Ted Hughes: Lettere di compleanno

TED HUGHES: Lettere di compleanno

La storia tra Ted Hughes e Sylvia Plath non farebbe notizia se non si trattasse di due poeti di notevole livello, molto noti nel panorama internazionale, per l’inconfondibilità della loro voce e per l’elevata qualità della loro produzione

Figlia della Memoria (Mnemosine) dissero i greci la poesia e per nessun libro di versi come per quello di Ted Hughes, Lettere di compleanno, tale definizione può apparire più appropriata. È infatti un libro che nasce nella dimensione del ricordo, con esso cresce e di esso si nutre. La vicenda è nota: Hughes conobbe Sylvia Plath a Londra, dove lei si era recata dagli Stati Uniti, suo Paese natale, per motivi di studio. I due giovani simpatizzarono e dopo un breve fidanzamento decisero di sposarsi. Dal loro matrimonio nacquero due figli, Frieda e Nicholas. Col tempo però la loro vita in comune divenne sempre più difficile, a causa di incomprensioni reciproche, e finì con l’incrinarsi definitivamente in seguito al tradimento di Ted, il quale si invaghì di Assia Gutmann (figlia di un medico ebreo di origine russa e di una tedesca luterana), sposata in terze nozze con il poeta canadese David Wevill, più giovane di lei di dieci anni. Sylvia, che aveva già tentato un’altra volta di togliersi la vita, senza riuscirvi perché salvata in extremis, non resse al colpo e si suicidò, mettendo la testa in un forno a gas.

La loro storia non farebbe notizia, essendo simile a tante altre, se non fosse per il fatto che si tratta di due poeti di notevole livello, molto noti nel panorama internazionale, per l’inconfondibilità della voce e per l’elevata qualità della produzione. Ci sembra opportuno pertanto spendere qualche parola su di loro in questa sede, prendendo lo spunto dal libro di Ted sopra menzionato.

tumblr_mv45flmtlj1qlg93no1_1280

Quali gli antecedenti dell’opera? Dopo la morte di Sylvia, avvenuta l’11 febbraio 1963, Ted tacque per tre anni, roso dal rimorso. I libri apparsi successivamente rivelano un cambiamento di tono: il poeta, in essi, pare infatti aver perduto lo slancio vitalistico che gli era proprio ed essere diventato più introverso. Ma ecco che, a trentacinque anni da quella morte e precedendo di pochi mesi la propria, Ted Hughes pubblica queste Lettere di compleanno (29 gennaio 1998 in Inghilterra), nelle quali il dramma da lui vissuto esplode con particolare veemenza in versi di eccezionale intensità, dando luogo a un “canzoniere” tra i più alti che siano stati dedicati a una donna.

Sylvia aveva influito sul marito incitandolo a dedicarsi alla poesia e Ted, su suo incoraggiamento, aveva pubblicato il primo libro in America, The Hawk in the Rain (Il falco nella pioggia). I due poeti si giovarono delle rispettive esperienze e si scambiarono spesso preziosi consigli sul loro lavoro. Più emotiva e meno razionale, Sylvia apprenderà dal marito l’amore per la natura e “il vocabolario dei boschi”, mentre Ted sarà indotto da lei a fare maggior uso “dell’immaginazione” (si veda, a questo proposito, quanto è detto nell’introduzione di Nadia Fusini all’edizione di Lettere di compleanno, apparsa nel 2000 negli Oscar Mondadori; mentre la traduzione, di cui ci gioviamo in questa sede, è di Anna Ravano). Con Sylvia al fianco, la vena di Ted era cresciuta e si era irrobustita. Lei aveva più entusiasmo e più slancio, ma ciò non fu sufficiente a salvarla. Dopo la sua morte però, avvenuta come detto nel 1963, Ted fece pubblicare il libro che la rese famosa, Ariel, e sempre poi ne difese il nome.
Ma torniamo a Lettere di compleanno. La loro impostazione è narrativa: Ted racconta la storia sua e di Sylvia, ma lo fa con quel tono evocativo, con quella viva accensione di immagini e con quel ritmo che sono propri della vera poesia. Vi è in queste “lettere” la volontà di recuperare proustianamente il tempo perduto e di ottenere inoltre un effetto liberatorio, bruciando nel fuoco della parola le scorie della vita trascorsa e del dolore sofferto. Si tratta, altresì, di un libro che vuole vincere la morte con un intento di redenzione e di purificazione; un libro profondamente umano, dal quale il dramma di due vite emerge in maniera netta e forte e afferra il lettore, conducendolo sul filo di una tensione che non si placa sino all’ultima pagina.
Gli incipit sono immediati e portano subito in medias res: “Avevi la febbre. Stavi proprio male” (Febbre); “Volevi studiare / le tue stelle – le custodi / del tuo cortile di prigione, il loro zodiaco” (Oroscopo); “Contavamo gli orsi – come se il nostro solo desiderio fosse / di trovare altri orsi” (Il 59° orso); “Ti portai nel Devon. Ti portai nella mia terra di sogno. / Ti guidai come nel sonno / nella mia terra dei totem. La terra-che-non-c’è, / il frutteto dell’Ovest” (Errore). Talvolta queste “lettere”, dall’andamento per lo più lirico o drammatico, si accendono anche di un sottile umorismo, come avviene nella pagina intitolata Chaucer, dove Sylvia declama i versi del grande poeta inglese davanti alle mucche di un prato e queste l’ascoltano senza fiatare, prese dall’incanto di quell’armonia.

p29_Sylvia_Plath

In Lettere di compleanno troviamo episodi della vita in comune di Ted e Sylvia raccontati sotto forma di flash che si accendono e spengono nella mente, emergendo dalla “lettera” con singolare evidenza, come la visita all’Eden privato di Emily Brönte, l’autrice di Cime tempestose, che genera in Sylvia un’intensa emozione; o l’avventura, non priva di pericoli, di Passere di mare, in cu una gita in barca, compiuta allo scopo di distrarsi e pescare, sembra a un tratto dar luogo, a causa del vento, ad un naufragio (efficacissima è qui la resa di alcuni passi, come quello che segue lo scampato pericolo: “E il giorno, / dopo un luminoso e arduo mattino e un pomeriggio / periglioso martellato dal vento, sbocciò, / scabro di sale, in una sera oro-tempesta, nel lusso / di remare tra gli yacht di sogno dei ricchi / che si cullavano presso il pontile di quel mondo spensierato”). Questi episodi gettano nuova luce sulla loro storia privata e sul dramma che si è consumato nel segreto delle loro anime. E acuta è l’indagine psicologica che Ted compie nell’analizzare i moti interiori che gli eventi suscitano in lui o in colei che gli vive accanto.
Le “lettere” di Ted Hughes hanno tutte un compiuto significato, ma si susseguono inserendosi man mano nel disegno più vasto del libro, così da assumere un maggior valore nel loro insieme. Alcune, poi, risaltano nel contesto per la singolarità della loro resa, come avviene in Willow Street, dove l’uccello migratore che prende le sembianze di un pipistrello diviene l’emblema “del mito in cui erano entrati come sonnambuli: la morte” e dove l’origine e l’aggravarsi del loro dramma vengono analizzati con particolare consapevolezza. Talvolta il testo assume un andamento onirico che rende sfumati i contorni, come accade in L’uccello: “Passo dopo passo / camminavo nel sogno / da cui tu cercavi di svegliarti”. Così è anche delle presenze inquietanti che s’incontrano in Le Badlands, dove compaiono il “topo solitario” e il “serpente che si ammonticchiava”. Ci sono inoltre le avventure più o meno rischiose, come l’incontro ravvicinato con l’orso, già ricordato (Il 59° orso), e le immersioni profonde nella natura di Grand Canyon e di Le grotte di Karlsbad.
Il periodare di Hughes è nervoso, essenziale, capace di cogliere i minimi moti dell’anima attraverso felici notazioni del mondo esterno, come si verifica, ad esempio, in Cappotto nero, da cui estrapoliamo questo passo: “Camminavo sulla lingua di sabbia bagnata / e guardavo il mare, immagino, / cercando di sentirmi totalmente solo, / semplicemente me stesso, scabro – / io e il mare una sola grande tabula rasa, / come se le mie impronte al ritorno / da quella cortina di barbagli, da quella pennellata su tutto l’orizzonte, / potessero essere un nuovo inizio”. O leggiamo, ancora, Stubling Wharfe, dall’andamento fortemente impressionistico: “Tra il canale e il fiume / sedevamo nel bar buio e vischioso. / Pioggia di una sera d’inverno. Il ponte nero e gibboso con l’acciottolato / che sudava nero, sotto i lampioni da un giallo gocciolante”.

Sempre più frequente diviene, man mano che ci si addentra nella lettura del libro, il motivo della morte che incombe su Sylvia e che si approssima minacciosa, insieme al tema del fallimento della loro unione. E sempre più tormentato si mostra lo stile che mette a nudo l’animo, mentre la scrittura, infittendosi, tenta l’ignoto e i ricordi si accavallano e s’intrecciano. Emergono così velocemente taluni dei più significativi tra gli episodi narrati, come la maledizione della zingara respinta (The Gypsy); la coltivazione dei narcisi, poi venduti a sette pence al mazzo (Narcisi); la tessitura di un tappeto fatto a mano, utilizzando allo scopo vecchi vestiti di lana (Il tappeto di treccia); la nascita della figlia Frieda (Iside); la comparsa di Lilith, protagonista di Sognatori; la descrizione della loro casa in Derubare me stesso, con Sylvia che rimane sola; l’andamento visionario e orfico di La dedica; la cavalcata notturna in Ariel, dove reale e surreale misteriosamente si confondono. Si vedano anche Telos, espressione allucinata di una malattia mentale; La ventriloqua, nella quale il pupazzo è assunto a metafora del loro dramma che corre verso la catastrofe; Vita dopo la morte, dove feroci si affacciano i lupi, simboli del male che rabbioso li minaccia; Il Dio, espressione di un destino cui è vano sottrarsi.

The Faber Poets. Louis McNeice, T.S. Eliot, Ted Hughes, W.H.Auden, Stephen Spender, 1960 (photo)

Affiorano da molte di queste “lettere” dei passi memorabili, che dimostrano l’alto grado di capacità espressiva raggiunto dall’autore. Li troviamo, ad esempio, in Vita dopo la morte, di cui leggiamo alcuni versi: “Ci confortarono i lupi. / Sotto quella luna di febbraio e la luna di marzo / lo zoo si era avvicinato. / E a dispetto della città / i lupi ci consolarono. Due o tre volte per notte / per lunghi minuti / cantavano. Avevano scoperto il nostro rifugio. / E i dingo, e i lupi dalla criniera brasiliana – / tutti levavano la voce insieme / col grigio branco del Nord. // I lupi ci sollevarono nelle loro voci lunghe. / Ci avvolsero e irretirono / nel lamento per te, nel compianto per noi, / ci tramarono nelle loro voci. Giacevamo nella tua morte, / nella neve caduta, sotto la neve che cadeva”. Si legga anche l’incipit di Dita: “Chi ricorderà le tue dita? / La loro vita alata? Volavano / con la luce del tuo sguardo. / Al piano, strimpellando successi anni Quaranta, / eseguivano un loro numero clownesco / di accompagnamento, marionette impassibili. / Tu ti preoccupavi solo di metterle sui tasti. / Ma mentre parlavi, mentre i tuoi occhi lampeggiavano / le intermittenze della tua esultanza, / loro prendevano fuoco, si inarcavano in aeree acrobazie”.
Era in Sylvia l’urgenza dell’espressione poetica (“Il dio di Sylvia era la scrittura”), che diviene dolore e assillo del dire, magistralmente espresso in Il Dio: “La storia che deve essere raccontata / è il Dio dello scrittore, un Dio che ordina / da dentro il sonno, con voce silenziosa: Scrivi”. Sylvia ubbidì a quell’ordine ed accettò così il suo destino.

Verso la fine del libro, lo stile di Ted Hughes diventa sempre più sofferto, ricordando episodi di vita dei quali fu partecipe. Emergono così, accanto a Sylvia, le figure del padre di lei e quelle dei figli, in poesie quali Una fotografia di Otto e I cani mangiano vostra madre. Talora questi testi non risultano di immediata comprensione, per via dei riferimenti a luoghi non molto noti ad un comune lettore, come è il caso de Il prisma, che inizia: “Le acque della bella Nauset / erano il sole dell’oceano, il cristallo di mare / dietro le tue fatiche. Erano la culla del tuo io”; occorre sapere che Nauset è una spiaggia del New England situata vicino alla casa dove Sylvia Plath abitò da bambina e al cui ricordo rimase sempre legata, come ci avverte una nota al volume. Talaltra queste “lettere” hanno un andamento allucinato, come nella già ricordata La ventriloqua che inizia: “Ci avvinghiammo l’uno all’altra / e insieme cademmo a terra. / Il tuo pupazzo si svegliò nella camera buia, / il suo urlo una sferza”.
La pagina che chiude Lettere di compleanno, intitolata Rosso, assume connotazioni quasi espressionistiche: “il rosso era il tuo colore. / Se non il rosso, il bianco. Ma il rosso / era quello di cui ti avvolgevi. / Rosso sangue. Era sangue? / Era ocra rossa, per riscaldare i morti? / Ematite per rendere immortali / le preziose ossa ereditate, le ossa di famiglia”.
Sembra quasi che una maledizione sia caduta su Sylvia e Ted e li abbia travolti; una maledizione alla quale essi non poterono sottrarsi. Ted volle spezzarla rievocando gli avvenimenti più significativi della loro avventura, ormai giunta al compimento. Le sue parole hanno pertanto il valore di un addio. Con esse, egli ha forse voluto placare lo spirito inquieto della sua compagna e darle finalmente pace; dando così pace anche a se stesso, mentre si preparava al lungo viaggio che doveva compiere per raggiungerla oltre il tempo, in un Regno di serenità senza confini.

Elio Andriuoli (da La Nuova Tribuna Letteraria, n°115)

email