OPERE – Le donne del Decameron

OPERE – Le Donne del Decameron alla festa di marzo

Figure femminili in una grande opera immortale

Avendo da tempo notato un certo intiepidimento e – diciamolo pure – calo di convinzione nelle ormai tradizionali celebrazioni dell’8 marzo, vien fatto di andarne a cercare in giro qualche nuovo vivificante motivo e ragion d’essere. Ma invece che, come ci si poteva aspettare, dal ventunesimo, i rinforzi ci arrivano dal XIV secolo, con la robusta voce gioconda di uno che ha appena compiuto settecento anni, messer Giovanni Boccaccio: “Altro che uguaglianza, diritti e parità di diritti. La donna è – ognun lo vede – superiore per natura”. E poiché un’affermazione così sorprendente – a rischio di razzismo – esige testimonianze e prove, subito egli accenna alle novelle del suo Decameron, l’opera che gli ha pur dato fama indiscussa di veritiero e realistico scrittore. Naturalmente, a farsi avanti sono i personaggi femminili, mentre gli uomini preferiscono restare in disparte, non tanto per cavalleria quanto perché sanno di aver quasi tutti poco da guadagnare nel confronto.      

In testa non ad un corteo di femministe, ma ad uno stuolo di amici e parenti che inutilmente la supplicano di sottrarsi al giudizio, una bella signora pratese, madonna Filippa, si presenta al tribunale dal quale il marito, che la notte precedente l’ha sorpresa in flagrante adulterio ma non ha avuto il coraggio di ucciderla, reclama ora contro di lei i rigori della legge. Uomo di cuore, il giudice l’avverte che, in virtù di questa, dovrà condannarla a morire sul rogo, però solo nel caso che abbia confessato.
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Ma se cercasse scappatoie, compromessi o simpatia, Madonna Filippa non sarebbe qui; qui si cerca giustizia e, disponendo con lucida consequenzialità i suoi argomenti, ella costruisce un doppio teorema che, appunto, trasferisce in gran parte i connotati della giustizia dalla legge all’atto che la legge condanna.
La legge, intanto: per essenza costitutiva, deve essere comune e riconosciuta da quanti sono tenuti a rispettarla. Ma questa, che punisce l’adulterio con la morte, chi l’ha fatta? Gli uomini. Forse, siccome è giusta, anche per se stessi? No, solo per le donne, e senza il loro consenso. E giustizia è, come tutti sanno, dare a ciascuno il suo, né più né meno: unicuique suum (che significa anche proporzionare doveri e diritti alle possibilità, le quali nelle donne sono per natura superiori: “molto meglio che gli uomini potrebbero a molti soddisfare”) Ora ha lei forse mai rifiutato di adempiere ai suoi obblighi coniugali? Mai, deve ammettere il marito. E dunque, con ammirevole senso del risparmio, oltre che del diritto, conclude Madonna Filippa, io vi domando: “Se egli ha preso sempre di me quello che gli è bisognato e piaciuto, io che doveva fare o debbo di quel che gli avanza? Debbolo io gittare a’ cani? Non è egli molto meglio servirne un gentile uomo che più che sé m’ama che lasciarlo perdere o guastare?”.
Impossibile darle torto e non abrogare immediatamente la iniqua legge che la condanna. E all’applauso con cui i pratesi accompagnano madonna Filippa mentre si allontana dal tribunale, libera e lieta, idealmente partecipano, dalle pagine del Decameron, molte sue consorelle. Purtroppo però non tutte hanno la fortuna di vivere in una felice terra di mercanti, dove le ragioni – se non del cuore – dell’economia vengono così prontamente intese e approvate; anzi, di solito, guai se il loro coraggio, la destrezza e l’intelligenza (che basterebbero al successo di un uomo politico) dovessero uscire dal segreto delle chiuse stanze e delle labbra di qualche involontario complice o testimone: monna Sismonda, la moglie di Tofano, Peronella e tante altre sarebbero rovinate.
Del resto esse sanno bene – madonna Filippa ha parlato chiaro – che i difetti e le lacune di un marito non si colmano cambiando marito; perciò, invece di un inutile divorzio, si ingegnano a procurarsi un degno amante. E a forza di ingegno arrivano anche a trasformare in ruffiano un benintenzionato confessore o a indurre un geloso ad aspettare tutta la notte, sulla porta di casa, l’amico della moglie chiusa in camera, mentre questi tranquillamente la raggiunge dal tetto.
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Ma, per poter durare, l’amore così conquistato deve rimanere nascosto, ben protetto e difeso: difesa che spesso coincide con quella della vita stessa della donna innamorata.
Disgraziatamente, invece, il marito di monna Sismonda finisce per accorgersi del giovane che di notte aspetta sotto la sua finestra il segnale convenuto, e subito si lancia ad inseguirlo. Della moglie si occuperà poco dopo, bastonandola di santa ragione e tagliandole i capelli per riconsegnarla, così conciata, ai suoi nobili fratelli che (li conosce bene) provvederanno loro a vendicare in modo più che soddisfacente l’onore comune. Ha fatto però lo sbaglio di lasciare fra lei e la morte due intervalli dei quali, con meraviglioso sangue freddo, monna Sismonda approfitta: del primo per mettere la serva nel letto coniugale a ricevere al suo posto il “trattamento” di Arriguccio; del secondo per farsi trovare rivestita, col cucito in mano e i capelli in testa dai fratelli (anche lei li conosce bene) che Arriguccio è andato a chiamare. Di fronte a una scena tanto diversa da quella che si aspettano tutti restano sorpresi, ma lo stupore del marito diventa confusione mentale e quella degli altri rabbia contro di lui via via che monna Sismonda, mentre smentisce con l’evidenza l’accusa, astutamente ammette che ci può essere qualcosa di vero, accusandolo a sua volta di frequentare abitualmente donne di malaffare e taverne, dove è anche possibile che, ubriaco, abbia fatto a un’altra quello che crede di aver fatto a lei… Alla fine il poveretto deve all’intercessione della moglie se i cognati, invece di lei, non ammazzano lui; comunque gli levano per sempre la voglia di sospettare, “mercantuccio da quattro denari” che non è altro, una irreprensibile gentildonna la quale, da parte sua, certo non lascerà inutilizzata l’impunità che proprio quei furibondi tutori dell’ordine le garantiscono vita natural durante.
   La moglie di Tofano e Peronella sono povere donne ma, visto che hanno abbastanza presenza di spirito per affrontarne rispettivamente il risveglio nel cuor della notte e il ritorno nel mezzo della giornata, avranno pure anche loro il diritto di svagarsi un po’ mentre il marito dorme o lavora. Del resto Tofano è un tipo risoluto e quando si accorge che la moglie non è in casa, come dovrebbe a quell’ora una donna dabbene, non esita a chiuderle la porta in faccia. Allora, approfittando del buio, lei finge di gettarsi nel pozzo e davanti a un gesto così disperato, cosa fa uno che non sia di pietra? Si precipita al pozzo, senza curarsi più della porta; quanto basta a lei per rientrare e lasciarlo a sua volta in mezzo alla strada, chiamando poi dalla finestra i vicini a testimoniare chi è quello che passa la notte fuori di casa.
“Quisquilie” interviene monna Isabella “a paragone del frangente in cui mi sono trovata io”. Effettivamente già aver due uomini che si possono considerare rivali, uno sotto e uno sopra il letto, non sarebbe imbarazzo da poco, anche senza che sopraggiungesse la serva ad avvertire “Madonna, ecco messer che torna”; ma con questo Isabella sembrava proprio spacciata. A salvarla è stata l’improvvisa idea che, se un amante non è giustificabile, forse si può invece spiegare la presenza di due. Così, sotto la sua energica regia, Lambertuccio, rosso e ansante com’è, si lancia fuori dalla camera con la spada in pugno e, urlando “giuraddio che lo troverò”, sfreccia davanti al padrone di casa il quale, stupefatto, entra per chiedere spiegazioni alla moglie proprio mentre, senza bisogno di fingere nemmeno lui la sua paura, il giovane Leonetto emerge da sotto il letto, giurando di non sapere perché mai quell’energumeno ce l’abbia tanto con lui e umilmente scusandosi e ringraziando la donna che, nascondendolo sotto il letto, gli ha salvato la vita. Della qual cosa il marito, che è un generoso gentiluomo, altamente la loda.
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L’ingenuità degli uomini è pari solo al loro egoismo. E Peronella si consola ricordando come al marito, improvvisamente tornato, ha fatto credere che il suo bel giovanotto fosse lì per comprare quella grande giara, di cui essi desideravano da tempo liberare la casa: così che non solo è scampata all’ira del primo ma, per una volta, ha anche costretto il secondo a metter mano alla borsa.
Con maggior libertà si muovono le donne oneste, che guadagnano in reputazione
quando le brutte figure fatte fare agli uomini vengono risapute. Così tutta Firenze si congratula, per le loro pronte e intelligenti risposte, con madonna Oretta e Nonna de’ Pulci. Sposa novella, quest’ultima si è sentita dire in tono malizioso dal vescovo che passeggiava in compagnia dell’affascinante maniscalco del re di Napoli: “Nonna, che ti par di costui?”. Era ben noto, e anche il vescovo lo sapeva, come qualche tempo prima quel Casanova fosse stato a letto con una sua nipote, al marito della quale, invece dei cinquecento fiorini d’oro pattuiti, aveva poi dato per compenso monete d’argento dorato. Perciò, visto che uomini di mondo e di Chiesa, i quali con una storia così poco edificante alle spalle avrebbero dovuto almeno avere il buon gusto di stare zitti, si permettevano di stuzzicare una donna perbene, “non saprei” ha risposto Nonna, “ma nel caso vorrei buona moneta”.
Sono cose che mettono allegria, però non a tutte. In disparte, nell’ombra, si tengono alcune che degli uomini non possono ridere, perché in modo troppo crudele si sono vendicati della meschinità di sentirsi insufficienti. La moglie di Guglielmo Rossiglione, alla quale è stato fatto mangiare – ben cucinato – il cuore del suo amante, Isabetta da Messina, Ghismonda… per quanto ne ammiri il coraggio, anche il loro autore preferisce che non vengano avanti, comprendendo come non siano fatte per un giorno di festa.
Maria Valbonesi (La Nuova Tribuna Letteraria n°113)
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