IL SOGNO DI CHIARA – Romanzo

IL SOGNO DI CHIARA

Uno straordinario romanzo che ripercorre

le impervie vie della perdizione e dell’amore come perdono.

 

Il sogno di Chiara, Vertigo 2014 Roma, è l’ultimo romanzo di Lorenzo Marotta. Dopo il successo dei primi due, Le ali del Vento Vertigo 2012 e Le ombre del male, Zona Contemporanea 2013, Marotta conferma appieno le sue doti di narratore maturo, non solo per il possesso di una scrittura chiara, immediata, aderente ai personaggi, ma anche per la forza delle idee che sa muovere.

Una scrittura che piacerebbe a Italo Calvino delle Lezioni americane quella di Lorenzo Marotta per la leggerezza della parola unita al pensiero che si fa riflessione. Così il lettore è portato, senza che se ne accorga, a vivere le intense suggestioni della vicenda o, meglio delle vicende narrate. Ci si trova ora immersi a vagare nei boulevard della Ville Lumiére, ora a percorrere le vie di Firenze, culla dell’arte italiana, ora a sentire i profumi della Sicilia o a vivere la magnificenza della Roma imperiale. Ma anche, scorrendo le pagine del libro, a costruire nella mente la vita di un immaginario e tormentato artista maudit, di nome Paul, ignaro padre di Chiara, di cui nulla sa. Una ragazza fascinosa e inquieta, nata da una violenza subìta dalla madre, che vive di un rapporto molto particolare con il tessuto narrativo, con la rete di personaggi che le ruotano intorno, con gli ambienti che l’accolgono.

chiara copilfollecopgraC’è dappertutto qualcosa di lei che non va via, che attraversa le pagine, anche quando il focus narrativo è altrove. Il merito dell’autore non è mai poco, quando questi ci instilla la voglia di sapere di più su un suo personaggio, quando ci fa pensare che vorremmo conoscerlo nella vita reale, scambiarci due chiacchiere, osservare le sue movenze, portarlo alla vita, in definitiva. Anche Paul “il maledetto” è un personaggio che s’insedia nella mente e ci fa domandare il perché di alcuni gesti, ci fa riflettere sul suo passato sfortunato, ci fa ragionare sulla sua arte e ci fa porre domande. E  il “maledettismo” è il paesaggio narrativo – culturale, sociale, verrebbe anche da dire psicologico ed emotivo – che fa da sfondo alla vicenda. Forse, in fondo, il vero protagonista del romanzo, l’assente presente, il visionario inconsapevole del rischio incombente di una disumanizzazione tout court.

Parigi è dove si svolge il viaggio interiore di Chiara, della ricerca tormentata del padre, l’altra metà dell’ anima che non ha. A Parigi avviene quella discesa agli inferi, tra brutture, ossessioni, inganni, ma anche di ascesa verso le possibili vie dell’arte, della bellezza, dell’amore. In particolare sembra essere la Parigi della Belle Epoque ad affascinare l’Autore per fare rivivere nel suo romanzo quel mito mai del tutto estinto. Scrittori di ogni tempo si sono cimentati per riportare alla memoria un passato che non è mai del tutto “passato”. Penso al grande Julio Cortazar. Le prime pagine del memorabile Rayuela. Il gioco del mondo illustrano e incarnano in pieno il mood narrativo del romanzo: Horacio Oliveira, un argentino che si trova a Parigi, frequenta ogni sera un locale, il Club, dove insieme agli amici discute di etica, di filosofia, della condizione umana e del senso di una vita da artista.

È quello che accade in questo romanzo di Marotta, con la riflessione sull’arte, sull’uomo e “sull’uomo-nell’arte”, mentre sullo sfondo scintillano ora le luci di Parigi, ora quelle di Firenze, ora quelle di una Sicilia in cui «la luce ha una sua qualità particolarissima; fulgida, nitida, come se venisse non dall’oggi ma dall’età classica», per usare le parole che Faulkner spese a favore di un altro Sud. Entro queste atmosfere si muove il fantasma del pittore Paul, un ibrido tra Arthur Miller, per schemi comportamentali, un Toulouse-Lautrec per ambienti e (alcuni) soggetti pittorici e Baudelaire per l’aura fatalmente decadente che lo circonda. È un personaggio che, pur non esistendo se non attraverso i riferimenti degli altri personaggi, riesce a essere sempre presente sulla pagina. Un po’ come la figlia Chiara. Si tratta di due personaggi che comunicano attraverso un rapporto osmotico: non comunicano mai direttamente, ma tutto il libro è attraversato da un dialogo ininterrotto e invisibile tra di loro, portato avanti incessantemente da Chiara, nonostante il male di cui è figlia. Perché se da un lato Paul potrebbe identificarsi con la pulsione di thanatos che precipita l’individuo verso una rovina apparentemente ineluttabile, unita al concetto di colpa che lo identifica, dall’altro Chiara rappresenta la pulsione vitale, l’istinto alla vita e al superamento del dolore (“la combattente” è soprannome molto azzeccato).

Una meditazione continua sulla condizione umana generale e attuale vista attraverso gli occhi dell’arte sostiene la narrazione: è la figura dello zio Antonio a fare da catalizzatore di questa riflessione.

Giuseppe Felici

 

 

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