Simonetta Agnello Hornby

Pasquale scritta

 

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Nata a Palermo nel 1945, Simonetta Agnello Hornby vive dal 1972 a Londra, dove svolge la professione di avvocato ed è stata presidente del Tribunale di Special Educational Needsand. Si è occupata della condizione della donna nel mondo arabo ed è autrice di testi legali dedicati all’infanzia. Il suo primo romanzo, La mennulara del 2002, è stato un vero e proprio caso letterario, a lungo ai vertici delle classifiche e tradotto in molte lingue, ricevendo nel 2003 i Premi Forte Village, Stresa e Alassio. In seguito ha pubblicato La zia marchesa, Boccamurata, Vento scomposto, La monaca, Camera oscura, La cucina del buon gusto (con Maria Rosaria Lazzati), Un filo d’olio, La pecora di Pasqua (con Chiara Agnello), Il veleno dell’oleandro, Il male che si deve raccontare.
In occasione dell’uscita de La mia Londra, edito da Giunti, la scrittrice ha incontrato i librai della Toscana a Sesto Fiorentino, presso la sede della Fastbook. A presentarla, la responsabile marketing e comunicazione dell’azienda, dottoressa Elizabeth Cappa, che con un’introduzione vivace e ricca di stimoli ha saputo farsi tramite efficace tra l’ospite e il pubblico.
L’artista ha fornito le coordinate etiche, estetiche e sociali della sua narrativa e, nel contempo, ha saputo incantare tutti con il suo tono colloquiale, governato da senso dell’umorismo, autoironia, satira: volentieri si è lasciata intervistare per i lettori de La Nuova Tribuna Letteraria.

Quale origine ha il suo amore per Londra?

“Nata in Sicilia, in una famiglia benestante, ho vissuto i miei anni giovanili in un mondo dalle caratteristiche ancora ottocentesche e nel rispetto delle tradizioni. Mia madre, comunque, aveva idee chiare in merito a ciò che sarebbe stato indispensabile alla mia formazione, oltre agli studi classici: una signora, per essere all’altezza dei tempi, avrebbe dovuto conoscere almeno tre lingue e, tra queste, l’inglese soprattutto. Che avrei dovuto apprendere andando a risiedere direttamente, per alcuni mesi, a Londra. E da sola. Era il ‘63, quando presi l’aereo. Rimasi stupita, all’arrivo, quando, percorrendo una strada sopraelevata (mai vista prima), scoprii che da lì potevo addirittura guardare nelle case… L’amore è nato dopo, a poco a poco. Un giorno, mentre visitavo la National Gallery, mi sono imbattuta in un quadro bellissimo, il ‘San Girolamo’ di Antonello da Messina. Un pittore della mia terra. Quel quadro mi rese orgogliosa della Sicilia. E mi fece sentire subito voluta e ‘accompagnata’ in questo posto”.

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Ha la cittadinanza inglese, ora.

“Ho sposato un inglese; dal ‘72 mi sono trasferita in modo definitivo in questa terra dove ho esercitato la mia lunga attività, prima di avvocato e poi di giudice del Tribunale dei minori; una terra dove sono nati i miei figli e che ho imparato a sentire mia. Ho protetto e proteggerò, naturalmente, la mia sicilianità, sempre. E, tuttavia, sono convinta che sbagliano coloro che, vivendo in un nuovo paese, si ostinano a non varcare la cerchia culturale e umana dei loro connazionali ivi residenti. Ai giovani consiglio di evitare questo errore, di immergersi nella nuova realtà per capirne l’anima, le peculiarità”.

Che cos’è, per lei, Londra?

“Molto più di una capitale. È capitale da circa seicento anni, ma è città da venti secoli. Una metropoli che ha sempre accettato gli stranieri, purché intenzionati a lavorare; che tutti accoglie, a patto che ne rispettino le leggi e ne conoscano la lingua. Nei londinesi il senso del dovere verso gli altri è dote innata, come lo è la disponibilità alla beneficenza, a mettere a disposizione degli emarginati le strutture necessarie. Londra, dal 1901 a oggi, ha visto crescere di molto la popolazione, grazie agli stranieri: conta, oggi, circa otto milioni di abitanti. Un tempo la Chiesa ospitava, tra gli orfani, solo i figli legittimi. Coram, un ricco filantropo, fu il primo a creare un istituto dove potessero trovare ospitalità tutti i bambini sfortunati. Creò il ‘Primo Museo dei Trovatelli’ organizzando mostre, concerti, teatro, attività mirate a raccogliere fondi; al pubblico, in cambio del sostegno economico, veniva concessa la possibilità di ‘presenziare ai colloqui con le sfortunate madri e a interrogare i bambini sulle sofferenze patite’. Ancora oggi, ‘Coram House’ ogni anno aiuta circa un milione di bambini”.

Come viene vissuta la religione nella Londra multietnica?

“Parto dal presupposto che gli inglesi hanno una visione molto pragmatica. Più che un’entità metafisica, Dio per loro è sinonimo di natura e denaro. La natura va rispettata. Così pure la ricchezza. Le tre grandi religioni, e con esse tutte le altre, godono di piena libertà. Purché non professino un credo contrario alla morale comune e al rispetto delle leggi e con l’obbligo che preghiere e prediche vengano fatte in lingua inglese”.

Nel libro scrive che ‘un buon avvocato deve leggere molti romanzi’.

“Me lo ha insegnato un illustre maestro delle scienze giuridiche nonché presidente della Corte d’appello, Lord Denning. Ci esortava a essere ‘competenti’, ‘onesti’ e ‘aggiornati’. E aggiungeva che ‘bisognava leggere’, per fare al meglio il nostro mestiere. In un romanzo ci sono lacerti preziosi di vissuti, fatti, eventi, situazioni psicologiche complesse, rappresentazioni variegate dell’esistenza… Chi lavora per la giustizia, qualsivoglia sia il suo ruolo, oltre a conoscere la materia in maniera impeccabile, deve imparare a capire l’umanità. La prima domanda che Denning rivolgeva ai suoi allievi era: ‘Che libro ha sul comodino?’”.

Robert Hooke e l’etica protestante rappresentano per lei un modello importante. ‘Lavorare, imparare e guadagnare. Unicamente con le proprie forze’…

“Questo è il grande segreto del popolo inglese. Robert Hooke, una delle ‘guide’ a cui mi sono ispirata nel mio cammino, esortava gli uomini a contare su sé stessi, a rimboccarsi le maniche, a conquistarsi col proprio lavoro quel che si desidera, a cercare il benessere mai a spese degli altri e sempre in modo onesto”.

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Il suo libro è una dichiarazione d’amore per Londra…

“Amo, di questa città, la storia, l’essenza, le ‘piccole gemme segrete’. Il libro non vuole essere una sorta di guida tecnicamente dettagliata per il turista. Ma solo la descrizione della ‘mia’ Londra: il microcosmo da me esplorato nel corso degli anni, affidandomi ‘ai sensi e al caso’, guardandomi intorno, mangiando nei posti meno frequentati, ‘seduta su una panchina, o appoggiata alla facciata di un edificio, come una mosca’; il mosaico di quei frammenti di realtà da me assemblati odorando, osservando, ascoltando e accolti come preziose epifanie attraverso le quali, e a mano a mano, la città mi si svelava, mi mostrava la sua anima”.

Nel raccontare sé stessa, a Londra, lei riesce a darci le coordinate antropologiche, storiche, sociologiche, filosofiche e spirituali di un universo complesso, suggestivo.

“Se è così, ne sono felice. Era proprio questo il mio obbiettivo. Volevo far partecipi gli altri di quello che negli anni ho capito. Ho cercato di calarmi nel tessuto socioculturale e umano di uno dei luoghi più popolati e multietnici del mondo; di muovermi, nello spazio e nel tempo, tra piccoli dettagli della quotidianità e grandi fatti della storia e dell’esistenza. Ne ho ricavato una ‘guida’ per chi ha voglia di scoprire, al di là di ogni cliché e pregiudizio, una Londra diversa, meno nota, ma assai più viva e autentica”.

A farle da Virgilio, nel suo viaggio, è Samuel Johnson, critico letterario, lessicografo, poeta…

“Il mio incontro con la lingua inglese è avvenuto proprio grazie a lui. Samuel Johnson fu un uomo geniale, un puro empirico di altissima cultura che non aderì mai a una filosofia. All’inizio fondò una scuola che non ebbe successo ma che, anzi, divorò del tutto il patrimonio della moglie. Fu poi ghostwriter al servizio di politici, reporter, scrittore per necessità (dovette servirsi del ricavato di un libro, scritto su commissione e in poco tempo, per pagare il funerale di sua madre…). In soli sette anni, redasse il Primo Dizionario della Lingua Inglese. Visse povero e poi, da vecchio, con una pensione modestissima. Dopo averne studiato la biografia e le opere, l’ho eletto quasi a ‘nume tutelare’; il suo pensiero è diventato per me una sorta di viatico”.

Lei scrive: “Samuel Johnson incarna i principi incontrovertibili e il pragmatismo di tutti i londinesi”.

“Tomasi di Lampedusa che, oltre ad essere l’autore de Il Gattopardo, è stato uno studioso acuto della letteratura inglese, ha ragione, quando afferma: ‘Johnson è l’Inghilterra’. In lui, e nella sua visione del mondo, vengono infatti ad assommarsi i valori fondamentali sui quali la società inglese ha posto le sue fondamenta: uguaglianza, dignità, rinnovamento, generosità, socievolezza, tolleranza, humour, gusto per le parole… Samuel Johnson era talmente innamorato di Londra da dichiarare: ‘Quando un uomo è stanco di Londra, è stanco anche di vivere; perché Londra offre tutto ciò che la vita può offrire’. Aveva ragione”.

Perché si scrive?

“Perché, ma questo è solo il mio punto di vista, ci si rende conto di avere da dire qualcosa che, attraverso il proprio vissuto, non si è ancora detto. Scrivere è faticoso, richiede impegno, concentrazione, disciplina. Farlo senza un motivo adeguato significa sprecare le proprie energie, sottrarre tempo prezioso alla vita. Bisogna scrivere, dunque, solo se si ha un messaggio meritevole di essere affidato alle pagine di un libro”.

Pasquale Matrone (da La Nuova Tribuna Letteraria n°115)

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