NOSTRO TEMPO – Tahar Lamri

Viaggio nella poesia araba: Tahar Lamri

Per gli arabi la poesia è sentire. Per gli occidentali, invece, la poesia ha una connotazione pratica.

Lamri-2Il Cenacolo di Poesia dell’editore ravennate Claudio Nanni ha il grande merito di possedere la vocazione della interculturalità. Accolti dagli splendenti occhi verde giada della gatta Stella, mascotte delle serate letterarie, si sono avvicendati nel salotto di casa Nanni in qualità di ospiti d’onore, non solo esponenti della cultura nostrana, ma anche di quella cinese ed ebraica. Recentemente è stata la volta di Tahar Lamri, poeta e conferenziere di origine algerina che ha catturato l’attenzione degli astanti con una interessantissima lectio magistralis sul significato e l’origine della poesia araba. Attraverso le sue parole, l’Islam ci è subito apparso come un mondo ancora sconosciuto, ma emotivamente molto ricco e profondo. In breve: affascinante. Nato in Algeria nel 1958, laureatosi in giurisprudenza in Libia in Rapporti Internazionali, il distinto Tahar Lamri, dalla cultura enciclopedica, vive a Ravenna dal 1986. Tramite la partecipazione a eventi culturali multirazziali, congressi e tavole rotonde internazionali, si è sempre adoperato per divulgare i fondamenti della cultura araba. È l’autore del video racconto La casa dei Tuareg, presentato con successo al Teatro Rasi e di altre significative narrazioni teatrali. La sua incessante opera culturale persegue il fine d’instaurare un dialogo proficuo, basato sulla tolleranza e la piena comprensione delle civiltà occidentale e araba. Tahar Lamri fa parte della redazione del giornale Città Meticcia, periodico cartaceo bimestrale e progetto di comunicazione interculturale promosso dall’associazione omonima, che ha sede a Ravenna. Collabora non solo con Ravenna Teatro, ma anche con l’Associazione Culturale Mirada che si occupa di fumetti, di editoria e di comunicazione visiva. Dal 2005 organizza Komikazen, il Festival internazionale del fumetto di realtà, giunto quest’anno alla sua settima edizione.

Dottor Lamri, di cosa parla la poesia araba?

“Parla dell’altro, del diverso da sé, che non si conosce. La lingua araba fa parte delle lingue semitiche come l’ebraico, il fenicio e l’aramaico. Si basa sulla radice di due o di tre lettere. In arabo non è importante la parola, ma la radice. Per esempio caffè, la radice è qha. Sa cosa significa? Bevanda che quando la bevi, toglie l’appetito. La poesia è fatta di parole che hanno un ritmo e un suono interno. Suscitano emozioni. Borges dice: il tempo che dirocca i castelli aggiunge forza alla poesia. In arabo una parola significa tante cose. Poesia si dice scier. Questa radice significa anche capelli. Vuol dire che la poesia deve essere fluida come i capelli lunghi. Per gli arabi la poesia è sentire. Per gli occidentali invece la poesia ha una connotazione pratica. In greco poesia era poiein. Significa fare qualche cosa di concreto. Il simbolon era un coccio di terracotta; lo tagliavano in tanti pezzi che rappresentavano le parti di un puzzle. Se un pezzo combaciava con l’altro, la persona, che arrivava in casa, riceveva ospitalità come se fosse stato uno della famiglia. Alla poesia, gli arabi chiedono di essere fluida e di colpire il cuore. È estremamente difficile tradurre la poesia araba in un’altra lingua.”

Cosa può dirci dell’uso della metrica?

“Per quanto riguarda la poesia occidentale, la metrica va da A a B, è come un fiume che scorre. Non ha onde. Per quanto riguarda invece la poesia araba, dobbiamo considerare che è percorsa da onde interne. Formano un mare in cui il moto ondoso è interno. Questa è la sostanziale differenza. Si può dire che la poesia araba sia un mare che non ha punti fissi. Ha un suo moto interno. Nella poesia classica non c’era metrica, bensì una forma rigida che richiedeva la rima. Oggigiorno si fa poesia in versi liberi.”

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Quali furono le origini della poesia araba?

“Il souk è il luogo dove si vendono le merci, ma soprattutto, trattandosi di uno spazio popolare, è il luogo dei cantastorie, dei teatranti, dei musicisti; è quindi il regno della parola. Prima del 650 d.C., anno della nascita del profeta Maometto, la poesia è molto importante nel mondo arabo pre-islamico; è una forza vitale nella società. La cultura araba nasce con la poesia prima dell’Islam. Nella penisola araba, famosissimo era il souk di Okaz dove giungevano tanti poeti. Venivano selezionati i migliori. Le radici più importanti e fondamentali per la nostra cultura sono sette e sono definite le Mu’ allaqat. Per la loro bellezza venivano scritte su stoffa e quindi appese nella Ka’ bah affinché tutti potessero leggerle. La poesia araba è una fabbrica interna delle parole con la radice. Una persona può inventare una parola e tutti la possono capire. Viene compresa perché parte da una radice. La lingua araba non è statica.”

Da dove deriva la parola souk?

“La parola souk deriva dalla radice saha che vuol dire condurre, ma anche gamba, dà l’idea di uno che cammina. Il persiano e il turco non hanno nulla a che vedere con la lingua araba. Si parla quindi di poesia araba solo per i paesi in cui si parla l’arabo, cioè per la Mauritania, il Marocco, l’Algeria, l’Egitto, la Libia, i sette emirati arabi, la Giordania, l’Iraq, il Libano, la Siria, lo Yemen. La lingua turca ha affinità con l’ungherese e il finlandese. Sono lingue ugaritiche.“

La lingua araba è uguale per tutti i popoli dell’Islam?

“L’arabo ufficiale, quello della carta stampata, della radio e della televisione è uguale per tutti, ma ogni nazione parla il suo dialetto. Il Corano è stato scritto nell’arabo classico, che tutti imparano. Maometto non fa miracoli. All’Islam non piace il soprannaturale perché la nostra mentalità è concreta. Il miracolo di Maometto è considerato il Corano. Non si tratta di poesia, anche se è scritto in rima. Si può dire che il Corano sia un’opera tra la poesia e la narrativa. Corano deriva dalla radice kaar che significa leggere. Il Corano è un’opera di grandissimo impatto emotivo. Nel mondo arabo il senso di colpa e il peccato originale sono concetti sconosciuti. La donna araba è pratica: divorzia e non ha sensi di colpa. L’uomo occidentale legge la poesia più che altro sul divano. Goethe diceva che di notte l’uomo perde l’ombra. C’è quindi il bisogno di scoprire la notte, il mistero dell’oriente. Per noi Eva è Leila. La radice leil significa notte. Noi facciamo poesia di notte, si vive di notte. La poesia viene concepita come un incessante sentire.

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Può menzionare qualche aspetto particolare del mondo islamico?

“Il cane è considerato un animale sporco. Se lecca il vestito, bisogna cambiarsi prima di pregare. Il gatto invece è molto amato perché la sua lingua non è umida come quella del cane. Nella cultura islamica non esiste il ritratto. I musulmani non devono guardare le immagini, devono leggere. Non esiste il ritratto della figura umana. Si dedicavano all’arte della calligrafia. In arabo ci sono sessanta parole per dire amore. La radice della parola amore è hob. Come gli arabi, anche gli ebrei non disegnavano. Nella Bibbia si proibisce di raffigurare l’essere umano e di dipingere.”

Qual è stato l’apporto della Sicilia alla diffusione della poesia araba?

“Particolare e determinante. Quell’isola è un luogo di elaborazione linguistica e di civiltà. Molto sensibile alla cultura araba, Federico II fa venire alla sua corte i poeti arabo-andalusi e arabo-siciliani. All’epoca si parlava correntemente l’arabo. Si faceva poesia in forma classica, con la rima. Quei poeti influenzano tutta la poesia occidentale dei menestrelli, Il cantare del mio Cid, considerato il primo documento letterario spagnolo. Si può dire che esista un’influenza araba anche in Dante, che ha recepito la variante araba-andalusa. Erano molto forti all’epoca i legami tra la civiltà islamica e quella cristiana. Brunetto Latini, maestro di Dante, parlava l’arabo che aveva studiato in Spagna. L’idea del purgatorio è di derivazione araba.”

Cosa significò la conquista dell’Egitto da parte di Napoleone nel 1796?

“Un vero shock culturale. Il mondo islamico si aprì all’Occidente. Il re Mohamed Alì aveva origini albanesi. Mandò gli studenti in Europa a studiare. Suo figlio, asceso al trono, commissionò l’Aida a Giuseppe Verdi. Nel 1869 lo spettacolo debuttò al Cairo: un trionfo.”

Ornella Fiorentini (da La Nuova Tribuna Letteraria n° 109)

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