Finalisti Premio “La Poesia del 2014”

applausi

 

PREMIO “LA POESIA DEL 2014”

La Giuria composta da Sandro Angelucci, Claudio Bedussi, Luigi De Rosa, Corrado Di Pietro, Rosanna Perozzo, Maria Vittoria Scaramuzza, Stefano Valentini (giurato e coordinatore), esaminati in forma anonima i componimenti poetici pervenuti nei termini stabiliti dal bando del concorso riservato agli abbonati, considerate le valutazioni di ciascun membro su ogni singolo testo, ha designato la rosa di dodici poesie finaliste elencate senza alcuna preferenza, ma seguendo l’ordine alfabetico degli autori:
Tarocchi di Gianfranco Bartolomeoli (Ivrea, To)
Andare di Antonio Capriotti (San Benedetto del Tronto, Ap)
Strada campestre di Ciro Carfora (Napoli)
Prima sera di Antonietta Castelli (Roma)
Un brivido d’amore di Donatella Chiorboli (Selvazzano, Pd)
Forse di Maria Cianflone (Lamezia Terme, Cz)
Marta di Rossano Onano (Reggio Emilia)
Finito di Laura Pierdicchi (Venezia Mestre)
Arriverai inatteso di Annalisa Rodeghiero (Padova)
Mi cammina un’isola di Annamaria Salanitri (Asti)
Mani prigioniere di Francesca Simonetti (Palermo)
Verrà la pioggia di Gino Zanette (Godega di Sant’Urbano, Tv)
La Giuria ha ritenuto inoltre meritevoli di segnalazione le 14 poesie dei seguenti autori, che saranno via via pubblicate su questa rivista a partire dal prossimo numero: Adriana Agostinis (Padova), Elia Bacchiega (Badia Polesine, Ro), Pasquale Balestriere (Barano d’Ischia, Na), Mario Aldo Bitozzi (Udine), Caterina De Martino (Catania), Grazia Fassio Surace (Moncalieri, To), Alberto Gandini (Firenze), Renato Gottardi (Cembra, Tn), Paolo Lizzio (Gela, Cl), Pina Meloni (Nichelino, To), Giovanna Ranzato (Roma), Angelo Raffaele Scetta (Castelvenere, Bn), Vito Sorrenti (Sesto San Giovanni, Mi), Ferruccio Zanin (Treviso).
Le dodici poesie finaliste che pubblichiamo di seguito, come da regolamento, vengono ora sottoposte al giudizio dei lettori i quali dovranno esprimere la loro preferenza entro il 10 dicembre 2014 attraverso l’apposita scheda allegata alla rivista. Si ringraziano fin d’ora tutti i lettori che avranno la sensibilità di partecipare alla consultazione, confermando con il loro voto la validità della formula – unica in Italia – di questo Premio, giunto alla ventiquattresima edizione e in procinto di bandire la venticinquesima. Per incentivare la partecipazione, tra tutte le schede-voto pervenute, saranno estratti a sorte due nominativi che riceveranno un abbonamento gratuito (per sé o da regalare) e quattro nominativi che riceveranno due libri omaggio.
Il bando relativo alla prossima edizione del Premio «La Poesia del 2015» è pubblicato a pagina 10 del numero 116 de La nuova Tribuna Letteraria.

 

 

TAROCCHI

Scorda gli arcani maggiori divinanti

solo fati precipiti e spietati,

la matta che irride tra le dita,

il sole, la luna, l’impiccato,

le stelle, il bagatto, l’eremita.

 

Dika, forestiera discreta,

la tua segnata sorte

trepidi accadimenti oggi ti addita

che negheranno come per ventura

i passi scompagnati della morte,

le ingannevoli storie della vita.

 

Ritroverai presto il funesto

greve ansimare della sorda estate,

sconterai le monotone, traverse

grigie abiezioni delle sue giornate

ma più nuove avventure incontrerà

la tua stagione di sogni rinverdita

che un inverno accidioso non distruggerà.

 

Bruna vestale, amica israelita,

allora mancherà

alla mia età corriva

ogni grande ansietà

e te ne andrai per patrie meno ostili

sempre più schiva.

Acque senza alcun nome e senza approdi

frangerà la mia barca

alla deriva.

 

Gianfranco Bartolomeoli – Ivrea (To)

 

 

 

 ANDARE

E a un punto per noi vivere divenne andare

– e talvolta anche fuggire – in cerca d’arie, cose

e palpiti d’altrove, al seguito del sogno lusinghiero

acceso infine alla finestra

da sagaci albe fattucchiere: andare

– i piè sospinti ai varchi su battelli ebbri di speranza –

ad inventare passi lungo strade remote d’Occidenti

e tra le brume dei Nord parsi lucenti – paradisi

appètto a secchi e tribolati Sud del mondo. Andammo

creduli odissei, trepidi viaggianti

incerti sulle rotte visionarie del finito: cieli d’oltreitaca

alla fronte, poli d’ansia; e alle spalle un solco

brulicante di memorie – puntuale

la squilla vespertina del rimpianto. Oh, la vita

voluta fortemente era scontento, trascinante

volta a volta all’effimero di approdi: insonnie

ovunque, e di giorno altri cenni, vapori erratici

– morgane ricorrenti sui quadranti –

e mappe risegnate; subbuglio di preludi

a nuovo andare; addii reiterati

in procedure lente sulle soglie.

 

E infine sarà che tutti – consumata la favola del tempo –

a uno a uno ce ne andremo dal pianeta, migreremo

incorporei: esitanti farfalle schiuse appena e tratte

da vento repentino a oscuro volo.

Guarderemo allora con occhi di pianto la Terra

farsi lontana: le contrade ove del vivere fornimmo

intense le nostre stagioni. E nuova

al cuore un’ansia additerà che a breve

– forse su rive d’ombra o tra splendori

d’astri, chissà – noi rivedremo i cari

già passati. L’attimo ancora

saprà di case, di ritorni: svanita a noi per sempre

la Terra col suo sole, d’umano ancora esulteremo

di là – nel gorgo d’infinito che ci assale.

 

 

Antonio Capriotti – San Benedetto del Tronto (Ap)

 

 

 

 

 

STRADA CAMPESTRE

 

Accompagnami a casa

strada campestre.

Non essere sasso

d’inciampo

per i miei passi

che avverto indecisi.

 

Accompagnami

col fiato delle zolle

già morse dal gelo,

tra la nudità degli alberi

che resistono al vento.

 

Accompagnami

nell’ora che il ruscello

è ispirato da malinconie,

perché le tortore

non vengono a dissetarsi

alla sua fonte.

 

Accompagnami a casa.

Ho da schiudere finestre

per i sorrisi del sole

e delle stelle.

 

Accompagnami

nel profumo

che rigenera la fede

che i padri m’insegnarono,

tra i palpiti,

che impazienti

misurano l’attesa

della gioia.

 

Accompagnami a casa

strada campestre.

I gerani anelano carezze.

 

 

Circo Carfora – Napoli

 

 

 

 

 

PRIMA SERA

 

Si posa il tempo in questa breve ora

che non è più del giorno e non è sera

e dolcemente smorza ogni rumore.

Quando tace il trattore, torna il cielo

a riempirsi di canti, come allora

che lenti i buoi rientravano dai campi

su vie d’erba, oggi strade asfaltate;

sapeva l’aria di erbe falciate

al tramontar del sole, come ora.

 

E questo lieve istante che si spegne

mi riaccende il mistero

di quella lunga ora che è la vita,

e scorre breve, e nei ricordi poi

pare infinita, e sempre nuova, e a volte

sempre uguale – continuo sovrapporsi

di presente e passato, in bene e in male.

 

Ogni attimo, ogni battito di cuore,

ci ha portati fin qui,

nella luce che fa tenui i pensieri;

dopo riprenderanno le illusioni

e le gioie sommesse,

delusioni e promesse, come ieri,

in vario mescolarsi

di sublime e consueto,

sempre in lizza fra loro.

 

Può capitare allora

che l’allocuzione

del molto egregio Signor Professore

a volte sia gran noia

e il basilico fresco nel mio orto

una gran gioia.

 

 

Antonietta Castelli   Roma

 

 

 

 

 

UN BRIVIDO D’AMORE

 

Il mio uomo è di terra,

profuma di pane,

racconta storie incantate

con occhi grigi

e cuore paziente.

Il mio uomo è di vento,

dolce e pungente,

scuote i silenzi

dei deserti, come un lampo

nell’ombra.

   Bianche vibrisse si sfiorano,

   un brivido d’amore nella notte.

Un’altra forma,

gli stessi lacci segreti

a dare asilo e rifugio,

ad inventare sogni

nel cerchio di un tempo

che fugge e unisce.

 

 

Donatella Chiorboli – Selvazzano Dentro (Pd)

 

 

 

 

FORSE

 

Forse, alla fine della vita

avrò imparato a tendere le mani

per spostare muri di apparenze

e sipari di solitudini.

 

Forse

adagerò la mia sera paziente

nell’altalena del bene e del male

per sciogliere i grumi dei giorni

al palpitare delle stelle.

E cercherò la mia “isola che non c’è”

dove il mare culla i sogni naufragati

che, con ritmo eterno,

si infrangono sulle scogliere del tempo.

 

Forse, alla fine della vita

avrò capito la lezione

avrò superato la prova

avrò ritrovato l’approdo.

 

Forse.

 

 

Maria Cianflone – Lamezia Terme (Cz)

 

 

 

 

MARTA

 

Il piccolo merlo ha pianto disperato

dallo spasimo d’alba al tramonto del sole,

la mamma ha risposto senza atterrare, un saluto

funebre senza assistenza, poi è calata la notte.

Marta ha raccolto le piume, povera donna

materna, acqua e cibo che il piccolo forse

ha gradito, una scatola di cartone e foglie

nella veranda chiusa da vetri, contro la fame

giuliva dei gatti. Marta non è una merla,

dopotutto, ha fatto quanto era possibile.

Al nuovo tremito d’alba il piccolo aveva

rantoli, collocato in giardino al piede

dell’albero, nel sottobosco del suo precipizio.

Si è coricato supino, stranamente, gli occhi

rivolti al cielo fino all’ultimo

sospiro, minimo e muto, al cielo

così libero e perso, quando ancora la mamma

uccellina tenta l’ultimo saluto

con un volo ampio nella celeste

apatia mattutina, prima di scomparire.

 

 

Rossano Onano – Reggio Emilia

 

 

 

 

FINITO

 

Era piccola la scarpa che si posò

sui gradini della casa

pronta ad accogliere la fiaba.

Quelle scale ogni giorno più volte per tre piani

e per anni tanti anni tante suole consumate.

            Ora

non poserò più il piede

non aprirò più la porta.

 

Tutta la storia lì dentro – ogni granello di polvere

un pensiero un grido un pianto una speranza

una gioia una delusione un’ansia un’attesa

una certezza una disperazione. Tanto amore.

 

La sala cucina a raccogliere i respiri – ogni camera

a proteggere i sogni. Tutto il resto fuori –

dentro la più grande ricchezza. Ora non più

la casa è vuota a custodire i ricordi.

 

Ma un nuovo piede un piede estraneo entrerà

nell’ammasso di tanta energia – e nella corrente

delle finestre aperte

la polvere troverà la via d’uscita.

Si disperderà nel nulla. Finito. Tutto finito.

 

 

Laura Pierdicchi   – Venezia Mestre

 

 

 

 

 

ARRIVERAI INATTESO

 

Arriverai inatteso

a ricompormi il viso,

inespressivo sguardo

che scruta l’orizzonte.

Oltre il monte,

più in là

è racchiusa la speranza,

oltre le valli l’eco

di una voce mai sopita.

Mi riporterai quel sogno,

l’abbraccio che dà vita,

l’amore che esulta

nel cuore che torna

a battere ancora

se la tua mano

lo sfiora.

 

 

Annalisa Rodeghiero   – Padova

 

 

 

 

 

MI CAMMINA UN’ISOLA

 

Calpesto una terra imbevuta nella nebbia

dove l’estate è una febbre breve

che spacca le zolle simulacri

di fossili sepolti.

Ma negli oscuri vortici del sangue

mi cammina un’isola imprigionata

da lingue di lava rapprese

ogni notte dondola sotto tragiche lune

e disperde in fragranze di mirti e di zagare

l’odore aspro di sangue e sudori millenari

e soprusi, silenzi e vendette.

Qui le donne antiche creature in seppia

trascinavano povere vite in tuguri

stretti gli uni agli altri.

Andavano alle magre fontane

ad attingere l’acqua e accudivano

ciclici figli affamati

mentre gli uomini inneggiavano

a ebbrezze di vino e di voglie.

 

Io non appartengo a quell’isola

anche se mi attrae col suo canto

di sirena un poco roco

che rivendica il legame ad un mosaico

predestinato che non concede scampo

ad un’evasione definitiva.

 

 

Anna Maria Salanitri   Asti

 

 

 

 

 

MANI PRIGIONIERE

 

Si deformano i boschi e pure il mare

se lo specchio incrinato li scorge

                        con strabico dolore –

            copri, tempo, gli specchi:

tutto è chiuso nella memoria –

il passato ed il futuro che si ripeterà

nel bene e nel male quando

            pure l’amore resterà senz’ali

progioniero di strade desolate –

assenti i viandanti – ombre

intruse senza corpo – solo la parola connubio

            di spirito e sangue

s’imprime sulla carta eternandosi –

ma quando sullo schermo del computer

si ferma, è come se mi guardasse

dentro le pupille, ammonendomi

come uno specchio segreto – l’alter ego –

magnetica forza della giovinezza

impressa nello spazio, in ogni forma di vita –

in ogni pietra, in ogni punta di roccia

che sul mare si protende

come le mani prigioniere

d’un lontano giardino senza fiori

né conchiglie rubate al mare

e poi nascoste negli strati profondi – 

sicuro porto dove neppure l’uragano

ne potrà scuotere la quiete

            tenace oasi – caparbia volontà

d’eternare la vita, l’amore.

 

Francesca Simonetti – Palermo

 

 

 

 

VERRA’ LA PIOGGIA

 

Verrà un giorno la pioggia

Con i suoi calzari di seta

E capelli che profumano di fieno,

Le mani impastate di salmastro

Negli occhi il colore caldo delle dune

E labbra affabulanti di conchiglie:

Negli orecchi il risuonar festoso

Di fragori scemanti di maree

E nell’anfora antica a tracolla

Impigriti secoli di vento

E d’albe illibate di paura.

 

Tu la vedrai venir come in un sogno

D’implume donna girovaga sugli orti

Di un imbrunire che si fa buio a stento.

 

Di quella sera che sarà ebbra di pace, godo

Perché sarà pace finalmente vera, dopo.

 

Perché verrà dopo quel giorno

Dopo la pioggia e il cielo che si spegne

Il tramestio del tutto che ritorna

E muta resterà solo per un baleno, in alto

La falce verde della luna.

 

 

Gino Zanette – Godega di Sant’Urbano (Tv)

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