PERSONAGGI – Alice Munro

ALICE MUNRO – Premio Nobel 2013

Maestra del racconto breve contemporaneo

Ogni anno si ripete la Cerimonia di consegna dei Premi Nobel, il 10 dicembre, giorno in cui ricorre l’anniversario della morte del fondatore Alfred Bernhard Nobel. L’anno scorso sulle pagine di questa rivista, numero 109, ci siamo occupati del cinese Mo Yan, Premio Nobel per la letteratura 2012. Nel 2013 il massimo riconoscimento è passato dal Nord-Est della Cina al Nord-Ovest del Canada. Da un romanziere a una scrittrice borghese di racconti, Alice Munro. Dall’epopea popolare di un paese invaso dai giapponesi, o alle prese col dopo-Mao e col capitalismo di Stato, alle storie individuali e intime di uomini e donne del Nord America, soprattutto di donne, alle cui vite la Munro ha dedicato un’attenzione particolare nei suoi numerosi libri di racconti.

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Alice Munro è nata a Wingham, nell’Ontario, il 10 luglio 1931. Suo padre era un agricoltore e un allevatore, sua madre un’insegnante. Oggi, quindi, ha ottantadue anni, ma è dall’età dell’adolescenza che continua a scrivere racconti, esclusivamente racconti. In media, negli ultimi tempi, un libro ogni quattro anni. Anzi, i racconti li scriveva, perché l’ estate scorsa aveva pubblicamente comunicato che era stanca, non aveva più voglia di scrivere. Imitando, in questo, l’americano Philip Roth: ma mentre Roth aveva confessato di essersi snervato nell’attesa, sempre frustrata, del Nobel, lei sul Nobel non ci contava… Ha scompigliato i pronostici della vigilia che vedevano tra i favoriti, oltre a Roth, l’immancabile israeliano Amos Oz, il ceco Milan Kundera e l’italiano Umberto Eco, per non parlare di Haruki Murakami, della bielorussa Svetlana Alexievich e della statunitense Joyce Carol Oates (ma si dice da tempo che gli scrittori statunitensi non godano dei favori dei giurati svedesi).
Alla ricorrente domanda dei giornalisti “Perché scrive solo racconti?”, lei era solita rispondere “Perché non avevo tempo di scrivere nient’altro. Avevo tre bambine…”. Anche se a dire il vero un “romanzo”, nel suo curriculum di scrittrice, esiste, se pensiamo che fu edito come tale un libro uscito nel 1971 e composto di varie storie tutte legate fra di loro, Lives of Girls and Women.
Quando nel 1950 le fu pubblicato il primo racconto, il primo in assoluto, dal titolo The Dimensions of a Shadow, lei aveva solo diciannove anni ed era una studentessa della University of Western Ontario. Durante gli studi si manteneva facendo la cameriera o l’impiegata di biblioteca, oppure andando a raccogliere il tabacco. A vent’anni lasciò la Facoltà di Inglese e sposò James Munro, si trasferì a Vancouver ed ebbe tre figlie, Sheila (1953), Catherine (1955) e Jenny (1957). Catherine sarebbe morta poche ore dopo la nascita, ma nel 1966 i coniugi Munro avrebbero avuto un’altra figlia, Andrea.
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Per quanto riguarda i riflessi sulla sua futura carriera di scrittrice, la scelta che si rivelò decisiva fu il trasferimento a Victoria e l’apertura di una libreria, la “Munro’s Books”. Nel 1972 i coniugi Munro divorziarono, lei tornò nell’Ontario e divenne “Writer-in.Residence”. Quattro anni dopo si risposò con un geografo, Gerald Fremlin, con il quale andò a vivere a Clinton, dapprima in una fattoria e poi in una casa; vinse il Premio Governor General’s e ottenne il posto di “Writer” sia nell’Università della British Columbia che in quella del Queensland.
Una notizia piuttosto curiosa riguarda un titolo nobiliare che sarebbe stato concesso alla scrittrice nel 2005 da un inglese, sedicente re. Alice Munro sarebbe una “Duchessa dell’Ontario” perché nominata dal “Re di Redondo”, un’isola assolutamente disabitata di sedici chilometri quadrati scoperta da Colombo nel 1493, che si trova nei Caraibi a 35 miglia da Antigua, il cui governo non ha mai riconosciuto tale “regno”. Peraltro, la Munro pare in buona compagnia, perché duchi di Redondo sarebbero stati nominati a suo tempo anche altri scrittori o personaggi tra cui Dylan Thomas, Henry Miller e Rebecca West. No comment. Un’altra onorificenza concessa alla Munro, ma questa volta autentica, è quella francese di “Dame de l’Ordre des Arts et des Lettres”, nel 2010.
 231545210Ma torniamo al Premio Nobel. La Giuria, nella motivazione del prestigioso riconoscimento, l’ha definita “maestra del racconto breve contemporaneo”. Con buona pace di alcune case della grande editoria commerciale, che continuano da anni a preferire il romanzo ai racconti...
La canadese è la tredicesima donna a conquistare il Nobel. L’unica donna italiana ad esserne insignita, com’è noto, è stata Grazia Deledda nel 1928; l’ultimo uomo Dario Fo, nel 1997. Quando da Stoccolma le è stata fatta la telefonata che le comunicava l’assegnazione del Premio, in Canada erano le quattro del mattino e la scrittrice dormiva profondamente, quindi non ha sentito e non ha risposto. Le hanno lasciato la relativa comunicazione nella segreteria telefonica. È stata, comunque, svegliata da una figlia prima dell’alba, e allora è esplosa la sua gioia. “Sapevo di essere tra i candidati, ma non avrei mai pensato di vincere – ha confessato al giornale “Toronto Star” – sono terribilmente sorpresa. È una notizia meravigliosa. A dire il vero, qualche volta aveva ipotizzato la conquista del Nobel, ma l’aveva sempre considerato “uno di quei sogni nel cassetto che potrebbero divenire realtà, ma che probabilmente non lo saranno mai.
 Mentre in Canada è molto nota, in cima alle classifiche delle vendite, e ha vinto per ben tre volte il più prestigioso premio letterario del Canada (il Govern General’s Award), nel resto del mondo il suo nome è meno conosciuto. Grande successo avevano ottenuto, nel 1968, La danza delle ombre felici e, nel 1978, Chi ti credi di essere?. Entrambe le raccolte avevano vinto l’Award. In Italia, la Munro ha cominciato a comparire tra i grandi scrittori contemporanei dal 1989, per merito di piccole case editrici come Serra e Riva e la femminista Tartaruga, ma soprattutto di Einaudi (la stessa del cinese Mo Yan, vincitore del Nobel 2012) per la quale sono usciti senza interruzione, tradotti da Susanna Basso, Il sogno di mia madre (2001), Nemico, amico, amante (2003), In fuga (2004), Il percorso dell’amore (2005), La vista da Castle Rock (2007 e 2009), Segreti svelati (2008), Le lune di Giove (2008), Troppa felicità (2011), Chi ti credi di essere? (2012). Della Mondadori ricordiamo il Meridiano intitolato I racconti, a cura di Marisa Caramella, apparso di recente (2013).
Un’ottima presentazione della Munro ai lettori italiani l’aveva fatta nel 2008, quindi in tempi non sospetti, il critico Pietro Citati, nel suo volume sulla Letteratura del Novecento edito da Mondadori. Citati consigliava in modo particolare due libri, Il sogno di mia madre e Nemico, amico, amante scrivendo, tra l’altro: “So che, in Italia, forse appena trenta persone conoscono che Alice Munro… ha scritto dieci raccolte di racconti e un romanzo: mentre milioni di americani, inglesi, francesi, italiani, tedeschi, leggono delirando i romanzi sovente pessimi, talora mediocri, rarissimamente buoni di Philip Roth. Ma spero che, a poco a poco, quelle trenta persone si moltiplicheranno, perché i buoni lettori sono come la zizzania dei Vangeli. E, tra pochi anni, chiunque vorrà parlare di un bellissimo racconto, o di una sottile accortezza narrativa, o di una visione del mondo tanto ricca quanto inefferrabile, dirà: Mi ricorda un libro della Munro. Lo leggerò subito…”. Pietro Citati ammirava senza riserve “l’arte di una costruzione tanto ampia quanto meticolosa, che calcola tutti i particolari e li dispone in un arco vasto come il mondo”.
Sembra che, se c’è stata un’intenzione di fondo (più o meno dichiarata) in questa scrittrice che in tanti anni ha prodotto una galassia di racconti di vita variegati ma coerenti e, in fondo, interconnessi, sia stata un’intenzione didascalica, o addirittura rivelatrice: “L’obiettivo della mia scrittura – ha detto un giorno – è sempre stato quello di offrire una rivelazione su cos’è davvero la vita. Voglio che i lettori pensino: sì, la vita è così. Perché è la reazione che ho io davanti alla scrittura che amo di più. Una sensazione di meraviglioso sbalordimento. E di gratitudine per aver visto la vita in modo così intenso, attraverso la scrittura”.
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Qualcuno avrebbe potuto dubitare che fosse proprio predestinata a diventare una scrittrice, o comunque una normale cultrice delle lettere, se avesse letto quanto scritto in Danza delle ombre felici, pubblicato nel 1968, e che ora dobbiamo alla Einaudi: “A scuola non mi sentivo a mio agio mai, nemmeno un minuto. Non sapevo come fosse per Lonnie. Prima dei compiti in classe, lei aveva le mani gelate e il cuore le batteva forte, ma io ero praticamente disperata tutto il tempo. Se in classe mi facevano una domanda, anche la più semplice e banale, la voce poteva uscirmi stridula, oppure roca e tremante. Se dovevo andare alla lavagna ero certa di avere la gonna macchiata di sangue, anche nei giorni del mese in cui non era possibile. Quando mi si chiedeva di usare il compasso da lavagna, le mani mi sudavano da pazzi. Non sapevo battere a pallavolo, la necessità di fare qualsiasi cosa davanti agli altri mi annichiliva i riflessi. Odiavo le lezioni di ragioneria perché bisognava tracciare pagine e pagine di righe a pennino sui registri contabili e, se l’insegnante si piazzava a guardarmi alle spalle, tutti quei tratti si mettevano a tremare e sovrapporsi. Odiavo scienze, dovevamo appollaiarci su sgabelli alti sotto luci impietose, davanti a banconi carichi di attrezzi strani e delicatissimi, e il professore era il preside, un uomo dalla voce fredda e compiaciuta – con cui leggeva ogni mattina le Sacre Scritture – e un grande talento per umiliare le persone. Odiavo lettere perché i maschi giocavano a tombola nel fondo dell’aula, mentre l’insegnante, una ragazzona gentile e un po’ strabica, leggeva Wordsworth dalla cattedra. Li minacciava, li supplicava, le veniva la faccia rossa e una voce non più credibile della mia. Allora quelli si sperticavano in scuse grottesche e, quando lei ricominciava a leggere, assumevano atteggiamenti rapiti, espressioni beate, con tanto di occhi storti e mano sul cuore. Qualche volta lei scoppiava a piangere, non ce la faceva più e doveva scappare nel corridoio. A quel punto i ragazzi si mettevano a muggire forte e le nostre risate crudeli – oh, sì, anche la mia – la accompagnavano fuori. Aleggiava in classe un’atmosfera di farsesca barbarie che a persone deboli e insicure come me faceva paura”.
A parte questi ricordi di scuola (altro che il film “L’attimo fuggente”!) una caratteristica del modo di raccontare della Munro è rappresentata anche dalla delicatezza, oltre che da una certa cinica sicurezza, con cui mette a nudo e scandaglia le debolezze, i difetti, gli sbagli anche minimi degli esseri umani immersi nella vita quotidiana contemporanea, andando ben oltre i comportamenti esteriori dei personaggi. Personaggi che spesso segue con comprensione e apprensione, convinta com’è che, in circostanze analoghe, molto probabilmente si comporterebbe come loro. Il suo lavoro di introspezione quasi maniacale, anche attraverso una focalizzazione acuta su dettagli non direttamente psicologici ma materiali, esteriori, che potrebbero sembrare trascurabili ma che invece si rivelano spie, chiavi o codici di un mondo e di un’esistenza (senza ignorare anche quel tanto di violento e di crudele che a volte si può manifestare nel tran-tran d’ogni giorno), ha fatto sì che il suo nome venisse accostato a quello del russo Anton Cechov (è stata definita, infatti, la “Cechov canadese). Ma, a parte indubbie analogie e somiglianze, uno studio approfondito rivelerebbe molte differenze, troppo importanti per sostenere sistematicamente un tale accostamento. Qualcuno ha evocato anche il nome di James Joyce, ripensando a molti passi dell’Ulisse: stesso discorso che per Cechov, anzi ancora più serio. Mentre l’interesse per i singoli esseri umani e le piccole comunità sociali o, a volte, per il mondo contadino di un tempo (nostalgia del padre?), unito all’estrema cura dei particolari, l’ha fatta affiancare alla scrittrice americana Flannery O’ Connor, il cui ambiente preferito è quello del Sud degli Stati Uniti.
Di certo non sono prive di influenza sulle sue storie l’ambiente e l’atmosfera della provincia canadese dell’Ontario, in cui si può soffrire di isolamento e solitudine intima anche a causa di una densità di soli undici abitanti per chilometro quadrato, con inverni rigidi (anche se più miti nella zona fra i laghi Erie, Ontario e Huron). Una provincia che, nonostante le enormi masse lacustri e le immense foreste, è una delle più industrializzate e presenta molti tratti contraddittori. Non ci sentiamo di affermare che il paesaggio suggestivo del Nord-Ovest, con le sue praterie sconfinate dove solo ogni tanto appare una casa o un gruppo di case, con i suoi alberi e le sue acque, influisca in modo determinante sulle vicende, le emozioni e le decisioni dei personaggi: però un’ influenza indiretta di tale Natura è innegabile.
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Fra i temi più ricorrenti nei suoi racconti, i problemi adolescenziali e i rapporti tra i giovani e le rispettive famiglie, la vita coniugale, la vecchiaia e la solitudine: il gap generazionale, quindi, e le difficoltà della vita matrimoniale, la malinconia del declino della vita, all’interno di una società che comunque ha molto cambiato i propri registri e stili di vita a causa dell’industrializzazione e dell’urbanizzazione, con la conseguente parcellizzazione e solitudine, i cui riflessi appaiono inevitabili anche nei piccoli centri e nei luoghi di periferia, comunque toccati dalla tecnologia imperante. Sembra proprio, come detto, che ogni anima sia isolata da tutte le altre e che, a volte, l’indifferenza umana sia più vasta di un oceano.
Un occhio di riguardo, dicevamo, è riservato alle donne. Anche ad un certo mondo di donne, rimaste senza uomini (si fa per dire) perché occupati in mille altre cose diverse dai figli, dalla casa e dal sesso abitudinario domestico. Preferibilmente donne che dispongono di una certa indipendenza economica, che si ritrovano tra di loro in gruppi e parlano, parlano di tutto, ma soprattutto di se stesse. E una volta sole si autoanalizzano, si auscultano, si descrivono. Anzi, si scrivono. Toccando anche argomenti diversi da quelli relativi a vestiti, lattanti, rapporti sessuali coi mariti (sempre più rari e frettolosi), separazioni e divorzi, a volte anche cucina e diete, malattie… E tutto questo continuano a farlo in modo grazioso e ordinato, con tranquillità e senso della misura.
Sentiamo come la Munro parla di alcune “zitelle”: “C’era la cugina Iris di Philadelphia. Infermiera. La cugina Isabel di Des Moines. Proprietaria di un negozio di fiori. La cugina Flora di Winnipeg, maestra; la cugina Winifred di Edmonton, ragioniera. Le signorine, le chiamavano. Zitelle era troppo restrittivo, non sarebbe bastato a definirle. Avevano petti poderosi e allarmanti – una massa unica, corazzata – e pance e didietro pieni e imbustati come quelli di ogni donna sposata. Al tempo pareva che, per un corpo femminile, dotato di una qualunque ambizione esistenziale, la tendenza giusta fosse lievitare e rimpannucciarsi fino al raggiungimento di una buona taglia cinquanta; poi, a seconda delle mire e del ceto, quel corpo poteva afflosciarsi in un budino tremulo e foderarsi di vestiti pallidi in tessuto fantasia e grembiuli umidi, o lasciarsi inguainare in stampi le cui curve immobili e le cui linee audaci non avevano alcuna pretesa di sensualità” (da Le lune di Giove, Einaudi 2008).
E chiudiamo appuntando la nostra attenzione su un altro breve brano, ancora da Le lune di Giove, quello in cui possiamo scorgere, agevolmente, un fedele autoritratto di Alice Munro: “Le vogliono bene e sono pronti a mostrarsi solidali, ma lei non ne vuole sapere e ci ride su, riesce a dire le cose più ciniche in modo spensierato e seducente. Racconta la propria vita sotto forma di aneddoti e, sebbene quasi tutti tendano a dimostrare che le speranze sono destinate a essere spazzate via, i sogni a essere ridicolizzati, le aspettative ad andare deluse e la vita a cambiare in modo strampalato e inspiegabile, la gente si sente sempre più allegra dopo averla ascoltata. Dicono tutti che è un sollievo incontrare una persona che non si prende troppo sul serio, che è serena e garbata, non ha nessuna pretesa e non cede al vittimismo: vivace e premurosa, una lieta spettatrice della vita”.
Luigi De Rosa (La Nuova Tribuna Letteraria n°113)
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