PERSONAGGI – La mia Szymborska

PERSONAGGI – La mia SZYMBORSKA

Figure femminili in una grande opera immortale

Nel febbraio di due anni fa, allorché scomparve la poetessa Wislawa Szymborska (Kórnik 2 luglio 1923-Cracovia 1 febbraio 2012), avrei voluto tracciare per le pagine di questa rivista il suo profilo, per rinverdire il ricordo del mio lontano incontro con la sua poesia. Preceduto nella proposta alla direzione de La Nuova Tribuna Letteraria dall’amico Elio Andriuoli, che scrisse un articolo apparso nel numero 106, son rimasto al palo per due anni durante i quali ho avuto modo di trarre, dal profondo, il ricordo del modo in cui sono entrato in contatto, la prima volta, con la poesia polacca e, di conseguenza, con quella della Szymborska.

Szymborska-W.-fot-Weglowski-1954-r.-Ikon.IV-35920Ritornare indietro nel tempo, per uno che, come me, ha percorso una lunga parte della sua vita, non è mai una forma di esibizione snobistica, ma piuttosto un modo per rievocare giorni lontanissimi, durante i quali si svolsero le vicende letterarie nelle quali, a vario titolo, si è rimasti coinvolti.
La poetessa polacca Wislawa Szymborska giunse a me nel corso di una serie di tappe letterarie che, a partire dagli anni ‘70, mi avrebbero portato, nei miei giri per l’Europa, anche in Polonia.
A dire il vero fu la Polonia che venne a me, in qualche modo, prima che io mi recassi a Varsavia. E vi giunse attraverso i miei Canti per un’Isola, pubblicati nel 1965, canti nei quali si rispecchiano i mali che assillavano e ancora assillano la mia terra natale: la Sardegna.
A distanza di anni, ed esattamente nel 1973, ricevetti a Genova una visita del poeta e giornalista Zygmunt Wójcik, redattore della rivista culturale Regiony che si pubblicava a Varsavia.
Nel suo reportage dall’Italia, piuttosto ampio, si può leggere anche un’intervista nel mio studio, con foto tra i miei libri, e la traduzione in polacco di due poesie (Orgosolo e Anche questi son sardi) della raccolta citata.
Feci cenno della pubblicazione di quelle mie due poesie al professor Pietro Marchesani, che insegnava Letteratura Polacca all’Università di Genova, il quale mi consigliò la lettura delle opere della Szymborska, una delle voci più autentiche della poesia polacca, nelle sue traduzioni.
Lessi Domande poste a me stessa (1954) e Appello allo Yeti (1957) e di quest’ultima raccolta mi colpirono diverse liriche, parte delle quali – come i seguenti versi: La storia che non si affanna/ alle trombe mi accompagna. / Gerico viene chiamata / la città da me abitata. // Mi frana di dosso pezzo/ a pezzo la città muraria. / Sto in piedi tutta nuda/ sotto la divisa d’aria. // Suonate, trombe, e come si confà / suonate a più non posso. / Ormai solo la pelle cadrà / e mi discolperanno le ossa – riemergono ogni tanto dalla memoria.
Oppure l’inizio di Tentativo: Oh sì, canzone, ti fai beffa di me; / se anche prendessi il monte, non fiorirei d’una rosa. / D’una rosa fiorisce solo la rosa. Lo sai…
Mi colpiva, nelle liriche della Szymborska, quella sorta di “poetica negativa” basata sul “dubbio metodico” che fu di Descartes e di Montaigne; per cui al luogo della storia evoca l’anti-storia, scrive odi anonime per anonimi e, anziché esibire il sapere, pratica l’anti-sapere e persino il suo erotismo diventa il suo contrario.
Dopo il grande consenso riscosso da Appello allo Yeti giungeva la conferma del suo spessore artistico con la raccolta Sale, che imponeva la Szymborska come una delle voci più originali del panorama letterario polacco.
Szymborska
Nell’autunno del 1991 fui invitato a Varsavia al “Festival Mondiale della Poesia”; e in tale occasione uscirono anche le mie due liriche nell’antologia internazionale di poeti polacchi, cechi e italiani Wino Najpiekniejsze pubblicata a Craiova, a cura di Zygmunt Wojcik, dalle edizioni Wydawnictwo Miniatura.
Finii persino sulle pagine del quotidiano Slowo per una mia poesia su Varsavia immediatamente tradotta in polacco.
Ma più di tutto ricordo i vari discorsi intavolati con colleghi, anche di altre nazionalità, sulla poesia della Szymborska. Dopo la lettura di Gente sul ponte (1986) e di La fine e l’inizio (1993), sempre nelle traduzioni di Marchesani, m’imbattei ancora nella sua poesia, che diventava sempre più importante, in Francia.
Avevo tradotto, per incarico della “Maison de la Poésie Nord- Pas-de-Calais” di Beuvry, 36 liriche di poeti francesi che costituirono il volume antologico bilingue Sur les chemins ouvérts. Allorché mi recai in Francia per la presentazione del volume mi venne fatto omaggio del volume Dans le fleuve d’héraclite, ovvero un’antologia polacco-francese delle liriche della Szymborska, pubblicata in quella stessa collana. Collana nella quale sarebbe stata pubblicata nel 2002 anche la mia raccolta Il battello fantasma – Le bateau fantôme, prefato da Luigi Surdich dell’Università di Genova.
È inutile dire che mi appassionai alla lettura dei testi della poetessa polacca anche perché potevo leggere un brano di quanto aveva scritto su di lei, nel 1991, il Premio Nobel 1980 Czeslaw Milosz: “Szymborska ci rallegra perché è talmente lucida, perché gode a far giochi di destrezza con gli accessori della nostra eredità collettiva (per esempio quando parla delle donne di Rubens e del barocco) perché ha un particolare senso del comico. E corre questi rischi senza dubbio coscientemente compiendo quei giri magici al limite del saggio e del poema. E non sarebbe pertanto fedele ai colori del suo tempo, se lei mantenesse solamente una tonalità serena. È una poesia – diciamolo sinceramente – molto amara. E poiché lei appartiene alla letteratura di scala internazionale, si ha il diritto di paragonarla con le identiche diagnostiche di altre lingue. Il paragone si impone con le visioni disperate di Samuel Beckett e di Philip Larkin. Tuttavia, contrariamente a loro, la Szymborska ci offre un mondo in cui si può respirare. Ciò avviene grazie, senza dubbio, all’obiettività spinta così lontano che l’”io” con la sua nevrosi personale è completamente escluso e ha gioco un luogo che ci arreca il sentimento di un’immensa moltitudine di forme e della sontuosità dell’esistenza umana”.
In Notka (Un appunto) della raccolta del 2002 Chwila (Attimo), sempre nella traduzione di Marchesani, così si esprime: La vita è il solo modo / per coprirsi di foglie, / prendere fiato sulla sabbia, / sollevarsi sulle ali; // essere un cane,/ o accarezzarlo sul suo pelo caldo, // distinguere il dolore / da tutto ciò che dolore non è, // stare dentro gli eventi, / dileguarsi nelle vedute, / cercare il più piccolo errore. // Un’occasione eccezionale / per ricordare per un attimo/ di che si è parlato/ a luce spenta; // e almeno per una volta/ inciampare in una pietra, / bagnarsi in qualche pioggia,/ perdere le chiavi tra l’erba: / e seguire con gli occhi una scintilla nel vento; / e persistere nel non sapere / qualcosa di importante.
Wisława-Szymborska-02
Christophe Jezewski nella prefazione alla raccolta francese, cui accennavo, così scriveva fra l’altro: “Ciò che salva la sua poesia, che è veramente antiromantica o intellettuale, assillata dal non essere e dall’evanescenza del tempo, degli esseri e delle cose, è la sua attitudine a situarsi tra l’estasi e la disperazione, la sua capacità di estasi davanti al miracolo della vita, la sua insaziabile curiosità del mondo, il suo scetticismo, la sua ironia, il suo spirito di contraddizione e il suo straordinario senso dell’umorismo. Ed è per ciò che molto spesso nella sua opera si incappa nella tendenza alla caricatura, alla parodia, al grottesco, al concetto e al paradosso.
È evidente, da quanto fin qui s’è detto, che la lettura della sua poesia non è una impresa facile, e che la comprensione dei principi fondamentali su cui si regge, che sono quelli atti a chiarire la nostra presenza nel contesto dell’Universo, sono così profondi, e così evanescenti nel contempo, da trasmetterci il senso panico da cui siamo colti vivendo.
Dal canto suo Pietro Marchesani, che della Szymborska era un grande estimatore, nell’introdurre il volume antologico edito da Adelphi, La gioia di vivere (Tutte le poesie 1945-2009), scriveva fra l’altro: “… Di fronte all’incalzante molteplicità delle forme, c’è lo stupore… Il metafisico stupore della creatura umana una sola volta, a caso, sulla terra, consapevole della brevità della propria esistenza – che non è per nulla normale, ma rappresenta al contrario una sorta di miracolo, una pausa nella non esistenza. Un’Intervallo nell’infinito per il cielo sconfinato!. Il Nulla s’è rivoltato anche per me… – dice in un verso. Ma quel nulla, come dice ancora Marchesani, non si traduce nella poesia della Szymborska in angoscia o disperazione. In essa prevale l’accettazione affettuosa e stupita della vita, a partire dalle forme più semplici – anch’esse miracolose-del suo manifestarsi.
Così leggiamo in Allegro ma non troppo, dalla raccolta Ogni caso del 2003: Sei bella – dico alla vita – / è impensabile più rigoglio, / più rane e più usignoli / più formiche e più germogli…
E così scrive ancora Marchesani: “Si tratta di un’indicazione importante per accedere al senso più profondo della sua poesia, un senso racchiuso in quello stupore che ne costituisce la premessa e il fondamento, come la scrittrice ha dichiarato nel discorso tenuto in occasione del conferimento del Premio Nobel. Il mondo, qualunque cosa noi ne pensiamo, spaventati dalla sua immensità e dalla nostra impotenza di fronte ad esso, amareggiati dalla sua indifferenza…qualunque cosa noi pensiamo dei suoi spazi attraversati dalle radiazioni delle stelle…questo mondo è stupefacente.
Ci è dato di pensare allo stupore dantesco attraverso il quale la realtà contemplata si manifesta, nel suo insieme, per mezzo della luce folgorante dei particolari. O, per usare ancora le parole della poetessa, Ogni inizio infatti / è solo un seguito/ e il libro degli eventi/ è sempre aperto a metà.
Bruno Rombi (La Nuova Tribuna Letteraria n°112)
email