GLI IMMORTALI – V. Majakovskij

PERSONAGGI

Diario di un inquieto: Vladimir Majakovskij

Spirito inquieto e tutto volto verso un futuro immaginato finalmente immune dalle storture e dalle ingiustizie del presente, Vladimir Majakovskij (nato a Bagdadi, in Georgia, il 7 luglio 1893 e morto a Mosca il 14 aprile 1930) fu uno dei maggiori poeti russi fioriti negli anni della Rivoluzione bolscevica del 1917.

 

alexander_rodchenko_vladimir_mayakovsky_1924La molla primaria che lo spinse ad operare fu l’ansia di rinnovamento della società, nella prospettiva della costruzione di un mondo migliore; un’ansia di rinnovamento che lo resse e lo sostenne, infondendogli l’entusiasmo del neofita, sinché quella stessa società che egli aveva contribuito a creare lo schiacciò, inducendolo al suicidio a soli trentasette anni.
Per la sua indole di innovatore, fu naturale che egli si accostasse ai movimenti di avanguardia: dapprima il Dadaismo (di cui fu tra i fondatori a Zurigo) e poi il Futurismo (del cui Manifesto in Russia fu uno dei quattro firmatari, nel dicembre del 1912), movimento dal quale mutuò l’estetica della velocità e della macchina e, soprattutto, quella dell’identificazione tra vita e poesia, volta al progresso dell’umanità.
Legato sin da giovanissimo al Partito Comunista Russo, usò la poesia come strumento di propaganda politica, al fine di favorire la rivoluzione e contribuì al suo trionfo, tra l’altro fondando un settimanale, L’arte della comune, e successivamente LEF (il Fronte di sinistra delle arti), organo dell’omonimo movimento letterario.
Viaggiò anche in America, dove visitò l’Avana, il Messico e gli Stati Uniti, ricavando impressioni che gli fruttarono le poesie del Ciclo Americano (1925-1926) e le prose de La mia scoperta dell’America (1926). Altre sue opere importanti furono un poema dedicato a Lenin (1924), A piena voce (1928-1930) e La nuvola in calzoni (1914).
Si occupò anche di teatro, scrivendo delle commedie satiriche, quali La cimice e Il bagno, contro la burocrazia nell’Unione Sovietica, nonché una pièce intitolata Vladimir Majakovskij.
Intorno alla sua poesia si è notato negli ultimi anni in Italia un rinnovato interesse, che si è manifestato tra l’altro attraverso la pubblicazione di un Oscar Mondadori intitolato A piena voce (1996), a cura di Giovanna Spendel; di un volume della Biblioteca Universale Rizzoli (2008), a cura di Guido Carpi, intitolato Vladimir Majakovskij, Poesie e di un libro apparso nella collana Un secolo di poesia del “Corriere della Sera” (2012), a cura di Aldo Nove, intitolato Di cento soli arde il tramonto.
Da tutti questi libri emerge viva l’immagine di un poeta dalla personalità molto marcata e senza dubbio dalla dirompente vitalità, che valsero a farlo affermare in patria e conoscere anche oltre i confini del suo Paese.
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Ma veniamo ai testi. La somiglianza con quelli dei nostri Futuristi appare evidente: anche qui c’è l’esaltazione della velocità e della macchina; anche qui c’è la volontà iconoclasta nei confronti della precedente poesia, espressione di una società ritenuta ormai superata, che si vuole combattere. In Majakovskij però c’è qualcosa di più: come una maggior foga, un maggiore entusiasmo, nascenti dal fermo convincimento di dover adempiere a una missione, consistente nel contribuire a realizzare una società di uomini uguali e liberi, nella quale fosse possibile una convivenza pacificata e serena. Un ideale, questo, per il quale lotterà con immutata energia durante tutta la sua breve vita.
Si prenda a scopo di esemplificazione una poesia come La guerra è dichiarata. Qui l’incipit è immediato: “”Edizione della sera! Della sera! Della sera! / Italia! Germania! Austria!”; e quasi pare avvertirsi il grido dei venditori di giornali, che annunciano il tragico evento, le cui conseguenze nefaste paiono subito avvertirsi: “E sulla piazza, lugubremente listata di nero, / si effuse un rigagnolo di sangue purpureo!”.
Seguono le immagini che efficacemente rendono l’orrore e le sofferenze provocate dalla guerra: “Dal cielo lacerato contro gli aculei delle baionette / gocciolavano lacrime di stelle”; “Scalpitavano i baci della cavalleria che prendeva commiato”; “la voce di basso del cannone sghignazzante”: e tutto ciò mentre la pietà fugge “schiacciata dalle suole”; i generali e i fanti fremono nel desiderio della “vittoria assassina” e nell’occidente s’arrossa la neve.
Intanto sulla piazza s’aduna la folla che inneggia alla guerra, nel mentre gli strilloni seguitano a lanciare il loro lugubre annuncio. È evidente chi qui la presa di posizione del poeta è netta: egli considera la guerra un’inutile strage e le sue immagini lo dicono con straordinaria efficacia.
Mosso come una serie di sequenze cinematografiche è pure Rivoluzione. Cronaca poetica, un poemetto nel quale in una rapida successione di quadri si sviluppano le varie fasi della rivoluzione che scosse la Russia nel 1917. Si passa così dalle prime avvisaglie del 26 e 27 ottobre al più ampio movimento della folla degli insorti, che tutto travolge: “Di colpo – / la gente, / i cavalli, / i lampioni, / le case / e la mia caserma / a frotte / di cento / si riversarono in strada”.
Vengono qui proclamate le idee di fratellanza e di solidarietà umana, nonché quella dell’appartenenza dei beni a tutti gli uomini: “Nostra è la terra. / L’aria è nostra. / Nostre sono le miniere di diamanti delle stelle”, per concludere con il ripudio della guerra e con la fede nell’avvento della “grande eresia socialista”.
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La stessa fede nel futuro la si ritrova nel poemetto dedicato a Vladimir Il’i_!, cioè a Lenin, che viene celebrato come colui che preparò l’avvento di un’era nuova per l’umanità; così come con un messaggio di speranza (“Risplendere sempre / risplendere ovunque”) si conclude la poesia intitolata Straordinaria avventura accaduta a Vladimir Majakovskij d’estate in campagna, dove il poeta dialoga col sole.
Come appare evidente anche soltanto da queste poche citazioni, caratteristica della poesia di Majakovskij è la tendenza a enfatizzare il discorso poetico, che assume in lui sovente un andamento narrativo, nel quale a tratti si fa pure strada una vena ironica, quantunque per lo più dai risvolti amari e persino tragici. Così è de Il flauto di vertebre, che ha questo incipit: “A voi tutte, / che siete piaciute o piacete, / che conservate icone nell’antro dell’anima, / come coppa di vino in un brindisi, / levo il cranio ricolmo di canti” e seguita con questa immagine: “Oggi io suonerò il flauto / sulla mia colonna vertebrale”, per terminare con questi due versi: “… sulla carta sono trafitto / con i chiodi delle parole”.
È questo un poemetto nel quale Majakovskij parla di un amore ormai morto con accenti di profonda tristezza: “Lo so / che s’è di già consumato l’amore. / Ormai da più d’un segno vi riconosco la noia”; “Ho spremuto a non finire la mia disperazione”.
Si manifesta pertanto in questo poemetto un altro aspetto della vena del nostro poeta, quello amoroso, che anche altrove trova espressioni molto intense, come in Lilika! Invece di una lettera: “Domani dimenticherai / che ti ho fatto regina / che l’anima florida incendiai d’amore, / e che il carnevale polveroso dei giorni vani / sgualcirà le pagine dei miei poveri libri…”.
Il “privato” fa così irruzione nella poesia di un poeta che volle essere e fu prevalentemente un uomo “pubblico” e “politico”: il che attesta della autenticità della sua vocazione di artista.
Si legga anche Lettera a Tat’jana Jakoleva, dedicata alla donna che, emigrata con lui a Parigi, non volle seguirlo nel ritorno in patria. A lei il poeta si rivolge con parole di malcelato rimpianto.
Si veda a tale proposito anche Congedo: “Parigi / fugge / accompagnandomi / in tutta / la sua bellezza impossibile. / Sali / agli occhi, / fanghiglia del distacco, / schianta / il mio cuore / con la sentimentalità! / Io vorrei / vivere / e morire a Parigi, / se non ci fosse / la terra che ha nome / Moskvà”.
Ma tra le poesie d’amore di Majakovskij forse la più nota, perché interamente percorsa da un’intensa passione, è La nuvola in calzoni, dove l’abbandono da parte della donna amata genera nel poeta una profonda sofferenza, che viene da lui espressa in versi del tutto anticonvenzionali, nei quali egli coglie l’occasione per dichiarare ancora una volta la sua concezione della poesia, quale espressione di sentimenti autentici e non di trite immagini e di abusati stilemi.
Il suo è invece un modo nuovo di far poesia più diretto e immediato, che nasce dalla vita stessa: “Sei entrata tu / tagliente come un “eccomi!”, / tormentando i guanti di camoscio, / hai detto: / “Sapete – / io prendo marito”; “Mamma! // vostro figlio è magnificamente malato! / Mamma! / Ha l’incendio del cuore”; “Maria! / Io temo di scordare il nome tuo, / come un poeta teme di scordare / qualche / parola nata fra i tormenti delle notti, / uguale per grandezza a Dio”.
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Notevole è qui, come sempre in Majakovskij, la forza del ritmo, segnato dalle cesure del verso: e si tratta di un verso che tende ad allargarsi o a restringersi seguendo l’impeto del dire poetico, che si snoda veloce e sonoro, ricco di immagini nuove ed estremamente visive, le quali stabiliscono un forte legame tra poesia e pittura.
L’elemento fonico e iconico vengono in tal modo a fondersi, con un andamento di stampo per lo più narrativo e drammatico, che si giova di una particolare cura della disposizione delle parole sulla pagina, come avviene, ad esempio, nella poesia dedicata a Sergèj Esènin, grande poeta russo, anche lui morto suicida, che così termina: “Per l’allegria / il pianeta nostro / è poco attrezzato. / Bisogna strappare / la gioia / ai giorni futuri. / In questa vita / non è difficile / morire. / Vivere / è di gran lunga più difficile”.
Tipico del modo di poetare di Majakovskij è l’immediatezza dell’impatto con cui affronta il lettore o colui che l’ascolta in poesie quali Ascoltate!, Io e Napoleone, A voi!, Ode alla rivoluzione, Ehi!, Versi sul passaporto sovietico.
Certamente questo poeta concepì l’arte dello scrivere come uno degli strumenti atti a creare un mondo nuovo, fatto di uomini liberi e privo di ingiustizie. Ma dovette scontrarsi con una realtà ben diversa da quella che aveva sognata. Ecco allora la sua lotta contro le storture del sistema, che egli identificò con il “burocratismo” (la sua poesia surricordata Versi sul passaporto sovietico inizia infatti: “Io come un lupo / divorerei / il burocratismo”). E fu proprio l’isolamento provocato come reazione alle sue commedie La cimice e Il bagno, nelle quali aveva aspramente criticato la burocratizzazione del nuovo Stato sovietico, unitamente ad una serie di delusioni sentimentali, a determinare in lui quello stato d’animo che lo portò a togliersi la vita con un colpo di pistola nel suo appartamento moscovita il 14 aprile 1930.
I suoi ultimi pensieri nella sua lettera di addio furono per la moglie Lilja Brik, per la madre, per le sorelle e per Veronica Vitol’dovna Polonskaja, che raccomandò al Governo sovietico. Poi così concluse: “Come si dice, l’incidente è chiuso. La barca dell’amore si è spezzata contro il quotidiano. La vita e io siamo pari. Inutile elencare offese, dolori, torti reciproci. Voi che restate siate felici”.
Terminava in tal modo l’avventura terrena di un poeta senza dubbio di molto ingegno, che aveva lottato e sperato nel corso di tutta la sua vita in un mondo migliore, per cadere infine nella disillusione e nella disperazione. La sua opera tuttavia non risultò vana, se ancora oggi di lui si parla e viene ritenuto molto valido quanto egli scrisse, al di là di ogni fede politica. Ed è proprio questa la virtù sovrana della poesia: quella di trascendere l’epoca e il luogo in cui sorse, per tendere (quando è vera poesia) all’universalità.
Quella di Vladimir Majakovskij fu certamente poesia vera per la forte passione che l’animò e per l’alto magistero formale di cui fu portatrice.
 Elio Andriuoli (da La Nuova Tribuna Letteraria n° 109)
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