Bruno Rombi

 

 

L’acquiescenza del padre – Romanzo

 

Quello di Bruno Rombi è un viaggio sofferto e faticoso verso la propria “origine”. Quando, mesi fa, mi informò di volermi inviare questo suo romanzo, non coltivava nessuna “pretesa” di una recensione. Si trattava di un regalo con dedica. Per le parole con cui me ne aveva anticipato il titolo avevo già inteso che si sarebbe trattato di una “testimonianza” importante, un piccolo gioiello che anch’io potessi conservare gelosamente.

L’acquiescenza del padre è una narrazione emotiva che indugia solo marginalmente sui luoghi. Ha tutta la densità di un’introspezione, che scava con instancabile insistenza per appropriarsi di una risposta irrinunciabile sul senso della propria natura. È una rappresentazione cruda, un’autoanalisi spietata che si spoglia di ogni pudore e accetta tutto il dolore della memoria. L’acquiescenza è la remissività, la passività, l’assenza. Quella di un padre da cui ci si attende l’autorevolezza, l’affetto, il sostegno o quantomeno la presenza. La figura sulla quale ciascun figlio costruisce faticosamente la cifra della propria indipendenza. Il libro chiarisce fin da subito la natura di un duplice dolore: il disagio sull’esercizio della paternità e l’incomunicabilità di due generazioni a confronto.

Ido, il protagonista, si sta recando al processo del suo primogenito. Non è dato sapere quali siano i fatti che hanno condotto a questo epilogo, lo chiarirà l’ultima parte del romanzo. Rombi introduce quest’åimmagine paterna per catapultarla immediatamente indietro nel tempo. Ido è un bambino che vive il dramma dell’abbandono. Il matrimonio tra i due genitori non sembra essere altro se non l’unione di due patrimoni. Non c’è memoria di baci, di carezze, di calore. Nel clima arroventato del ventennio fascista e della guerra, Ido è privato del conforto di due presenze necessarie: il padre, partito per difendere la patria, e la madre, affannosamente rivolta a fronteggiare da sola le avversità di quegli anni bui. Ma, mentre la figura della donna resta abbozzata in pochi cenni essenziali, tutta l’attenzione del piccolo protagonista è rivolta al padre. Chi è quest’uomo elegante? Perché se n’è andato? Perché non ha inteso la disperazione di un figlio cui manca una guida essenziale? Rombi si fa narratore spietato. Indugia senza riserve sulla crescente disperazione di un bambino. La memoria di Ido ripercorre il montare di un rancore, che si rivela estremo quando affiora il proposito edipico di uccidere il genitore. La colpa che il padre deve scontare è smisurata. Raccoglie i tremori e i lamenti di un figlio sottoposto alle crudeltà della sua infanzia. Dovrà pagare per le circostanze che hanno fatto di quel bambino un concentrato di inadeguatezza. Dovrà rispondere dei danni dell’assenza: le violenze sessuali subite, l’obbedienza insensata alla disciplina fascista, il disagio di non saper distinguere tra tenerezza e violenza, amore e piacere. In un clima di morte, di prepotenze, di ipocrisie tra vincitori e vinti, un bambino cerca faticosamente un motivo di sopravvivenza. Ido racconta con crudezza la sua crescita. Come in un vero processo di autoanalisi non fa sconti nel dichiarare le brutture della sua solitudine. Indugia spesso sull’ammissione di un’affettività confusa e malata. Rivela, senza pudore, le contraddizioni di un animo che, nell’ambire alla tenerezza e al conforto dell’amore, approda alla brutalità del piacere spicciolo, inconsistente, effimero. Nell’alternarsi di uomini, donne, corpi frementi, luoghi, fughe improvvise resta la costante di uno spirito indomabile, insofferente, incapace di abbracciare qualcosa di sostanziale e durevole. Cambiano le città, i desideri, le alcove. Sullo sfondo resta Lui, la figura ingombrante di un padre da cui tutto parte e a cui tutto riconduce. È un peso indecifrabile; nemmeno quando il genitore torna dal fronte, o gli fa dono di un portasigarette, sembra farsi strada un barlume di umanità e di tenerezza. La sua vita è ormai “perduta”, irrimediabilmente compromessa. Solo Anita riuscirà a riconciliarlo con un proposito di amore possibile, offrendogli il frutto insperato della propria dedizione. È la chiave per mettere da parte la rassegnazione e l’indolenza di una vita consegnata precocemente alla dissolutezza.

Il romanzo si chiude recuperando la scena iniziale. Ido è un padre che si sta recando in tribunale per assistere al processo ad Enzo, il figlio diciottenne. Nei giorni che hanno preceduto quell’evento, il protagonista è caduto in atroci dubbi sul suo ruolo di padre. Attanagliato da un repentino senso di colpa, ha preso coscienza di non avere riservato ai figli lo stesso affetto che per anni gli era mancato da suo padre (quello che da un certo punto del libro chiama Lui). Il dramma dell’assenza si ripropone. Adesso ha le sembianze di un uomo troppo impegnato nella carriera e preoccupato dalle sole necessità materiali. Enzo, durante una manifestazione, ha usato violenza su un poliziotto. Il confronto padre-figlio, che ha preceduto l’evento, ha messo di fronte due generazioni incapaci di trovare la minima intesa. Enzo rimprovera al padre la responsabilità di aver contribuito a creare “un popolo attento alla conquista dell’elettrodomestico”. Ido è inerme di fronte alla polemica del figlio. Comincia ad avvertire che la sua sofferenza di bimbo ha colpito anche la sua prole. Diverse le condizioni ed i contesti, ma uguale la causa: l’acquiescenza del padre. Di colpo sembra farsi strada nei suoi pensieri una soluzione mai presa in considerazione: l’indulgenza. Forse solo il perdono abbatte la cortina di un rancore che, comunque, nasconde sempre l’ambizione di un insperato abbraccio. Ed è geniale come Rombi colga questa immagine dalle parole di Eliot: “Questa è la tensione fra la morte e la nascita, il luogo della solitudine dove tre sogni si incrociano fra rocce azzurre”. Un uomo, un ragazzo ed un bimbo che si riuniscono in un proposito di riconciliazione definitiva.

Natale Luzzagni

 

Bruno Rombi – L’acquiescenza del padre – Condaghes, Cagliari, 2014

 

 

 

 

La saison des mysteres

 

La saison des mysteres (La stagione dei misteri) è il titolo del nuovo poemetto di Bruno Rombi, apparso in edizione francese con la traduzione di Monique Baccelli, nella Collection Encre Blanches dell’Editrice Eencre Vives, cui si accompagna una nota critica di André Ughetto.

Il poemetto ha inizio con un Introibo in cui compare un essere sovrannaturale, l’Angelo di Rilke, che assume sembianze umane (“homme germant en quête de la vie” – “Uomo in germoglio in cerca della vita”) e si avventura, lui puro e senza peccato, in un mondo in cui regnano l’iniquità e l’arroganza di Satana e dove “trouve des ennuis ligués contre Dieu / souvent jusque dans le Temple du Seigneur” (“trova nemici contro Dio schierati / spesso anche nel Tempio del Signore”). Dante novello, il giovane (che appare in qualche modo l’alter ego del poeta) si perde in una “foresta”, nella quale gli vengono incontro delle fiere, esseri demoniaci che gli intralciano il cammino. Tra questi demoni ve n’è uno che appare il più spietato (“Un monstre veillait sur les salles / du royaume imprévu des origines” – “Un mostro vigilava sulle stanze / dell’imprevisto regno dei primordi”) e tiene sotto il suo dominio anche eminenti uomini di Chiesa, inducendoli nell’errore.

Al giovane smarrito nella “selva oscura” si fa incontro, come già aveva fatto il Virgilio dantesco, un Veglio che lo conforta e l’ammonisce: “N’accepte pas du plus fort tromperie / qu’il te flatte ou qu’il te menace” (“Non accettar l’inganno del più forte / che ti lusinga oppure ti minaccia”) e l’invita a varcare la porta che “te mène dans l’authentique jardin / où celui qui l’atteint se délecte” (“immette nell’autentico giardino / dove chi ben vi giunge si diletta”) e trova la retta via. Al giovane un po’ smarrito il Veglio dà i suoi ammaestramenti, che consistono nel non lasciarsi tentare dal “grand pouvoir des affaires” (“grande potere degli affari”) che sovente conduce alla sopraffazione e all’iniquità, opprimendo il prossimo. Ne è un esempio palese ciò che accade nella sua bella isola, la Sardegna, dove l’ambiente naturale è avvelenato da coloro che con l’arroganza del potere fanno uso di pericolosi ordigni bellici (si ricordi a questo punto che Bruno Rombi è di origine sarda e quindi maggiormente sensibile ai problemi della sua terra).

Il giovane è sempre più smarrito e teme di divenire preda dei demoni, che assumono gli aspetti più diversi, come quelli di clown o saltimbanchi, sicché prega colui che egli sente come un Padre e una Guida affinché gli spieghi chi sono coloro che s’incontrano “éparpillés sur le chemin” (“sparsi sul cammino”) e che ci conducono alla città del Male. Il Padre gli indica quali sono i peggiori peccatori, facilmente individuabili per “la lâcheté, l’orgueil et l’arrogance” (“la villania, l’orgoglio e l’arroganza”), nonché per gli “scandales sexuels” (“scandali sessuali”) e per “de vol du travail et de l’espoir” (“i furti del lavoro e della speranza”). Il giovane pare rinfrancarsi ora che ha inteso la realtà che lo circonda, sicché, “desserrée la corde de mansonges” (“sciolto il cappio di menzogne”), può “découvrir le savoir sans mensonges” (“scoprire il sapere senza inganni”). Nasce così in lui la fiducia nel domani.

Lucida è pertanto l’analisi che Rombi fa del suo tempo e dei mali che l’affliggono: mali che tutti noi dobbiamo combattere per trovare una via di salvezza. Ed è questo il pregio maggiore del suo poemetto, che non si limita a denunciare il Male, ma mira alla restaurazione del Bene sulla Terra. In tale contesto hanno particolare valore poetico certe aperture squisitamente liriche, quali: “Ô terre, ô terre, tes doux printemps / languissants et non sans soleil, / ne seront pas la ricompense de ma vie” (“O terra, o terra, le tue primavere, / dolci, languenti e non prive di sole, / non saranno di premio alla mia vita”) o “De même que l’oiseau naissant au nid / chante déja son vol en l’apprenant / de même notre vie est notre vol” (“Come l’uccello che nel nido nasce / già canta del suo vol mentre l’apprende / così la nostra vita è il nostro volo”) o ancora certi versi molto incisivi, quali “La fatigue est le temps de l’homme qui vit” (“Fatica è il tempo per l’uomo che vive”) e “Nous ne pouvons pas exiler la Mort / parce qu’elle est en nous comme l’est la Vie” (“Noi non possiamo esiliar la Morte / perché è in noi così com’è la Vita”). Si vedano poi alcuni passi di carattere filosofico, come: “La Mort n’est là que lorsque moi je ne suis plus, / mais la Morte et moi ne nous rencontrerons jamais” (“La Morte è in quanto io più non sono, / ma io e la Morte mai ci incontreremo”), che subito richiamano alla mente la dottrina di Epicuro contenuta nel Quadrifarmaco.

Stanco della Terra e delle sue miserie, il poeta, dopo aver attraversato il regno del peccato e della sofferenza e dopo aver superato “le Grand Parcours / qui nous conduit tous dans le Non-Où” (“il Gran Percorso / che ci conduce tutti nel Non-Dove”), si rifugia in Cielo, dove trova finalmente la sua pace e il suo compimento. Nonostante le difficoltà incontrate sul suo cammino, egli infatti non dispera, se può dire: “Petite, toute petite, et très lointaine / il y a une autre étoile, plutôt secrète. / Peut-être s’appelle-t-elle seulement Espérance / ou alors c’est toi, secrète, toi, Rose mon étoile / qui resplendit dans le ciel, toujours radieuse, / toi, Rose, la mère de nos enfants” (“Piccola, piccola, e molto lontana / c’è un’altra stella, piuttosto arcana. / forse si chiama soltanto Speranza / o sei tu arcana , tu, stella mia Rosa / che splendi nel cielo sempre radiosa, / tu, Rosa, madre dei nostri figli”). Il poemetto si chiude dunque con un invito alla Speranza e con il ricordo di Rosa, la moglie di Rombi, mancata prematuramente al suo affetto.

Un cenno particolare va però fatto al frammento di una statua, il capo mozzo di un Cristo in cemento, che Rombi aveva trovato nel greto di un torrente e conservato religiosamente nella sua casa. Allora gli parve “comme un frère depuis peu tué / qui aurait eu besoin de notre aide” (“un fratello ucciso da poco / che avesse bisogno del nostro aiuto”), ora sa che quel ritrovamento fu un segno del Cielo; sa che l’invocherà nel giorno ultimo della sua vita, quello che lo porterà nell’Oltre: “Le jour où nous devrons partir / pour l’autre monde, pour ce Je ne Sais Où / nous invoquerons contre la Mort / ce frère de pierre désormais muet” (“Il giorno in cui dovremo partire / per l’altro mondo, per quel Non So Dove, / da quel fratello di pietra ormai muto / contro la Morte lo si invocherà”).

È questa pertanto una chiusa che costituisce un superamento da parte del poeta, così come del protagonista del suo poemetto, di tutto il Male e di tutto il Dolore attraversati, in nome di una superiore Speranza: una Speranza tutta volta sull’Eternità.

Elio Andriuoli

 

 

 

Il viaggio della vita – Poesie

 

Fra i molti scrittori sui quali si è svolta e si svolge l’esegesi di Bruno Rombi campeggia la figura di Enrico Morovich, del quale è anche l’erede letterario. Forse inconsciamente, l’autore è attratto dal comune tema dell’esilio, nel fiumano per motivi politici, in Rombi per difficoltà ambientali. Già nella prima poesia della prima sezione della raccolta antologica Il viaggio della vita, dal titolo Canti per unisola, il poeta confessa: “Qui vivo e muoio / proteso ai vertici / d’un sentimento. / Strade a scacchiera: / lame che mi tagliano; / tetti a diporto / fughe che mi perdono. / E infinita, / infinita nostalgia, / quando ne fuggo. / Perduto nell’immagine di un sogno, / che mai svanisce, / m’impietrisco alla terra” (Il tempo, al mio paese). E ancora nei Canti dellesule: “Anche questi sono sardi. / I miei fratelli, qui, sono in esilio. / E, come me, nel cuore, hanno la pietra / del disinganno”.

Ma se la nostalgia per la terra d’origine, la Sardegna (e la nativa Calasetta), percorre tutta l’opera di Rombi, essa è sempre più mitigata dallo scorrere del tempo; mentre più salde si fanno le radici nella città dell’approdo, Genova, di cui l’autore va scoprendo, assieme ai risvolti negativi, le possibili offerte di realizzazione. Con la saggezza della maturità, le contraddizioni appariranno più evidenti, più incresciosi i soprusi, più funeste le violenze, le guerre, le malversazioni, che però non si presentano come peculiari della città ospitale, ma dovute alla disperata constatazione del comune “male di vivere” contro cui si eleva, spesso in chiave simbolica, una disperata denuncia: “Restano frammenti di vissuto / la cenere del sogno / il profumo dell’illusione. / E l’ora della campana non arriva / e nessuno ci aiuta a spegnere / le fiamme / che lentamente bruciano / il mistero” (La pietà del silenzio).

Dalla vasta cultura di Rombi, che spazia in lingue, letterature, tradizioni diverse, non poteva non sorgere un collegamento con i personaggi dei Miti, secondo il titolo di una sezione. Essi trovano riscontro nel mondo odierno, specie sotto gli aspetti della brutalità e della crudeltà: “Il cielo non si accoppia più alla Terra / notturnamente / e Crono divora tutti i figli / appena generati dalla madre. / In giorni quali i nostri senza amore / temiamo vendetta dal Padre / sempre più intorta / nella scaglia di notte / che ci stringe” (Crono e gli uomini).

In una opera omnia dalla panoramica così vasta e desolata non poteva mancare il tema della morte contemplato, a volte, da avvenimenti dolorosamente reali, come la perdita della madre. Nei commossi componimenti a lei dedicati il verso – che all’inizio è breve, secondo la lezione degli scrittori liguri – in seguito si espande in versi lunghi che trasbordano in una prosa ritmata, sempre musicale, e presente anche in altre raccolte come Forse qualcosa. Pur ispirata alla irreparabile perdita della propria madre, la silloge rivela accenti di delicata elegia, dove l’assenza tende a trasformarsi affettuosamente in una misteriosa quanto confortante forma di presenza.

La morte dell’amatissima moglie suscita, poi, una intensità espressiva di angoscia e di protesta veramente potente: “Verranno giorni d’inedia. / Forse sono già arrivati. / Ed io non ho più il tuo sorriso / cui mi appoggiavo fidente. / Verranno giorni di silenzio / cupi, senza fondo, / forse vi sono già avvolto / e te non intravedo / che mi incontri / scrollandoti di dosso ogni tua pena / per vedermi tranquillo / al tuo fianco. / Se la vita è stata bugiarda / a volte, e maligna con me / più volte, nel corso dei giorni, / giammai fu così atroce / come in quest’ora / in cui ti piango / mio bene, mia Rosa, / mio asor, mio raso” (Un amore). Ma la compagna perduta è ispiratrice anche di altri testi, al di fuori della silloge a lei espressamente dedicata: “Ed è attesa tremula e triste / che basta una foglia a sfatare / o il trillo di un passero / che s’alza nel cielo. / E intanto scorre sull’acqua / che, accesa, riflette una luce, / il senso ancor della vita, / che più tu non hai” (A Rosalia). Il nome della compagna offre spunto a diverse altre composizioni dislocate nel tempo, come nel Sonetto per Rosalia, in cui il metro, la terminologia, le immagini classicheggianti assumono una cadenza rinascimentale: “Forse una rosa non potrà mai dire / tutto l’amor che vive nel mio petto, / ma il tuo volto, che ora m’è interdetto, / resta un ricordo da non contraddire. // T’ho amata come amar più non si può / con cuore ardente e con trepidazione / sereno a pago d’ogni tua attenzione / tanto che amare un’altra più non so. // Tu che del fiore bello avevi il nome / resti presente non come un ammanco / ma come se mi fossi ancora accanto / oltre la morte ed io non so più come / ti stagli d’ogni passo mio al fianco / e mi consoli ancor d’ogni mio pianto”.

L’abilità stilistica di Rombi trova un’altra esemplificazione in Ora ritorna a me, nella quale la presenza femminile consolatoria e vivificante invita a continuare il percorso umano con l’entusiasmo della gratitudine, in una composizione dall’andamento stilnovista dove la donna è conforto e incoraggiamento all’ascesa: “Ora ritorni a me sotto la veste / di chi mi richiama al suo coraggio / di chi non può soffrire che l’oltraggio / perpetrato da Morte ancora imperi. / Torni decisa a dirmi di lottare, / di tenere duro finché vita resta / di non dimenticare che mi spetta / oltre al dolore anche qualche gioia. / Ed io riprendo a vivere e a sperare / a lottar contro tutti per avere / ancora un giorno di letizia piena, / ancora un canto che mi faccia amare. / Dolce creatura simbolo d’amore / così ritorni nella nuova veste / ed or che le speranze son rideste / t’allontani nell’aria come un sole”.

Non sempre impera l’abilità del supremo artifizio stilistico. In altri testi, più semplicemente, la donna invita il compagno a non tralasciare il conforto, la necessità, della poesia: “Moriva in me la poesia / e tu mi volevi poeta / perché con poesia / tu m’hai amato… / Ma tu mi volevi poeta / ed io mi riscopro nel pianto / nel verso duro di pietra / nella parola di marmo / nel bianco silenzio del cuore / nel canto atroce, ma canto”. Il consiglio è lungimirante perché la poesia è essenziale per l’autore, anche se la sua necessità poche volte è confessata, come ad esempio in A Pedro e Garcia : “O Pedro Calderon de la Barca, / o Garcia Lorca, / è una sporca faccenda la poesia / se può ridurre un cuore / ad un granello / per sempre consumato dall’arsura. / … /follicolo e dolore / testarde ore d’attesa / d’un verso che s’accenda / di una divina luce / che non muore, / Calderon / è follia / come la tua, Garcia, / anche la mia”.

Non si può ignorare un altro tema nell’antologia di Bruno Rombi, quello della ricerca del divino. Già Forse qualcosa recava nel sottotitolo Lipotesi di Dio nella poesia di un laico. Il testo è costituito da una serie di pensieri, considerazioni, confessioni, speranze e dinieghi che ruotano intorno al problema del Deus absconditus, che il poeta non riesce a risolvere pur patendolo e dibattendolo. Più tranquilla e ottimistica appare la delucidazione nella sezione conclusiva, nella quale la riconquista della fede, dono dell’infanzia, appare più possibilmente certa nell’abbandono pacificatore dell’Exodus: “Con l’umiltà del fanciullo / pentito, / l’ardore adolescente, / l’adulta forza / e l’invecchiata saggezza / mi chino sulla terra / a baciare le orme / dell’Uomo. / In cerca della via / della verità e della luce / per ritrovare l’immagine / di quando, bambino, /senza vergogna o timore, / osavo gridare / di fronte a tutti: ‘Credo in Dio!’”.

 

Liana De Luca

 

 

 

Il mare è una sirena – Racconti

 

Quando d’estate chiamo l’amico Bruno Rombi solitamente mi annuncia il suo immancabile soggiorno a Calasetta, il suo paese d’origine nella provincia del Sud Sardegna, uno dei meravigliosi spigoli di quella terra confinata nella solitudine del Mediterraneo. Le informazioni sottolineano che “il territorio calasettano deve la sua attuale struttura ad un grande sconvolgimento tellurico accaduto più di un milione di anni fa”. Altrettanta antica irrequietezza alberga in Bruno Rombi, scrittore, poeta e pittore che ha accumulato un prezioso ed infinito patrimonio di pubblicazioni conosciute e tradotte in tutto il mondo. L’ultimo libro, Il mare è una sirena, è l’ennesimo tributo ai luoghi d’origine che non ha mai “abbandonato” pur abitando da oltre 65 anni a Genova. Il volume raccoglie una serie di racconti. In realtà, la storia è un unicum, un percorso della memoria che, pur infrangendosi nelle mille schegge del ricordo, mantiene fede ad un unico universo di luoghi, volti e vicende. Francesco, il protagonista principale, tiene uniti tutti i fili di un intreccio delicato e coinvolgente di rievocazioni. È lui il tramite per il quale Rombi offre questo splendido tributo alla sua terra e a quel mare che pare il denominatore comune di ogni racconto. Il mare è una sirena perché richiama ogni senso di appartenenza. Francesco vive presto “la scoperta della sua appartenenza all’acqua”, folgorato dall’incanto dei suoi riflessi al punto di comprendere subito la sua vocazione di marinaio. Quel mistero immenso che è il mare, animato dal “mostro”, u vegimen, una sorta di foca monaca che spaventa i bambini, è il destino da cui dipende tutto il senso di una vita. Francesco svela il potere evocativo di figure mitiche come Ricchettu, “il più strano pescatore di tutti i tempi, dalla longevità senza limiti”, capace di regalare racconti fantastici carichi di suggestione. Racconti che si ammantano di malinconico incanto con Agostino detto Bulau, anonimo figlio di Calasetta che nascondeva nel suo silenzio una storia di coraggiose imprese e amarezze. Altrettando mitica la figura di A Sabetta (Elisabetta), donna dalla misteriosa origine esotica che osava denudarsi nei pressi del rione della Punta e sfidare il miglior nuotatore della zona in una gara leggendaria.

Bruno Rombi compie una straordinaria ricostruzione di avvenimenti, tradizioni e scene capaci di coinvolgere qualunque lettore in quel suo mondo di caratteri forti, descrizioni puntuali, superstizioni aggrovigliate come edera ad una realtà segnata dal sole e dal sale. La sua scrittura è “densa” così come io amo definirla: curata ma senza fronzoli, efficace e precisa. Una sintesi perfetta della sua essenza di sardo, spietata ed ironica allo stesso tempo, malinconica senza sconfinare nell’ovvio. Vale la pena citare anche l’ultima parte del libro, laddove Rombi si produce in una sorta di riflessione esistenziale in cui riconosce che lo sconfinato trasporto dell’immaginazione personale deve fare i conti con un tempo già vissuto ed archiviato. “La realtà non è sempre mutevole. Spesso è perentoria”. Ma, mi si conceda, questo libro regalerà felicità ad ogni sognatore.

 

Natale Luzzagni

 

Bruno Rombi – Il mare è una sirena – Racconti – Condaghes, Cagliari, 2017

 

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