Margaret Mazzantini

Pasquale scritta

(vice-direttore de La Nuova Tribuna Letteraria)

 

mazzantinistriscia 

“Mai avrei pensato di fare la scrittrice anche se, da sempre, mi piace raccontare il mondo…”

mazzantinititolo 2

“Mi sento raccontatrice di storie, esploratrice dell’esistenza, scopritrice di destini che si incontrano per curarsi a vicenda”.

Spigliata, disponibile, umile e immune da ogni sorta di divismo e di ostentazione intellettuale, Margaret Mazzantini accetta di essere intervistata, per i lettori de La Nuova Tribuna Letteraria, a Corvara, in Val Badia, poco prima della presentazione di Venuto al mondo, il suo ultimo libro: un romanzo fatto di carne e sangue: intenso, vero, feroce e, nel contempo, attraversato e governato da una musica destinata a segnare il cuore e la memoria.

Margaret-Mazzantini

La scrittrice parla di sé, dei figli, del suo ruolo di mamma, della sua vocazione di moglie, del suo rapporto con Sergio Castellitto, il marito, col quale, tiene a sottolinearlo, non c’è stata mai competizione, ma solo amore, dialogo, sintonia…

 Sensibile, colta e autoironica, Margaret Mazzantini dichiara di avere poca dimestichezza con la letteratura ufficiale e con i libri in genere. Non ne ha letti molti, per mancanza di tempo. Quando le chiedo di svelare i meccanismi e i segreti che le hanno consentito di guadagnarsi sul campo il consenso dei lettori lei tergiversa, parla d’altro. Non può dare la risposta. Il segreto è nel suo essere donna autentica, capace di immergersi nella realtà e di percepirne l’anima innanzitutto; e poi di avere talento…

 Mi tengo un poco a distanza, quando è il momento di fare la foto per il giornale. Temo di essere invadente. Dice: perché si allontana? Poi sfodera un sorriso e mi poggia la mano sulla spalla, come si fa con un vecchio amico…

 Le chiedo…

 Venuto al mondo è ambientato a Sarajevo. Ha trascorso molto tempo in questa città?

 “Sono stata in Bosnia tre giorni soltanto. Ho attraversato il corpo straziato e ricucito a fatica di Sarajevo. Ho visto la bellezza offesa e deturpata da una guerra europea mostruosa di cui non si è parlato abbastanza, quasi fosse scoppiata in un pianeta distante dal nostro milioni di anni luce e non a pochi passi da noi.

Dopo quello che ho visto, per anni, non mi sono data pace: dovevo raccontare: dare voce ai morti, alle rovine, ai silenzi assordanti di scheletri di palazzi sospesi nel grande vuoto. Il mio è stato una sorta di viaggio nel duro canale del parto, un’indagine su paternità, maternità e sui figli del mondo…”.

Che ruolo ha il dolore nella sua scrittura?

Pasquale Matrone e Margaret Mazzantini

“Conoscere il dolore vuol dire cogliere l’aspetto più drammatico e vero dell’umana avventura; analizzarne l’intensità e i volti è, per me, uno stimolo potente a prendere coscienza della mia responsabilità di singolo nei confronti degli altri, soprattutto di quelli più inermi e fragili… Scavo, cerco di capire, ma non amo sguazzare nella sofferenza per buonismo da esibire. Vivo il dolore col mio sgomento di donna. Amo calarmi in esso per sentirne la durezza, sperimentarne le ferite. Soffro, mentre tento di trasformare in racconto l’orrore capace di sconvolgere la vista e l’udito. A volte, nel buio, ho la sensazione di sentire il gracidio terrificante di milioni di bambini travolti e violati dalla ferocia bestiale di conflitti insensati e inutili. Mi sento raccontatrice di storie, esploratrice dell’esistenza, scopritrice di destini che si incontrano per curarsi a vicenda…”.

Perché ha deciso di dedicarsi alla letteratura, lei che ha studiato per fare l’attrice?

“La cosa ha sorpreso pure me. Mai avrei pensato di fare la scrittrice, anche se, da sempre, mi è piaciuto raccontare il mondo… Mio padre era uno scrittore. Io, spirito ribelle, mi sono dedicata al teatro. Scrivere, per me, è stato un destino. Mio padre non l’ha presa bene. Di certo, mai avrei potuto immaginare di avere il successo che ho avuto con Non ti muovere… Quello con mio padre è stato un rapporto non facile. Vissuta in campagna, in quasi totale isolamento, mi sento abitata da una malinconia stimolante, costruttiva. L’isolamento ha avuto un ruolo prezioso nella mia formazione.”

Nel mentre costruisce un romanzo, qual è il primo obbiettivo che si propone di raggiungere?

“Da attrice di teatro, il mio obbiettivo era quello di raggiungere con la voce l’ultimo spettatore seduto in fondo alla platea. Con la scrittura, cerco di fare la stessa cosa”.

Sergio Castellitto, suo marito e collega, è un estimatore della sua narrativa. Ne ha trasferito il messaggio nel cinema…

“Sergio mi sta vicino con affetto. Negli anni, ha preso a stimarmi sempre di più. È umile, attento al mondo che lo circonda, restio ad apparire, a fare il divo. È orgoglioso di me e mi dà consigli preziosi: mi dice di sfrondare, di procedere per sottrazioni, di eliminare il superfluo…”.

Ogni scrittore ha un laboratorio, dove conserva con cura gli attrezzi adatti alla sua voce. Quali sono i suoi strumenti privilegiati? Quando scrive?

Matrone Mazzantini “Scrivo quando ne avverto la necessità, quando ho cose da dire, quando ho energia sufficiente per sprofondare nella sostanza che intendo rappresentare con le parole. Il romanzo non è morto, ha un grande futuro davanti a sé. Vivo la letteratura in maniera pragmatica; scrivo e taglio molto; non ho fretta di pubblicare; rielaboro, assottiglio, modifico… Le mie storie e i miei personaggi si muovono sempre intorno a una mancanza, un vuoto. E non sono storie facili. Sono un gladiatore. Mi piace il rischio. Nella tempesta do il meglio di me. Il lavoro non mi spaventa. Scrivere richiede una spiritualità monacale ed è un dono che va restituito. L’ultimo romanzo mi è costato un anno di fatica intensa. Ho preso in affitto un miniappartamento anonimo, spoglio, privo di panorama… Un tavolo, una sedia, i fogli da riempire e niente altro. Dovevo narrare la grande tragedia mescolando cose piccole e grandi, privato e pubblico; dovevo raccontare la guerra e la pace, la morte e la nascita, l’odio e l’amore…”.

 I suoi romanzi sono stati subito amati e capiti dal pubblico. In che misura il successo ha inciso sulla sua vita privata?

 “Il successo dà e toglie. Dà, soprattutto. Dopo l’esordio, ti accorgi che qualcosa intorno a te cambia; che la tua relazione con gli altri assume tonalità e ritmi nuovi, diversi… Per il resto, tutto procede nel migliore dei modi. Amo mio marito e i miei quattro figli. Mi piace fare la moglie e la madre. Sergio è un padre stupendo, normale, disponibile a subire tutti i maltrattamenti che i figli ci infliggono. Per loro, la scrittrice e l’attore contano poco. Loro ci vedono nella nostra funzione più autentica e vera. Ai miei figli devo moltissimo: devo la spinta a entrare nel mondo con impegno e responsabilità. Il primogenito è nato nel 1991, proprio quando la guerra ha avuto inizio…”.

Pasquale Matrone (da La Nuova Tribuna Letteraria n°98)

email