Incipit – John Fante

 

 

 

Chiedi alla polvere

John Fante nacque a Denver, nel Colorado, nel 1911 e ivi morì nel 1983. Di famiglia italiana da poco emigrata negli Stati Uniti, trascorse l’infanzia e l’adolescenza nella miseria. Nel 1930 si trasferì a Los Angeles, dove si mantenne con lavori di tutti i tipi pur di poter continuare a scrivere. Dopo alcuni racconti pubblicati in rivista, nel 1938 uscì il suo primo romanzo, Aspetta primavera, Bandini, seguito da Chiedi alla polvere (1939) e Dago Red (1940). Il buon successo di critica gli schiuse le porte di Hollywood, dove l’autore lavorò per tutta la vita come sceneggiatore. Presto dimenticato come narratore, fu riscoperto nel 1982 grazie alla pubblicazione del romanzo Sogni di Bunker Hill, in cui tornava il personaggio di Arturo Bandini. Tra le altre opere, da ricordare Una vita piena (1952), La confraternita del Chianti (1977) e La strada per Los Angeles (1985, postumo).

«Cosí l’ho intitolato Chiedi alla polvere, perché in quelle strade c’è la polvere dell’Est e del Middle West, ed è una polvere da cui non cresce nulla, una cultura senza radici, una frenetica ricerca di un riparo, la furia cieca di un popolo perso e senza speranza alle prese con la ricerca affannosa di una pace che non potrà mai raggiungere. E c’è una ragazza ingannata dall’idea che felici fossero quelli che si affannavano, e voleva essere dei loro». Di seguito l’inizio del primo capitolo.

 

Una sera me ne stavo a sedere sul letto della mia stanza d’albergo, a Bunker Hill, nel cuore di Los Angeles. Era un momento importante della mia vita; dovevo prendere una decisione nei confronti dell’albergo. O pagavo o me ne andavo: così diceva il biglietto che la padrona mi aveva infilato sotto la porta. Era un bel problema, degno della massima attenzione. Lo risolsi spegnendo la luce e andandomene a letto.

Al mattino mi svegliai, decisi che avevo bisogno di un po’ di esercizio fisico e cominciai subito. Feci parecchie flessioni, poi mi lavai i denti. Sentii in bocca il sapore del sangue, vidi che lo spazzolino era colorato di rosa, mi ricordai cosa diceva la pubblicità, e decisi di uscire a prendermi un caffè.

Andai al solito ristorante, mi sedetti su uno sgabello davanti al bancone e ordinai un caffè. Il sapore era più o meno quello ma, nel complesso, la bevanda non valeva quello che costava. Mentre ero lì seduto mi fumai un paio di sigarette, lessi i cartelloni che riportavano i risultati delle partite del-l’American League, evitando con cura quelli della National League, e notai con soddisfazione che Joe Di Maggio teneva ancora alto l’onore degli italiani, perché era in testa alla classifica dei battitori. Un grande battitore, quel DiMaggio. Uscii dal ristorante, mi immobilizzai davanti a un immaginario lanciatore e battei la palla, segnando un punto a mio favore.

Poi mi incamminai verso Angel’s Flight, domandandomi come avrei passato la giornata. Non avevo niente da fare e così decisi di andarmene a zonzo per la città.

Mi avviai lungo Olive Street e oltrepassai un caseggiato giallo, impregnato come una carta assorbente della nebbia notturna, e pensai ai miei amici Etnie e Carl, che venivano da Detroit e avevano vissuto lì, e mi ricordai di quella sera in cui Carl aveva picchiato Ethie perché aspettava un bambino e lui non voleva figli. Comunque il bambino era arrivato e la storia era finita lì. Mi venne in mente l’interno del loro appartamento, che puzzava di topi e di polvere, e le donne anziane che stavano a sedere nell’ingresso nei pomeriggi di calura, e una in particolare, che aveva un bel paio di gambe. Pensai anche all’uomo dell’ascensore, un fallito di Milwaukee, che grugniva immancabilmente quando gli si diceva il numero del piano a cui si era diretti, come se, tra tanti, quello fosse il peggiore. Rividi il vassoio colmo di panini e il pacco di rotocalchi che si portava sempre appresso.

Discesi lungo Olive Street, oltre le orrende casupole in legno che trasudavano storie di omicidio, fino all’Auditorio della Filarmonica e mi tornò in mente quella volta che lì c’ero andato con Helen per sentire il gruppo corale dei Cosacchi del Don. Mi ero annoiato a morte e proprio per questo avevamo litigato. Lei portava un abito bianco, che mi procurava una fitta di piacere tutte le volte che lo toccavo. Oh, quella Helen,.. ma non è il momento. Mi ritrovai all’incrocio tra la Quinta e Olive, dove lo sferragliare dei grandi tram mi rodeva le orecchie, e l’odore della benzina velava le palme di tristezza; il marciapiede nero era ancora bagnato per la nebbia notturna.

Arrivai al Biltmore Hotel, davanti al quale stazionava una lunga fila di taxi con gli autisti che dormivano al posto di guida, tutti, tranne quello che era di fronte alla porta principale. Cominciai a pensare a loro, a chi erano e a cosa sapevano, e mi ricordai di quella volta che uno di loro ci aveva allungato un indirizzo, a Ross e a me, sogghignando con aria maliziosa, e poi ci aveva portato a Terapie Street, di tanti posti che c’erano, dove avevamo trovato solo due bruttone e Ross aveva concluso, mentre io ero rimasto nel salottino a far andare il fonografo, Impaurito e solo.

Oltrepassai il portiere del Biltmore e lo odiai subito, lui e i suoi galloni dorati, il suo metro e ottanta e la sua dignità, quando un’automobile nera si fermò accanto al marciapiede e ne smontò un tizio.

Aveva l’aria di essere ricco. Dopo di lui scese una donna ed era bella, portava una pelliccia di volpe argentata e quando attraversò il marciapiede e varcò le porte girevoli fu come una musica. Cosa non darei per godermela un po’, pensai, mi basterebbe un giorno e una notte, ma proseguii e lei non fu più che un sogno, mentre il suo profumo indugiava ancora nell’aria umida del mattino.

Mi incantai davanti alla vetrina di un negozio di pipe e ci rimasi un sacco di tempo, mentre il mondo intero spariva a eccezione di quella vetrina e delle pipe. Le fumai una per una, immaginando di essere un grande scrittore e di scendere da una grossa auto nera con un’elegante pipa di radica in bocca e in mano un bastone da passeggio, seguito dalla donna con la volpe argentata, visibilmente orgogliosa di me. Firmammo il registro dell’albergo, poi ordinammo un cocktail, ballammo un po’, prendemmo un altro cocktail e io recitai qualche strofa in sanscrito, e la vita mi sembrava meravigliosa perché ogni due minuti una fata mi fissava estasiata e io, il grande scrittore, ero costretto a farle un autografo sul menù, rendendo pazza di gelosia la mia compagna con la volpe argentata.

Los Angeles, dammi qualcosa di te! Los Angeles, vienimi incontro come ti vengo incontro io, i miei piedi sulle tue strade, tu, bella città che ho amato tanto, triste fiore nella sabbia.

Un giorno e un altro giorno e il giorno prima, e la biblioteca con i grossi nomi degli scaffali, il vecchio Dreiser, il vecchio Mencken, tutta la banda riunita che andavo a riverire. Salve Dreiser, ehi Mencken, ciao a tutti, c’è un posto anche per me nel settore della B, B come Bandini, stringetevi un po’, fate posto ad Arturo Bandini. Mi sedevo al tavolo e guardavo verso il punto in cui avrebbero messo il mio libro, proprio lì, vicino ad Arnold Bennett; niente di speciale quell’Arnold Bennett, ma ci sarei stato io a tenere alto l’onore delle B, io, il vecchio Arturo Bandini, uno della banda. A un certo punto arrivò una ragazza e una scia di profumo fluttuò nella sala di lettura, un ticchettìo di tacchi interruppe la monotonia della mia fama.

Splendida giornata, splendido sogno!

 

Alfonso Genovese (Palomar, numero 21, maggio 2021)

 

 

 

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