Erri De Luca

Pasquale scritta

(vice-direttore de La Nuova Tribuna Letteraria)

 delucastriscia

Il comico, il tragico e la legge di attrazione celeste

delucatitolo

Esploratore degli abissi e scalatore delle vette, l’artista partenopeo svela i segreti della sua “Scrittura”

Ad attenderlo, c’è un pubblico numeroso; la sala è piena. Erri De Luca, arrivato in anticipo, mi prega di fargliela subito l’intervista: in piedi, con una chiacchierata che servirà a distenderlo, prima di affrontare la platea.
Lo incontro a Corvara, nell’Alta Badia, sulle Dolomiti, in occasione della presentazione de Il giorno prima della felicità, un libro capace di esplorare gli abissi e le vette dell’esistenza e di mettere a nudo le contraddizioni e la ferocia della Storia. Ha sulla bocca un mezzo sorriso che esprime, con bonaria autoironia, la sua naturale vocazione a evitare pose intellettualistiche e atteggiamenti messianici: non gli appartengono, lui ha altre radici; è stato muratore, camionista e operaio, prima di mettersi a fare lo scrittore.
Ama le cime solitarie ferite dal sole, ma non disdegna le ombre inquietanti nascoste in fondo agli abissi, dal momento che, innamorato anche del mare, è un sub esperto e ancora molto attivo.
In mattinata, mi dice, è stato a scalare una parete rocciosa piuttosto difficile: lo fa ogni volta che gli è possibile: gli piace arrampicarsi sulla roccia, affidandosi alla forza di braccia e gambe nonché a una padronanza mentale acquisita con esercizio e tenacia.
Scrive, scala cime impervie, scandaglia gli abissi, recita, canta, parla. È un affabulatore che incanta.
Come se ci conoscessimo da sempre, dialoga con me senza supponenza, con animo fraterno, con un tono di voce misurato, calmo, adatto a rappresentare il legame forte e sottile che unisce la storia alla metastoria, il peso della materia e l’ineffabile e misteriosa leggerezza dello spirito…

ErrideLucaGli chiedo…

Sono in molti, ormai, a sostenere che il romanzo è morto. È d’accordo con quanti la pensano così?

“E come potrei? Il romanzo non è morto. Non può morire, perché è la vita stessa che chiede di farsi racconto, di trasformarsi in storia, di diventare scrittura, di vincere il silenzio e l’oblio. Lo scrittore descrive ciò che riesce a percepire della realtà. Egli, però, è più piccolo della materia che racconta. E tuttavia, senza rendersene conto, dice molto di più di quanto pensa di dire. Più che scrittore, meglio sarebbe chiamarlo redattore…”

Quale ruolo ha la psicoanalisi nella sua scrittura?

“Nessuno, anche se molti critici si affannano a dire il contrario. Ciò che scrivo non ha debito alcuno nei confronti della psicoanalisi. La psicoanalisi è un’invenzione del ‘900 alla quale si è attribuita un’importanza eccessiva. Non la considero una scienza perché non lo è. E, certamente, non solo il solo a pensarla così… “

Nei suoi libri, la guerra è una presenza quasi costante …

“E come potrei fare a meno di parlarne? La guerra c’è da sempre; e continua, ininterrotta e crudele, nel mondo. La guerra moderna è più feroce, aggredisce i civili inermi; il fronte, ora, è nelle città bombardate. Oltre a mietere vittime e a fare scempio di creature innocenti, la guerra tenta di distruggere anche la memoria, com’è accaduto in Bosnia, dove sono stati cancellati i cimiteri…”

Perché scrive?

“Scrivo per me stesso. Per farmi compagnia. Per dare sollievo e risposta a una solitudine esistenziale che, da sempre, mi porto dentro. Vivo, sin da quando ero ragazzo, in compagnia dei libri e delle storie che, a mia volta, scrivo. Un libro, secondo me, ha solo questa funzione… Da ragazzo, anche a causa di una lieve balbuzie, parlavo poco. Tacevo, anche quando mi venivano attribuite colpe non mie. Pregustavo la gioia del momento in cui la verità avrebbe trionfato… Un carattere difficile, il mio”.

Laico, non credente, lei è impegnato, da anni, a esplorare la Sacra Scrittura, a tradurre la Bibbia dall’ebraico antico… Perché?

“La mia prima lettura della Bibbia è arrivata tardi e per caso, in un giorno in cui non avevo altro da leggere. La Bibbia mi ha attratto perché non era letteratura, non si trattava di un’opera mirata a piacere al lettore. Mi affascinava il racconto della distanza incolmabile tra una divinità vogliosa di rivelarsi e un’umanità incapace di coglierne i segreti. Sono un non credente, ha ragione. Ma non sono un ateo. Ateo è chi ritiene di aver risolto la questione, chi è convinto di avere capito…”

MATRONE De Luca

Nella sua narrativa, Napoli è presente come metafora e come testimonianza spietata di profonde contraddizioni…

“Cito quanto ho scritto nel mio Il giorno prima della felicità: ‘Napoli è monarchica e anarchica. Voleva un re però nessun governo. Era una città spagnola. In Spagna c’è sempre stata la monarchia ma pure il più forte movimento anarchico. Napoli è spagnola, sta in Italia per sbaglio. A Napoli, i poteri sono intonaco sul tufo’. Messa in ginocchio dalla prepotenza feroce degli invasori, Napoli è stata capace di cacciare i tedeschi, nelle quattro giornate famose, alla fine della seconda guerra mondiale; la maggioranza è insorta: un’anima sola e una sola voce. Alle soglie della disperazione, ha urlato: mo’ basta! Lo ha fatto, si è ribellata, ha vinto. Ma su questa vittoria, dopo, non ha fondato niente, anche se il popolo intero si è mosso… Uso con parsimonia la parola popolo; mi piace fare distinzione fra gente e popolo…”

Dal momento che narra di un processo di crescita, di presa di coscienza, Il giorno prima della felicità può essere definito romanzo di formazione?

“Più che un romanzo di formazione, il mio è un romanzo sulla resistenza alla deformazione derivante dalle contraddizioni e dalle ingiustizie di un mondo che continua a precipitare. Una resistenza alle feroci demolizioni messe in atto dall’avidità e dall’arroganza di gente spietata; una sorta di antidoto contro i fantasmi che minacciano il mondo; una difesa a oltranza della parola e della responsabilità di chi la usa. Al male si può urlare: mo’ basta! Si può. Perché, oltre alla legge d’attrazione terrestre, esiste pure quella dell’attrazione celeste, capace di spingerci verso l’alto, di contraddire la legge di gravità…”

de-luca

Lei riesce a parlare della seconda guerra mondiale come se avesse assistito e partecipato agli eventi in prima persona… Eppure è nato nel 1950 … 

“Devo tutto alla mia voglia e alla mia capacità di ascoltare. I racconti delle donne hanno avuto un ruolo importante nella mia formazione umana. Devo la mia educazione sentimentale, oltre alla biblioteca, alle voci femminili di casa, al racconto che esse facevano delle vicende relative alla guerra. Parlavo poco, da ragazzo difficile e chiuso qual ero; ma il mio udito era perfetto; il tufo è comunicativo… Avido di sapere, mi ponevo in ascolto. Le voci avevano tutte le sfumature dei sentimenti. Per me l’acustica è stata una strategia, uno strumento e una forma di conoscenza. C’era, nelle voci, sempre qualche dettaglio comico. In quelle corde vocali strozzate dal dolore, il comico aveva la funzione di aiutare a digerire il tragico”.

Pasquale Matrone (da La Nuova Tribuna Letteraria n°100)

email