GLI IMMORTALI – William B. Yeats

William Butler Yeats

Dal mito celtico alla grande poesia

Allorché, nel novembre 1923, gli venne conferito il Premio Nobel per la Letteratura, William Butler Yeats aveva 58 anni, essendo nato a Dublino il 13 giugno del 1865, ed era al culmine della sua carriera letteraria. Quest’alto riconoscimento veniva così a coronare degnamente l’assiduo ed intenso lavoro compiuto negli anni dal più illustre dei poeti irlandesi, certo quello che meglio di ogni altro ha interpretato lo spirito della sua Terra ed è valso a innalzare il livello della produzione poetica dell’Irlanda, prima di lui ancora troppo legata al passato e ancorata a vecchi schemi.

828c04895ad0851666139851bbe42d5dYeats è stato infatti colui che, tra i moderni poeti irlandesi, ha maggiormente valorizzato i miti e le leggende celtiche, facendo rivivere tutto un mondo che era da tempo quasi scomparso nella cultura ufficiale del suo Paese, ma vivo nell’anima popolare. Ciò appare evidente se si osserva come nella sua poesia ricompaiano eroi quali Oisin, protagonista del poemetto The Wanderings of Oisin (“I vagabondaggi di Oisin”), che riscosse al suo primo apparire molto successo. In esso si narra degli amori tra un essere mortale (appunto Oisin) e l’immortale Niamh, invaghitasi di lui; amori che ebbero fine allorché l’eroe, al termine di tre periodi di cento anni ciascuno trascorsi con Niamh su isole diverse, manifestò il desiderio di far ritorno fra i suoi, rinunciando alla temporanea immortalità che gli era stata concessa. Egli si pentì in seguito di tale passo, ma la via del ritorno presso la dea, che pure lo amava, gli fu negata. Né ritrovò i suoi, che da tempo erano morti, mentre la vecchiaia cadde inesorabilmente anche sul suo capo.

Un altro eroe che Yeats fa rivivere nei suoi versi è Cuchulain, figlio di una donna mortale e di un dio, protagonista di otto testi poetici e di cinque teatrali del nostro autore. Cuchulain è il massimo eroe dei quattro cicli narrativi della tradizione irlandese, dalla quale emerge incontrastato. Si narra che si innamorò di Emer, figlia di Forgall e moglie di Mananann, e che dopo lunghe fatiche riuscì ad ottenerla, fuggendo con lei. In seguito però Cuchulain si invaghì di Fand, facendola sua amante. Emer allora, ingelositasi, volle uccidere Fand; ma alla fine si impietosì di lei e le diede il suo perdono, ottenendo anche da un druida la bevanda della dimenticanza. Tra i testi maggiormente noti di questa saga vi sono Cuchulain’s Fight with the sea (“Il combattimento di Cuchulain con il mare”) e Cuchulain comforted (“Cuchulain confortato”). L’immagine che se ne ricava è quella di un eroe tragico, dal momento che egli uccide il proprio figlio in duello, senza riconoscerlo, e muore per le gravi ferite ricevute in combattimento. “I destini degli uomini sono in luoghi segreti di Dio” (The dooms of men are in God’s hidden place) recita un verso del primo di questi due poemetti; l’inesorabilità del destino pare essere il motivo conduttore che determina i personaggi.

Dopo Cuchulain, l’eroe di maggior spicco del ciclo dell’Ulster è Fergus mac Róich, re supremo di questa terra. Innamoratosi di Ness, accetta per ottenerla in moglie di cedere per un anno il trono al figlio di lei Conchubar mac Nessa. Questi però, allo scadere del termine stabilito, si rifiuta di cedere il potere e, con il sostegno del popolo, rimane sul trono. Fergus resta in attesa degli eventi, nella speranza di ottenere Ness; ma, dopo la tragica vicenda dei due amanti Deirdre e Naoise, morti a causa della persecuzione di Conchubar, Fergus fugge dall’Ulster e si allea con la regina del Connacht, Medb. Ne segue una lunga guerra, dagli esiti incerti, narrata nel poema Táin Bó Cuailnge, scritto tra il settimo e l’ottavo secolo in Irlanda dal poeta Seanchán Torpeíst. Il mito di Fergus è ripreso da Yeats, il quale coglie l’eroe nel momento in cui, ormai stanco del mondo, va in cerca della saggezza e parla con il vecchio druida, che gli offre un “sacchetto di sogni”, facendogli così intendere che la vera conoscenza del tutto è l’approdo al nulla.

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È quanto si ricava dalla lettura della poesia Fergus and the Druid (“Fergus e il Druida”) di Yeats, dove troviamo il sentimento dell’inesorabile fuga del tempo: “Io vedo la mia vita fluire come un fiume / di mutamento in mutamento” (I see my life go drifting like a river / From change to change) e della vanità della conoscenza al fine di raggiungere il rasserenamento dell’animo e quindi la vera saggezza: “Io sono stato / molte cose / … / E queste cose erano grandi e splendide; / ma ora sono diventato niente, sapendo tutto” (I have been many things / … / And all these things ware wonderful and great; / But now I have grown nothing, knowing all).

I richiami ai miti e alle leggende celtiche sono invero molto numerosi in Yeats, il quale li apprese dalla madre che glieli raccontava da bambino, facendo particolare riferimento a quelli di Sligo, località compresa nella loro contea di origine, situata nell’ovest dell’Irlanda. Questi miti vengono però rielaborati e reinventati dal poeta che ne coglie l’intima essenza, facendoli rivivere per un pubblico dotato di una nuova sensibilità, ma sempre disposto ad accoglierli per ciò che essi hanno di eterno, pur nel divenire della vita dello spirito umano. Yeats lo fa con uno stile fluido e ricco di immagini, talora altamente lirico pur nel suo andamento narrativo, dove la parola esprime le più sottili sensazioni e i più profondi pensieri con disinvolta levità e freschezza.

Si legga, ad esempio, quanto dice Niamh a Oisin allorché questi le esprime il suo desiderio di ritornare, anche se per un breve tempo, presso i suoi Feniani: “O vagabondo Oisin, il potere / del ramo con i campanelli è niente, / perché nelle tue dita si agita viva la palpitante tristezza della terra. / … / Vorrei morire come una piccola foglia appassita in autunno, perché più non saremo / uniti petto a petto, né i nostri sguardi svuoteranno la loro dolcezza solitaria…” (O wandering Oisin, the strength of the bell-branch is naught / For there moves alive in your fingers the fluttering sadness of earth / … / I would die like a small withered leaf in the autumn, for breast unto breast / We shall mingle no more, nor our gazes empty their sweetness lone).

Uno stile alto e intenso è dunque quello che Yeats rivela sin dalla sua prova di esordio, cui ne faranno seguito altre sempre più ricche di forza espressiva, man mano che si andrà affinando il suo dire; il che denota in lui la volontà di affermarsi quale bardo nazionale. Si prenda a tale proposito l’incipit di To Ireland in the Coming Times (“All’Irlanda nei tempi a venire”), dove si legge: “Sappiatelo, vorrei essere contato / tra i veri confratelli di quella compagnia / che cantò, per addolcire i torti dell’Irlanda, / ballate e storie, strofe e canzoni” (Know, that I would accounted be / True brother of a company / That sang, to sweeten Ireland’s wrong, / Ballad and story, rann and song). E soggiunge: “Né possa io essere considerato meno degno / di Davis, Mangan, Ferguson…” (Nor may I less be counted one / With Davis, Mangan, Ferguson…).

Di notevole pregio appaiono anche molte altre poesie o poemetti di Yeats, come He bids his beloved be at peace (“Invita l’amata alla tranquillità”), The harp of Aengus (“L’arpa di Aengus”), In memory of Alfred Pollexfen (“In memoria di Alfred Pollexfen”), An Irish airman foresees his death (“Un aviere irlandese antivede la sua morte”). Particolarmente riuscita appare quest’ultima, nella quale è ricordata la morte del maggiore Robert Gregory, figlio di Lady Gregory, e nella quale di notevole effetto è la chiusa: “Soppesai tutto, rammentai ogni cosa; / gli anni a venire mi parvero spreco di fiato, / uno spreco di fiato gli anni addietro / confrontati a questa vita, questa morte” (I balanced all, brought all to mind, / The years to come seemed waste of breath, / A waste of breath the years behind / In balance with this life, this death).

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L’aviere Robert Gregory che va senza esitare incontro al suo destino, con coraggiosa determinazione, è qui un po’ il simbolo di tutti gli uomini che affrontano la vita con la consapevolezza che ciò che conta è adempiere sino in fondo il proprio dovere. Altre poesie notevoli di Yeats sono Ego Dominus Tuus, un testo in cui è evocato Dante, che “usò lo scalpello sulla pietra più dura” (He set his chisel to the hardest stone) e “trovò / la donna più esaltata mai amata da un uomo” (… he found / The most exalted lady loved by a man); A prayer for my daughter (“Una preghiera per mia figlia”), dove troviamo versi molto intensi, pur nella loro sempre vigile cura formale, come: “Le sia donata la bellezza, e tuttavia / non tanta da turbare un occhio estraneo, / o il suo davanti ad uno specchio” (May she be granted beauty and yet not / Beauty to make a stranger’s eye distraught, / Or hers before a looking-glass); Sailing to Byzantium (“Navigando verso Bisanzio”), uno dei testi più noti che rappresenta, per sua stessa indicazione, “un viaggio verso la ricerca della vita spirituale”, essendo stata Bisanzio in altri tempi “il centro della civiltà europea e la fonte della sua filosofia”. Egli inoltre a questo punto aggiunge: “Credo che nell’antica Bisanzio… la vita religiosa, quella estetica e quella pratica fossero una cosa sola”. Leggiamo di questa poesia qualche verso: “Quello non è un paese per i vecchi. I giovani / abbracciati, gli uccelli sugli alberi – quelle / generazioni morenti – intenti a cantare /… / O saggi, o voi che state nel fuoco sacro di Dio / come nell’oro musivo su una parete, / uscite dal fuoco sacro, scendete in una spirale, / e siate i maestri di canto dell’anima mia” (That is no country for old men. The young / In one another’s arms, birds in the trees / – Those dying generations – at their song / … / O sages standing in God’s holy fire / As in the gold mosaic of a wall, / Come from the holy fire, perne in a gyre, / And be the singing-masters of my soul). Si legga inoltre un’altra poesia intitolata da Yeats Bizantium, che riprende il motivo del viaggio (questa volta in chiave onirica, ma con immagini di marcata evidenza) verso la capitale dell’Impero d’Oriente; un viaggio in cui si avverte come il presentimento della morte: “Le immagini non purificate del giorno rifluiscono; / la soldataglia ubriaca dell’Imperatore è a letto; / … / Davanti a me fluttua un’immagine, uomo o ombra, / più ombra che uomo, più immagine che ombra / … / Saluto il sovrumano; / lo chiamo morte in vita e vita in morte” (The unpurged images of day recede; / The Emperor’s drunken soldiery are abed / … / Before me floats an image, man or shade, / Shade more than man, more image than a shade; /… / I hail the superhuman; / I call it death-in-life and life-in-death).

Un’intensa rievocazione del tempo trascorso, con tutto ciò che esso ha contenuto di nobile e di prezioso, si trova in The Municipal Gallery revisited (“La Galleria Municipale rivisitata”), che termina con questi versi: “Voi che vorreste giudicarmi, non giudicate soltanto / questo o quel libro, venite in questo luogo consacrato / dove sono i ritratti dei miei amici e guardateli; / scoprirete la storia d’Irlanda nei loro lineamenti; / pensate dove soprattutto inizia la gloria umana e finisce, / e dite che tutta la mia gloria fu avere simili amici” (You that would judge me, do not judge alone / This book or that, come to this hallowed place / where my friends’ portraits hang and look thereon; / Ireland’s history in their lineaments trace; / Think where man’s glory most begins and ends, / And say my glory was I had such friends).

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Emerge da questi versi l’immagine di un poeta incisivo e forte, come del resto si ricava dalla stessa motivazione del Nobel assegnatogli “per la sua poetica sempre ispirata, che con alta forma stilistica ha dato espressione allo spirito di un’intera nazione” (Stoccolma, 1923). Ed invero Yeats è un autore che come pochi si è distinto per coerenza e nobiltà di stile e per profondità di contenuti, lasciandoci libri degni della massima attenzione, destinati a durare a lungo nel ricordo di quanti amano il dono inestimabile della poesia.

 Vissuto prevalentemente tra l’Irlanda e Londra, dove trascorse buona parte della sua vita, Yeats ebbe vivo il sentimento dell’identità nazionale irlandese, che si esplicò specialmente nello studio e nella valorizzazione della mitologia gaelica. Fu inoltre sensibile ai problemi riguardanti la questione agraria (si veda Upon a house shaken by the land agitation, “Di una casa scossa da tumulti agrari”) e si interessò di occultismo, partecipando alle sedute spiritiche della Esoteric Section of the Theosophical Society.

Nel 1889 si innamorò di Maud Gonne, attrice e paladina del nazionalismo irlandese, la quale però non gli corrispose. Ebbe invece in questo periodo una relazione con la scrittrice inglese Olivia Shakespeare. Una lunga amicizia lo legò poi a Lady Gregory, drammaturga e traduttrice dal gaelico, con la quale diede vita nel 1904 all’Abbey Theatre di Dublino, che ebbe una notevole importanza per gli sviluppi del teatro irlandese. Viaggiò negli Stati Uniti, in Italia e in Francia dove, a Parigi, conobbe Ezra Pound. Nel 1917 sposò Georgie Hyde-Lees, dalla quale ebbe due figli, Anne e Michael. Come si è detto, nel 1923 gli venne assegnato il Premio Nobel per la Letteratura. Dimorò più volte a Rapallo fra il 1928 e il 1930 per curare dei disturbi respiratori. Nel 1934 subì un intervento chirurgico di vasectomia. Morì a Roquebrune, in Francia, il 28 gennaio del 1939. Dal 1948 riposa nel cimitero di Drumcliff, a Sligo, in Irlanda.

Le traduzioni delle poesie qui citate sono quelle di Ariodante Marianni contenute nel volume Yeats. L’opera poetica (Meridiani Mondadori, 2005).

Elio Andriuoli (La Nuova Tribuna Letteraria n°114)

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