Nello stesso 1984, a sessantun anni, lo scrittore si reca “finalmente” a visitare l’Unione Sovietica e, contrariamente alle sue aspettative, ne rimane amaramente deluso. “Questo non è l’Impero del Male, come va dicendo Reagan. Questo è un paese del Terzo Mondo!”.

Dagli anni Novanta vive in disparte. Continua a scrivere libri, ma questi si vendono sempre di meno. Muore a New York il 10 novembre 2007, a causa di un’insufficienza renale. Un’importante biografia di Mailer si deve a Gwendolin Simpson Chabrier, che è stata una delle sue mogli e ha avuto la possibilità di mettere ordine nella magmatica, complessa ed eterogenea massa di dati relativi alla vita e all’opera dello scrittore: è intitolata Norman Mailer, l’uomo che si proclamò Messia.

Mailer è diventato forse più famoso come giornalista, non tanto per aver collaborato a periodici come Esquire o Playboy quanto per aver fondato il giornale The Village voice (la voce del Greenwich Village di New York), uno dei primi giornali americani underground su cui ha dibattuto, con passione ed entusiasmo, le tematiche della sua critica (radicale, assoluta) alla società americana, considerata da lui una democrazia formale, falsa, sostenuta col potere e con le armi. Una democrazia, anche, repressiva (vedi il maccartismo, o l’accusa di pornografia perfino all’autore del Rapporto Kinsey), aggressiva e militarista, repressa e nevrotica, terreno di scontro e di dominio incontrastato del dio Dollaro. In pochi anni è diventato un’icona, un profeta (spesso inascoltato) e, come si è visto, si è anche autoproclamato “Messia”.

Il suo è stato definito, da Tom Wolfe, un new journalism consistente, in sostanza, in una sintesi tra creazione e cronaca sociale, in una narrazione di storie reali con una tecnica da romanzo, un linguaggio ad hoc e una narrativa “fresca, spontanea”, invece di un’arida esposizione dei fatti. Una descrizione di “scene”, anziché narrazione storica: oltre a Mailer, altri esponenti di punta del new journalism furono, appunto, Tom Wolfe e Truman Capote. Si pensi, tanto per portare un esempio, alla fortunata biografia, amorevole e spietata nel contempo, di Marilyn Monroe, altro mito non solo americano. Nel 1973 lo scrittore confessava che la sua Musa ispiratrice era Marilyn, sì, proprio quella dei Kennedy e dei chiacchierati rapporti con la mafia, “l’arrampicatrice sociale mangia-uomini e disposta a tutto per raggiungere, conservare e aumentare il successo”.

Luigi De Rosa (La Nuova tribuna Letteraria n°112)

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