La sottile linea gialla (1)

 

La sottile linea gialla (prima parte)

 

Breve racconto sulla fioritura della pittura cinese contemporanea

 

Noi europei, in fatto di arte, siamo portati a limitare il nostro sguardo al solo mondo occidentale (Europa, Americhe, Oceania) e un po’ di Medio Oriente, immaginando la cultura orientale come non assimilabile al nostro gusto estetico.

La pittura cinese ha un’origine antichissima ed è permeata da una tradizione rigorosissima ed incontaminata, non avendo avuto alcun contatto con quella occidentale prima del XX secolo. A differenza della “nostra” metodologia tecnica, quella cinese ha costruito le sue bellezze utilizzando come basi esclusive la carta e la seta (assieme ad alcune tecniche murali) e come strumenti di lavoro sottili pennelli intinti in inchiostro nero o chine colorate. Non esisteva la presenza di olii, tempere o materiali complessi. La capacità di disegnare comportava le stesse abilità impiegate nella scrittura. La rappresentazione pittorica seguiva con rigore due precisi indirizzi: uno era quello di indugiare sulla precisione dei particolari attraverso la punta dei pennelli inchiostrati e l’altro, diluendo con acqua (un po’ come i nostri acquerelli), era rappresentato da un tratto più libero di articolare forme, colori e alterazione di toni. Quest’ultimo era considerato un metodo riservato ai gentiluomini ed alle persone di cultura superiore. La storia della pittura cinese merita un documentato racconto atrraverso l’avvicendarsi delle diverse dinastie.

Ci accontentiamo in questa sede di indicare come elementi essenziali dell’arte pittorica cinese una vasta rassegna di paesaggi, di alberi, fiori e natura, di costumi tipici, di celebrazioni di battaglie e grandi rappresentazioni di popolo, senza perdere di vista (in piena linea con l’universalità delle debolezze umane) l’inevitabile celebrazione del potere.

Passare d’emblée da una tradizione costruita nei secoli a quelle che sono oggi le tendenze della pittura cinese contemporanea è un azzardo “calcolato”. Credo sia nelle vostre corde la capacità di distinguere tra una sintesi necessaria e l’opportunità di comprendere le faticose evoluzioni che, secolo dopo secolo, stravolgono il senso di una rivoluzione artistica. La rete vi può offrire infinite possibilità di scoprire tutti gli splendori che arricchiscono la produzione classica dell’arte della Cina. Quello che trovo utile raccontare in questa sede è un piccolo spaccato della produzione pittorica attuale, senza pretendere che esaurisca i molteplici caratteri di un fenomeno segnato da una crescita davvero esponenziale. Anche per la legge dei grandi numeri (considerati i dati demografici di un paese immenso) gli artisti cinesi oggi sono numerosissimi e si stanno imponendo di fronte al grande pubblico mondiale.

Tre sono i pittori cinesi che ho scelto per questo breve percorso.

Il primo è Liu Ye (Pechino, 1964) cresciuto all’ombra del padre, autore di libri per bambini. In campagna scoprì dentro un contenitore segreto le pagine di Andersen, Pushkin, Tolstoj (testi allora proibiti) corredate dalle suggestive immagini che accompagnavano i testi. Già all’età di dieci anni rivelò una spiccata attitudine al disegno. Lo affascinavano le immagini fumettistiche e le figure femminili in pose particolari. Oggi la sua pittura è un vasto universo di giovani donne filiformi, bambini paffuti, costruzioni geometriche accattivanti. Ama richiamare Balthus quando le sue piccole donne ricalcano la malizia di un gesto ammiccante o di un invito implicito a sfidare la loro finta ingenuità. In una serie di tele “cita” Mondrian riproducendone le combinazioni geometriche. Liu Ye si trova a proprio agio nel richiamare atmosfere sospese tra la magia ed il gioco, dando libero sfogo ad una dimensione infantile che va a pescare incanti, sguardi di accesa sorpresa e dichiarazioni di naturale vulnerabilità. Gli sfondi sono volutamente minimali, creati con precise sovrapposizioni di rettangoli, piani senza prospettiva come se la vita si svolgesse in uno spazio aperto simile ad una galleria d’arte senza pubblico. La sua predilezione per i colori primari è ben visibile.

Liu è uno dei figli della Rivoluzione Culturale che ha potuto costruirsi una carriera da una postazione privilegiata. A Berlino nel 1989 ha assistito al crollo del muro ed ha osservato a distanza gli orrori di piazza Tiananmen. Oggi raccoglie consensi e denaro (le sue quotazioni sono davvero alte). Dopo un inizio da illustratore è diventato un artista completo.

Yue Minjun (Daqing, Heilongjiang,1962) è un artista originale. Soprannominato “il nomade” per i vari spostamenti sostenuti dalla famiglia alla ricerca di piattoforme petrolifere in cui trovare impiego. La leggenda vuole che nel 1989 Yue scoprì a Pechino un quadro di Geng Jianyi, pittore che si era autoritratto durante una fragorosa risata. Yue Minjun, che già aveva rivelato un particolare talento nel ritrarre gli amici durante le pause del suo lavoro di elettricista, fu folgorato da quell’immagine al punto di volerne fare il cardine della sua attività artistica. Ripercorrendo la rassegna delle opere di Yue (oggi è un artista richiestissimo e pagato profumatamente), è curioso notare come tutti i suoi soggetti siano intenti a ridere. La smorfia ilare delle sue bocche spalancate ha portato alcuni critici a parlare di “realismo cinico” (attribuzione che l’artista rifiuta categoricamente) per alludere al proposito di descrivere la realtà con una miscela di beffarda ironia e totale dissacrazione. Yue, che a partire dalla partecipazione alla Biennale di Venezia si è rivelato anche ottimo scultore, è certamente un artista che ama giocare con la continua provocazione, insistendo con maniacale rigore sul primato che ha una risata dirompente rispetto alle angustie della vita al punto di travolgere indistintamente una squadra di militari o dei bagnanti intenti a gustarsi pienamente la vita.

Altro artista molto celebrato è Zhang Xiaogang (Kunming, 1958). «A 17 anni mi sono detto che volevo essere un artista» dichiara. I genitori, per evitare che potesse mettersi nei guai (nel pieno della Rivoluzione Culturale), gli misero in mano carta e colori quando ancora era piccolo. Tra il 1982 e il 1985 fu colto da una forte depressione. Visse la tragedia del ricovero in ospedale. Fu in quel luogo, dove la gente era stipata e soffriva, che scoprì di essere attirato dalle sofferenze emotive della gente. Lo colpiva l’enorme contraddizione fra le apparenze formali di una collettività e il taciuto dolore individuale. L’attenzione lo guidò a rilevare nelle foto di famiglia tutto il senso di questo divario.

«Il mio tentativo di artista è quello di creare delle finte fotografie in cui i volti sembrano avvolti da una calma apparente, mentre in realtà gli animi sono un tumulto di laceranti passioni». La ritrattistica “familiare” di Xiaogang prende vita da questa consapevolezza. È una composizione di volti stilizzati, vagamente tristi, chiusi in una quiete irreale raccontata con colori tenui, quasi inconsistenti e rarefatti, “violentati” dall’irruenza di tinte accese. Piccole macchie e segni sulla tela, depositati ad arte dal pittore, ricordano che il tempo non è una finzione e che nessuno può sottrarsi al dolore di una memoria personale.

 

Natale Luzzagni (da La Nuova Tribuna Letteraria n°125)

 

 

email