IL COMPRAANIME – Romanzo

IL COMPRAANIME

Cosa hanno in comune un gruppo di amici sballati, un demone senza testa, sfere colorate e fiumi di alcool e donne? Ecco cosa deve scoprire Il Tride nei primi 25 anni della sua vita. Tra deliri, disconnessioni temporali e perdita di cellule cerebrali, Il Compraanime è un romanzo di cura.

IlcompraanimeCopIl compraanime è un NON romanzo.
È diviso in tre parti che inizialmente, e forse anche alla fine, non hanno niente in comune, un racconto articolato in riferimenti biografici, poesie e sfoghi temporali.
È la storia delle vicissitudini di Tride, un ragazzo padovano nato nel quartiere Paltana Don Bosco, per tutti BUSA, che inizia ad avere strani incubi e a parlare con un demone senza testa chiamato Cina (da cinasky lo pseudonimo di Bukoswski in pulp e altri romanzi).
Questo demone gli racconta la leggenda distrota dei compraanime indicando il protagonista come prescelto.
Cosa deve fare Tride per diventare un compraanime? Semplicemente crescere, vivere e provare emozioni, sbagliare e e diventare sempre più freddo.
Ma le cose semplici non sono il benvenuto e Tride dovrà fare i conti con un nemico oscuro e non controllabile: L’AMORE.  Riuscirà a soffocarlo con mezzi autodistruttivi? Tra Padova anni 90, Londra e Grecia “il compraanime” è un romanzo di vita di quartiere di cura e di bevute.
Anche perchè il futuro è solo la conseguenza dei proprio sbagli.
PICCOLO DELIRIO INTERNO AL LIBRO.
Le tre stanze si accoppiano. La  piccola cucina  è accogliente, triste allo stesso tempo. Stile anni settanta, forse fabbricazione lasciata a caso. Ogni cassetto appartiene a mobili assemblati per mistero. Il tavolo cede ai colpi docili dei bicchieri di birra che si susseguono come gemiti disperati. Bolle di umidità si annidano sui muri biancastri. Qualche macchia del mio sangue si specchia in finestre distrutte dal tempo. Se solo i ladri sapessero. Le sedie sono mischiate. Nessuna fa parte dello stessa progenie, nessuna ha una storia in comune. Decine di famiglie si sono distribuite il dovere di modificare i lineamenti delle seggiole di legno chiaro. Non molto spazioso, non molto accogliente, eppure se contassi le ore passate  a fissare le crepature del soffitto, impazzirei.  Non manca da mangiare, pasta italiana, sughi nostrani invocano il loro utilizzo  disprezzando  il loro habitat costretto. Io non posso salvarli immediatamente. Accuratamente li seleziono per disperazione. Conosco i sentimenti più intimi di ognuno dei barattoli immobili. Capisco da loro che a nessuno piace stare dentro quella grande scatola di finto albero. Sento i loro sussurri, aprirli tutti per liberare le loro angosce. Non vogliono essere gettati come sacrificali in un bidone senza aver dato il loro contributo alla mia vita. Le birre con alta gradazione sono una via di emergenza. A cosa serve bere se non ti avvicina al tuo inconscio? Il fegato ormai non concede più spazio a barzellette alcoliche, non è interessato a tenui bicchieri di gas. Proclama la sua esistenza, la sua vocazione a farsi del male. Se solo potessi parlare con te, amico fegato. Quante battaglie caloriche, quanti aminoacidi intristiti, quanti batteri hai sconfitto, per poi scontrarti con mostri troppo grandi. Ciclopi da mille braccia distruggono parte di te. Schiumando veleno nelle  parti indifese. Abbattono ogni  barriera. Sei diventato pazzo a seguire le mie avventure hai semplicemente abbandonato lo spirito combattivo riducendoti martire di chissà quale stupido destino. Ingurgitando birra più forte so di farti del male. Inghiottendo cibi speziati ammetto di non aiutarti. Le tue sofferenze sono già state capite. Ma non posso tirarmi indietro adesso, capisci? Mi servi coraggioso non vittorioso. Non chiedo il perfetto  funzionamento. Chiedo la tua fedeltà nella sofferenza. Io con te esprimerò i tuoi striduli lamenti. Tramite il volto manifesterò il tuo cammino autodistruttivo. Capisco la tua sofferenza e la voglio concepire. Moriremo comunque insieme. Tu da umano, io come tuo organo interno. Mi svuoterò per buttarti fuori, per farti capire che alla fine ti rispetto. Sei il mio fegato. Massimo rispetto.

Tride FicoPerdo tempo a parlare del  fegato quando il mio futuro va inesorabilmente a puttane. Londra è multietnica, espansiva, piena di occasioni lavorative ma vuota di sentimenti. Il color grigio del  vento entra nelle ossa come un tumore. Il mio povero fegato non ha potuto adattarsi come un indiano pronto a farsi appendere per i capelli. Tutto  sfugge alle consuete abitudini. La birra, per quanto può essere secca e confidenzialmente attendibile, è troppo leggera. Gli inglesi iniziano a bere appena finiscono di lavorare. Alle sei di pomeriggio. Nessuno si alza dal tavolo  se prima non ha chiamato un taxi. Un italiano cresciuto nell’acool vede nelle persone inglesi un limite. Cosa vogliono sapere di litri di vino dei colli Euganei, di infinite “chiuse” in macchina… Cosa sa la Gran Bretagna del mio fegato? Cristo forse è morto schiacciato dentro una croce. La corona di spine era l’ortica della frusta. I chiodi nelle braccia e nelle gambe sono dolori umanamente sopportabili. La morsa del torace e delle costole inclinate sono dirette ai polmoni. Il cedimento comprensibile sta nella struttura portante, non nell’influenza negativa degli organi interni. Cosa conosciamo a due millenni di distanza? Perché? Non poteva morire di polmonite o di lebbra? Chi si proclama martire deve accettare il dolore. Un sentimento che non ha limiti e argini, un  soffocamento che solo la morte può spiegare. Io non voglio morire. Soffro d’ansia, di agitazione cronica, ho la spalla sinistra distrutta e le caviglie con i legamenti  mezzi latitanti. Ho il setto nasale deviato, situazione che mi ha portato ad avere un respiro incerto e difficile. Realtà che rendono la vita stessa bisognosa di intervenire. E lei verrà a prendermi. Mi verrà incontro, come stupida sposa davanti ad altari pieni di croci. Solo che non mi sentirò martire. Non morirò per salvare i peccati del mondo, non sono cosi stupido ed egoista ed ipocrita. Se la mia morte sarà dolorosa la colpa sarà solo mia, lo stile di vita determina lo stile di morte e credo che solo il silenzio possa dare importanza a  quel senso di appartenenza alla solitudine che la morte ci regala.

Alessandro Tridello, anni 35 nato a Padova proprietario della libreria Ginnasio in galleria San Bernardino, 3 (libreria storia che vende libri a prezzi scontati unica rimasta ancora aperta)

Questo è il romanzo di un amico, nato nel mio stesso quartiere di Padova. Io ci ho vissuto soltanto per tre anni della mia vita e me ne sono andato senza l’ombra di un ricordo, verso un piccolo borgo tra le colline della provincia. Alessandro Tridello (il nome per esteso dell’autore) ci ha passato tutta una vita. Quel quartiere, tra la via che collega la città con la zona termale e l’argine del Bacchiglione si chiama Paltana.

Per gli abitanti di quel nucleo di strade e case il luogo è battezzato come Busa (buca, in padovano), secondo la leggenda per la quale se ci si entra è difficile uscirne sobri. Alessandro si rinonosce nel soprannome che lo identifica come figlio di quel piccolo mondo, Tride. Anzi, il Tride, perché ancora meglio lo definisce come membro unico e speciale di un gruppo di amici. Il nucleo fondamentale su cui ruota tutto il romanzo è proprio il tema dell’amicizia, quella viscerale, solidale e indistruttibile. Sono i compagni con cui spartire ogni esperienza, ogni eccesso, ogni passione. Il compraanime è almeno due libri in uno. Da un lato c’è il racconto di una giovinezza fatta di amici, amori, alcol, canne, eccessi, scuola, famiglia, luoghi, riti domenicali. Parallelamente scorre, invece, una sorta di narrazione onirica, visionaria e psichedelica. I due percorsi si intrecciano in modo quasi ritmico, al punto da non poter stabilirne quale sia il confine netto che li separi. Il Tride rivela con orgoglio la straordinarietà del suo mondo. In Busa non si giocava a calcio ma a Pali. Nel campetto da basket, con passaggi veloci, si doveva mirare al palo che sorreggeva il canestro. Dal sudore si passava velocemente alle sbronze e più tardi alle canne. Si condividevano stati di alterazione, risate, gite, scoperte, tutti pronti a fare quadrato per salvaguardare l’unità del gruppo. Accanto all’identificazione con la compagnia della Busa, il Tride rivela, senza alcun pudore, la gamma delle piccole conquiste personali. C’è la gioia unica del primo goal, a dodici anni, vissuto con l’emozione di un primo amore. Si fa cenno all’iniziale imbarazzo all’esordio delle scuole superiori preso l’istituto Einaudi. Prendono forma i primi accenni di un ideale politico fascistoide e i primi sorrisi scambiati con le ragazze. Le rivelazioni dell’autore rimbalzano velocemente tra i toni ironici e cinici e quelli più intimamente malinconici. Il Tride non fa segreto delle proprie contraddizioni di ragazzo. Alle paure di essere un eterno secondo e di rischiare l’isolamento dell’incompreso risponde con la spregiudicatezza di un narcisismo elevato a volontà suprema di piacere, di essere notato, desiderato ed invidiato. Esemplare è il rito della vestizione per il pomeriggio in discoteca con l’amico Pisto, esperto di tecniche infallibili per la conquista di ignare ragazze. Esilerante il gesto di sciogliersi i capelli ormai lunghi e togliersi la camicia in mezzo alla pista da ballo. Eppure, tra le righe, è lo stesso Tride a misurarsi con la ridicolaggine di una ritualità immancabile. Nello sballo con l’alcol e le canne, nella ricerca di disimpegno e di assenza, alberga il dolore acuto per un’identità ancora acerba, sofferta e indefinita. La presenza fondamentale degli amici di sempre (Ugo, Elvis, Luca, Ovez, Ivano, Seba e Alessio), le avventure in campeggio ai Lidi Ferraresi e lo sballo come condizione necessaria e imprescindibile non leniscono la sofferenza per una ricerca incompiuta: trovare un bene più profondo, capace di dare senso ad un’intera esistenza. A questo serve Cina. Durante una gita in montagna fa la sua comparsa Cina, una sorta di demone decrepito e maleodorante che rivela al Tride un segreto vitale: le anime non sono dentro di noi, ma sono solo emozioni umane che man mano dobbiamo ricercare, una dopo l’altra fino a possederle tutte. È questo che spetta ad un compraanime: mettere assieme le sfere colorate che individuano delusione, tradimento, solitudine, lealtà, cambiamento, amore, sfiducia, felicità, inganno e disperazione. La rivelazione, inizialmente accolta dall’autore con lo stesso sdegno con cui snobba la fede cattolica, diventerà una presenza essenziale nelle riflessioni profonde. In tutte le fasi di delirio e di sogno il Tride si imbatterà in Cina (riminiscenza del Cinascky bukowskiano) e nell’enigma di un monito che l’essere gli aveva comunicato: “Comportati come un prisma e scomponi il pessimismo in mille colori”. In tutte le fasi critiche della vita del Tride la presenza demoniaca si materializza come una spina nel fianco, al punto da non far intendere fino a che punto possa trattarsi di un alterego dello stesso autore. Il racconto dei giorni e dei viaggi con gli amici si fonde con un percorso psichedelico di allucinazioni visive. Dove emergono gli effetti della prima canna, il dolore per il pianto del padre alla prima bocciatura del figlio o lo strazio per le delusioni amorose, puntualmente compare la sagoma del mefistofelico compagno di viaggio. Appena un incubo prende forma, Cina appare. Ma chi è veramente e cosa vuole? Sta guidando il Tride alla conquista delle emozioni o è solamente il pungolo del disincanto, della presa di coscienza che la felicità e l’amore sono due illusioni impalpabili? Gli eventi fanno propendere per l’ipotesi più cinica, quella della disillusione. Pare confermarlo anche il dolore per la fine del grande amore con Giorgia. Il Tride deve diventare un compraanime? Deve saper selezionare con sagagia le diverse emozioni che gli garantirebbero il controllo della sua vita? È davvero un prescelto come gli ha rivelato Cina? I dubbi diventano laceranti, soprattutto quando il demone, pagina dopo pagina, sembra abbandonare la sua essenza demoniaca ed umanizzarsi in un ruolo quasi paterno. Mentre tutto sembra complicarsi, il racconto converge in una rivelazione imprevedibile: la verità, prima indecifrabile, si scompone nei colori di un chiarimento definitivo e vitale. Caro Alessandro, io ti sono amico per una serie di ragioni che, tra noi, non sarebbe nemmeno necessario spiegare. Ma, su tutte, due meritano di essere citate. La prima, per come sappiamo celebrarci in un abbraccio immediato. La seconda, per lo sguardo malinconico nel quale è facile leggere un’esplosione di creatività e di bisogno d’affetto. Quello che, meglio di altri, insegna a condividere il pane o le lacrime di un libro. Da te in libreria o dovunque la vita decida per noi.

Natale Luzzagni (La Nuova Tribuna Letteraria n° 118)

 

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