Recensioni – Narrativa

Franco Orlandini – PAESAGGI & FIGURE – Tecnoprint Editrice, Ancona 2014

“Riveduta e accresciuta”, è stata di recente ristampata, dalla Tecnoprint, l’opera “Paesaggi e Figure” di Franco Orlandini, docente a riposo, poeta e saggista. Il volume è impreziosito da disegni realizzati dall’autore, per sottolineare, anche con la pittura, i punti chiave della sua visione del mondo. La copertina con “Nubi sulle alture”, ad esempio, è metafora di una delle dimensioni più forti del messaggio veicolato dal libro: l’ascensione alla vetta è disturbata da nuvole che, sottraendo spazio alla luce, la rendono ancora più difficile. Confermano l’assunto le altre tavole: “Autoritratto giovanile”, “Autunno”, “Giornata d’inverno”, “Colline a sera”, “Crepuscolo sul mare”, “Autoritratto, nella morte della madre”.

Orlandini rievoca i momenti salienti della sua formazione: “l’inquietudine, “la paura del nulla” e la scoperta della “poesia”, capace di dargli “ore di furore appagante, di esaltazione, di sublimazione”; le esplorazioni in biblioteca, “al seguito dei Grandi del passato” che, avendo raggiunto “la città collocata sul monte”, erano diventati un punto di riferimento per quanti bramavano certezze; la scoperta di Papini con il quale impara a condividere “la repulsione per la quotidianità, in particolar modo di quella cittadina, per tutto ciò che ha di asfissiante, di banale, di falso, di artefatto…”; l’interesse per Apollinaire, “per quel suo continuo oscillare tra ordine e avventura”; la collaborazione con Carmine Manzi e Italo Rocco; l’incontro con il pensiero di Silone che “auspicava la riconsacrazione dell’uomo e il risveglio della religiosità”…

Muovendosi con occhio esperto tensione etica e creatività, tra “paesaggi e figure” e cioè tra scenari emblematici e personaggi significativi, Franco Orlandini ricorda ancora: i tedeschi in ritirata, le campane del 25 aprile del ’43; le conferenze di Fiumi, Bo, Bargellini… mirate a smuovere il “clima letterario stagnante” della “provincia”; la “scuoletta su un’altura, in un villaggio isolato; la fine della Neoavanguardia; il sessantotto; la tragedia di Moro …

Le ultime pagine sono dedicate a una “visione escatologica”, aperta alla speranza e alla luce, frutto di un credo costruito sul campo, giorno dopo giorno, in perenne ricerca di certezze adatte a dare senso e dignità all’umano cammino. Scrive, infatti, Orlandini: “Non avranno valore i progressi della scienza e della tecnica, pur strepitosi, ma che si sono rivolti, tante volte contro l’uomo stesso. Avrà valore… il perfezionamento nella sfera spirituale e umana; per l’instaurazione di un mondo di giustizia e di pace, e anche di fraternità nel segno dell’origine comune e del comune destino”.

Il libro di Franco Orlandini convince: invita a riflettere e a interrogarsi. E lo fa con un linguaggio elegante, comprensibile e in piena sintonia con la sostanza del libro.

Pasquale Matrone

 

Gianni Ferraresi – RICOMINCIAMO DA GESU’ BAMBINO

Marcianum Press, Venezia 2013

Rinnovarsi, riprendere in mano la propria vita per mondarne le scorie e liberarla dai lacci che ne condizionano il volo. Non ci si può abbandonare ai capricci di un vento marcio che sempre più tenta d’insinuarsi nel mondo, spargendovi semi di morte. Ricominciare, con vigore nuovo, dopo essersi nutriti alla fonte del verbo…

Franco Ferraresi continua il suo apostolato di cristiano in trincea, attivo e presente nella società di cui sa di essere parte responsabile. Sa, infatti, che mai deve smettere di narrare la buona novella, facendo un uso fruttifero dei talenti ricevuti. Perciò scrive: la narrativa gli consente di indicare, con più incisività, ai suoi stanchi e avviliti fratelli la strada da percorrere …

Questa volta affida il messaggio al libro “Ricominciamo da Gesù bambino”, edito da Marcianum Press: lo consegna ai “Racconti di Vita” e ai “Racconti per la Vita” in cui rievoca l’infanzia, l’ adolescenza, le tappe della sua formazione con le creature piccole e grandi che gli hanno indicato la strada: perché il ricordo è l’ancora a cui “ci afferriamo per meglio capire il senso del nostro cammino”; perché aiuta a ricostruire “i momenti chiave che ci hanno riempito l’esistenza” e che “lasciano intravvedere la trama della Provvidenza…”.

Sulla scena de “I racconti della vita”, compaiono, in ordine sparso, Angelo, il camionista; le piccole Orsola e Giovanna che mettono sul presepe “un camioncino giocattolo” e “la statuetta di un Angelo; “nonna” Malvina e “suo padre” Candido; Cristina, pronta a “donare il suo midollo” a Giulia; l’amico Franco, “un bel ragazzo, schietto e gentile” di due anni più grande …

“I racconti per la vita” sono “pillole” di Vangelo riproposte come nucleo di storie edificanti, narrate con lessico adatto a essere compreso da tutti, soprattutto da un pubblico giovane, bisognoso di un viatico a illuminarne la strada. Anche i personaggi di questa sezione lasciano traccia feconda nel lettore. Tra i tanti: Ruben, che incontra, in una stalla, “la dolce figurina di un bambino e una giovane mamma bellissima, quasi trasfigurata dalla gioia”; Abdia, “il samaritano”;   il “medico di Antiochia” che decide di “ricostruire la vita di Gesù”, raccogliendo testimonianze …

Il lettore si ritrova immerso nella parola di Cristo, che s’incarna nei protagonisti delle storie costruite con un abile impasto di vero e verosimile, presente e memoria, mondo reale e Civitas Dei da riedificare, ripartendo dall’innocenza, ridiventando “bambini”, imparando a donarsi al mondo e a farsi responsabili della tutela della Persona umana, al di là e oltre qualsivoglia barriera.

Gianni Ferraresi ha pienamente raggiunto il suo obbiettivo: per il vigore del messaggio e per la scelta sapiente e funzionale della semplicità del linguaggio.

Pasquale Matrone

 

Francesca Luzzio – LICEALI – Genesi Editrice, Torino 2013

Insegnanti e artisti veri possono a buon diritto chiamarsi Maestri: spetta a entrambi lo stesso titolo che è, insieme, il loro denominatore comune. A porli sullo stesso piano sono gli ingredienti di cui fanno uso: umiltà, empatia, disponibilità a non sottovalutare la componente artigianale del loro lavoro, tensione etica, creatività… Francesca Luzzio è la prova concreta della verità dell’assunto: poetessa e scrittrice, è stata una vera Maestra per gli allievi che, con lei, hanno percorso un delicato segmento del loro cammino. Una docente artista che, attingendo al suo bagaglio di conoscenze psicopedagogiche e didattiche nonché a quello di una preparazione letteraria di grande spessore, giorno dopo giorno, ha saputo “ideare”, nell’atto vivo dell’insegnamento, non una lezione pedante e ripetitiva, bensì proprio quella adatta alla “misura” di ciascuno dei suoi studenti: in quel preciso momento della storia della società e del mondo. Individualizzazione, contestualizzazione e, senza forzature o anacronismi, attualizzazione… Queste le coordinate funzionali e fertili di un progetto mirato a far acquisire una cultura non depositaria bensì consapevole e problematizzante.

Il lettore avrà modo di verificare di persona quanto sinora dichiarato, sfogliando le belle pagine della raccolta di racconti e poesie “Liceali. L’insegnante va a scuola”, che Francesca Luzzio ha pubblicato con Genesi Editrice nel 2013. Nella prefazione, Sandro Gros Pietro fornisce, con acutezza di analisi, una mappa del libro, evidenziandone le diverse chiavi di lettura (antropologica, sociologica, storica, pedagogica) e, insieme, sottolineandone la valenza estetica e linguistica. A proposito di quest’ultima scrive: “Il linguaggio della poesia… ha in comune con la prosa un’esposizione semplice, tattile, sensuale, palmare, immediata, autentica, tersa, usuale e rassicurante. Una scrittura che punta sempre alla realtà delle cose, all’immanenza dei fenomeni, alla forza dei rapporti umani… e lo fa in modo diretto e conciso”.

Il titolo esprime, con efficacia, le intenzioni e la sostanza del libro. L’autrice ci racconta sé stessa nel suo rapportarsi con la scuola, nel suo costante porsi nella duplice veste di chi insegna e, nel contempo, apprende. Giunta alla conclusione di un’attività scelta per vocazione e vissuta con passione e come missione, Luzzio, che ancora sente nell’anima la lacerazione del distacco, fa il punto sul percorso compiuto, sull’adeguatezza dell’impegno, su eventuali omissioni, errori, debiti… Ha dovuto confrontarsi con un’epoca complessa, critica, segnata da una metamorfosi rapida, a tratti, ingestibile. Il balzo in avanti è stato di dimensioni impensabili: la scienza e la tecnologia hanno raggiunto mete tali da richiedere un’umanità molto più matura per governarne il corso. La politica, inadeguata e avvilita da ottusità, faciloneria e spregiudicatezza, ha asservito la pedagogia all’ ideologia di volta in volta imperante. Come “Zattera della Medusa”, in balia della tempesta, più volte la scuola ha rischiato paurose derive. A salvarla e a difenderne le ragioni e la dignità sono rimasti solamente gli insegnanti; non tutti, in verità: solo quelli che, come Francesca Luzzio, dotati di onestà intellettuale e di un’intelligenza critica, hanno avuto il coraggio di opporsi a chi li voleva belanti esecutori, utilizzatori della sola intelligenza strumentale.

I personaggi dei racconti sono emblematici di una scuola, specchio della crisi che attraversa la storia del mondo e, tuttavia, grazie a Francesca Luzzio e alle cose che scrive, anche di una scuola che tenta di riappropriarsi della sua dimensione trainante, consapevole del fatto che limitarsi a essere solo specchio significherebbe rinunciare a proporre alternative e, quindi, snaturarsi… “Ricerca d’identità”, “Mi vendo”, “Il ragazzo fagotto”, “Diverso”, “Italiano non italiano”, “Figlio di portiere”… sono lacerti dolenti di vita, graffi nel cuore e nella mente e, tuttavia, sono anche spiragli di luce, più o meno tenui, tesi ad attraversare la nebbia. Essenziali, lapidarie e intense, le poesie, sono, a loro volta, la sublimazione esatta dei racconti, il loro spirito che si fa canto. Ne costituiscono prova i versi attraversati da malinconia sorvegliata e schiva con cui si conclude la lirica intitolata “Supplenza”: “I giubbotti sono lì, appesi in fila privi dell’anima/ che li muoveva…/ Un casco rotola… / piede incurante colpisce la palla,/ rotola come il tempo e suona la campana.” Il correlativo oggettivo; “il tempo” che “rotola”, indifferente; la “campana”, all’improvviso…

Si leggono e si ascoltano, le poesie. Non si spiegano. Questa ne è un esempio eloquente. Richiede concentrazione, intelligenza, cuore… E, soprattutto, silenzio.

Pasquale Matrone

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