ZE SOLO FUT-BOL

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Il racconto di una città tra gli echi della guerra e i cambiamenti dell’incombente boom economico.

 

Quando Nereo Rocco giunse a Padova aveva quarantun anni. Venne da “miracolato” perché la federazione, trattandosi di ex giocatore della nazionale, gli aveva consentito di ottenere il patentino di allenatore senza doversi misurare con il corso di Coverciano. Gli fu affidato il compito di salvare la squadra della città, in difficoltà nel campionato di serie B. Arrivava dalla sua Trieste dove slavi ed italiani si contendevano la città giuliana. Lungo la frontiera era schierato il fiero esercito di Tito. L’arrivo e la presenza del paron a Padova costituisce un evento indissolubile della storia della città veneta. Segna anni indimenticabili e, certamente, irripetibili. È comunque solo una porzione di storia. Ivo Valentino Cavinato raccoglie e celebra quegli anni ‘50, ma con l’idea di raccontare con uno sguardo ben più ampio la sua città e un’epoca che si dipana tra gli ultimi echi della guerra e i primi fragori degli anni ‘60. Sono le sensazioni di un bambino che raccoglie ricordi, pensieri e sogni di una generazione che doveva scrollarsi di dosso il peso di tante miserie.

Per quelli che come me sono nati a “giochi fatti”, la Padova di allora resta un mistero da recuperare nei libri e nei repertori fotografici. Cavinato ha vissuto sulla sua pelle, giovanissimo, quello che per noi è un compromesso tra eredità e leggenda. Ricorda quando i bombardamenti provocarono l’eccidio dei trecento morti all’Arcella, quando la città d’acque rendeva il Prato della Valle una palude, quando venivano estorte le informazioni ai partigiani in via San Francesco. Gioiva assieme alla città mentre giungevano nelle piazze i carri armati dei liberatori e le ragazze mandavano baci ai soldati. Ha vissuto il disorientamento della ricostruzione, l’essenzialità delle esistenze, la meraviglia con la quale un bambino si appropria dei luoghi e delle figure del suo mondo cittadino.

Padova è un piccolo universo di folklore e di ingegno. Raccoglie figure straordinarie come la Gaetana che attraversa la città con tunica e bicicletta nere e, senza riguardo, apre le gambe e piscia davanti alla gente con la più totale noncuranza. Negli stessi luoghi appaiono la formosa Tamara, la donna bicefala, la donna-biscia. Figure reali, trasfigurate dalla fantasia e dall’immaginazione delle esagerazioni popolari. È il tempo in cui le famiglie si cibano di “polenta e aria fritta”, quello in cui i dolciumi esposti nella latteria sono un lusso inavvicinabile, un’esagerazione di zucchero e colore. Cavinato orchestra con maestria il racconto, coniugando l’ironia popolare con riflessioni profonde sulle contraddizioni di una vita affamata di cibo e di nuove meraviglie. È una città con una profonda dimensione umana, la sua. Nulla avviene per caso. Il castagnaccio di Orsucci e le pere calde coperte di zucchero sono il simbolo rinfrancante di un bisogno di conforto che genera una sottile solidarietà comune. A Padova convivono gli estremi di un mondo variegato. Piazza delle Erbe (detta anche dei macadei, i frutti ammaccati e meno freschi) ospita i puareti che devono vendere i prodotti agricoli in fretta, prima di vederli marcire. Accanto c’è la piazza dove vanno i signori, nella quale è possibile trovare polli e beccacce vive. Tra gli ambulanti davanti al Santo c’è l’accortezza di scambiarsi i posti, conoscendo il favore di alcune collocazioni rispetto ad altre.

In questo spicchio di Italia, Ivo Valentino Cavinato inserisce sapientemente la passione di una vita: il calcio. È un elemento simbolico, quello del pallone. Riunisce la dimensione dell’oratorio con il mito dell’Appiani, lo stadio cittadino. Le squadre arrivano a Padova e rimangono travolte dal furore del pubblico che, in un impianto all’inglese, ipnotizza gli avversari. Il campo argilloso che “sega” le gambe contribuisce a travolgerli, in una sorta di incubo che vede la squadra locale sfoderare un ardore accompagnato dai clamori di una città intera, stipata al punto da far crollare più volte le reti di recinzione.

In questo contesto, in questa dimensione di umanità solidale, la figura di Nereo Rocco sublima idealmente il trionfo del buon senso popolare. Il leggendario allenatore entra subito in sintonia con i rumori e gli umori di Padova. Nel fragore dei carretti, che solcano il selciato alla ricerca di un tozzo di pane, respira il senso della sua origine familiare. Era un’idea “pratica” della vita, in cui bisognava badare al sodo e non perdersi nelle corbellerie dell’esagerazione. Mentre una città ricostruiva, demoliva e ricomponeva le ferite di un passato ancora troppo recente, undici maglie fronteggiavano in trincea la fatica di un riscatto comune. A smentire col sorriso la bugia originaria: «ze solo fut-bol».

Natale Luzzagni

(da La Nuova Tribuna Letteraria, n°116)

 

Ivo Valentino Cavinato

Ze solo fut-bol – Padova ai tempi di Rocco

VENILIA EDITRICE, Lozzo Atestino (PD), 2014

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