Pier Paolo Pasolini | Contestazione

Nel centenario della nascita
Pier Paolo Pasolini
Contestazione
Riflettere pure a distanza di tempo sulla figura di Pier Paolo Pasolini significa trovarsi in una condizione di palese, forte difficoltà. È la difficoltà di dare definizioni stringate, di suggerire formule schematicamente esplicative, di proporre sintesi interpretative esaurienti per un autore tanto poliedrico e per un’opera vasta, caratterizzata dalla frequentazione di generi differenti, anche distanti: dalla poesia alla prosa di romanzo, dalla critica letteraria alla traduzione, all’intervento giornalistico, dal saggio politico-culturale e linguistico e magari antropologico al commento estetico, alla regia cinematografica da lui iniziata con consapevolezza e notevole sicurezza di mezzi all’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso, dopo un apprendistato rigoroso e appassionato con uomini di cinema del valore di Federico Fellini, Mauro Bolognini, FlorestanoVancini.
Ritengo allora criticamente più proficuo porre in risalto alcuni motivi di fondo che pervadono e innervano quell’opera assai variamente organizzata, allo scopo di sottolinearne aspetti primarî, nuclei problematici significativi, momenti di valore indubbio.
1.Inizierei coll’indicare il motivo centrale della vitalità, tanto caratteristico dell’uomo e dello scrittore. Uno studioso attento come Giampaolo Borghello (v. Sequenze. Percorsi, problemi e scorci di storia della letteratura italiana, 2019) ha affermato che «il vitalismo di Pasolini appare incalzato dalla pulsione di morte, dalla ossessiva presenza della ‘commare secca’», giacché l’intensa passione del vivere, «il piacere biologico di esistere, la totale disponibilità a ogni frammento del reale, la dilatata sensibilità acquistano senso e dimensione in un sotterraneo ma fondamentale confronto» (p.133) con l’istanza di morte; solo che tale nesso dialettico si rivela diversamente articolato e nella stagione dei romanzi “romani” conosce altresì occasioni di celebrazione convinta della “gioia” dell’esistenza, della forza soverchiante di essa a petto di qualsivoglia ripiegamento negativo:
«Coi grugni sporchi sotto i ciuffi, si tenevano abbracciati, parlando tutti smaniosi, senza guardare in faccia nessuno. Alcuni parlavano, parlavano, altri tacevano ridendo. E quelle faccette, sopra i collettini zozzi a colori, alla malandrina , erano l’immagine stessa della felicità: non guardavano niente, e andavano dritti verso dove dovevano andare, come un branco di caprette, furbi e senza pensieri. “Aaah”, sospirò Tommaso, “so’ stato ricco, e no l’ho saputo!».
In termini siffatti si scopre a pensare il protagonista di Una vita violenta (1959), Tommaso Puzzilli, constatando il fallimento del suo tentativo di lasciare la borgata, luogo dalla vita effervescente e appagata, pur nella obiettiva precarietà e nell’isolamento pre-politico, nella sostanziale estraneità alla vicenda storico-civile, alla moderna e ideologizzata conflittualità sociale.
Rispetto a Ragazzi di vita (1955), romanzo corale ove il Riccetto è un personaggio tra i tanti, il libro citato in precedenza si contraddistingue per l’impianto narrativo più tradizionale, essendo imperniato sul processo di “formazione” di un giovane, la cui amara sconfitta personale, evidenziata anche dalla morte precoce per tubercolosi, si risolve in un avvaloramento e contrario delle proprie radici sottoproletarie, in quella Roma a cui in versi pressoché coevi il poeta si era così rivolto:
«Stupenda e misera città / che m’hai insegnato ciò che allegri e feroci / gli uomini imparano bambini, / le piccole cose in cui la grandezza / della vita in pace si scopre (…) a difendermi, a offendere, ad avere / il mondo davanti agli occhi e non / soltanto in cuore, a capire /che pochi conoscono le passioni in cui sono vissuto (…). Stupenda e misera / città che mi hai fatto fare / esperienza di quella vita / ignota: fino a farmi scoprire / ciò che, in ognuno, era il mondo» (Il pianto della scavatrice, in Le ceneri di Gramsci, 1957, I, vv. 31-35 e 53-57).
Lo scrittore mette via via a fuoco con impegno assiduo le molteplici implicazioni intellettuali-morali di tale tensione vitale, nel senso di una marcata disposizione individualistico-libertaria, anti-autoritaria e contestativa in nome di una completa espressione e di una piena espansione della sensualità e poi, più latamente, della sensibilità dei singoli, inesorabilmente destinata a scontrarsi con gli assetti del potere e con le forme consolidate del costume etico-culturale:
«E intorno ronza di lietezza/lo sterminato strumento a percussione / del sesso e della luce: così avvezza / ne è l’Italia che non ne trema, come / morta nella sua vita: gridano caldi / da centinaia di porti il nome/del compagno i giovinetti madidi/ nel bruno della faccia, tra la gente/rivierasca, presso orti di cardi, / in luride spiaggette… / Mi chiederai tu, morto disadorno, / d’abbandonare questa disperata / passione di essere al mondo?» (dal poemetto eponimo in Le ceneri di Gramsci, op.cit., V, vv. 64-76, corsivo mio).
Data questa concezione dell’uomo e della società, viene pertanto precisandosi l’abito concettuale del Pasolini “politico”, secondo che puntualizza Walter Siti nel saggio Tracce scritte di un’opera vivente, premesso all’edizione mondadoriana (1998) dei romanzi nelle opere della collana “I Meridiani”:
«Quello che conta è sempre, per Pasolini, il gesto individuale della liberazione; bisogna che la rivoluzione sanguini a ogni momento; gli eroi per lui non potranno mai essere Mao o Fidel Castro – ogni rivoluzionario vittorioso è un normalizzatore in potenza. Gli esclusi, quando smettono di esserlo, diventano uomini noiosi come gli altri».
Alla vitalità nei testi pasoliniani si associa il tema della naturalità, avvertita come un’intesa organica con gli esseri e le voci della natura incontaminata, non guastata dallo sviluppo industriale-tecnologico:
«Ah, rondini, umilissima voce / dell’umile Italia! Che festa / alle pasquali fonti, alle foci / dei fiumi padani, alla mesta/ luce della piazzetta, dei noci, / dei filari a festoni da gelso / a gelso, che ai vostri garriti / verdeggiano più umani! (…) È nel tempo puramente umano, / accoratamente umano, che / s’incide il vostro guizzo vano / di animale dolcezza, è (…) nel tempo che non torna, e torna / sempre sopra il mondo che non ha / rimpianti, a sprofondar la gorna /solatia, l’acre aia, l’adorna / campagna, quasi in perdute età» (L’umile Italia, in Le ceneri di Gramsci, op.cit., II, vv.1-8, 21-24 e 26-30).
Il pensiero corre irresistibilmente a un celebre articolo di vent’anni dopo, l’“articolo delle lucciole”, pubblicato ne Il Corriere della sera del 1 febbraio 1975 con il titolo Il vuoto di potere in Italia e in seguito compreso in Scritti corsari (1975):
«Nei primi anni sessanta, a causa dell’inquinamento dell’aria, e, soprattutto, in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c’erano più (…). Ad ogni modo, quanto a me (…) sia chiaro: io, ancorché multinazionale, darei l’intera Montedison per una lucciola».
Ed ecco che la vitalità contestativa e la sensibilità naturistica cooperano a prospettare una contraddizione mai risolta nell’opera culturale-artistica di Pasolini: da una parte è il “sogno di una cosa”, ossia il disegno progettuale, l’aspirazione programmatica a una nuova realtà politico-sociale tratteggiata sulla falsariga dell’analisi marxista; dall’altra si manifesta l’attaccamento profondo a determinati valori naturali, còlti regressivamente in una dimensione fondamentalmente astorica dell’ordine delle cose.
La continuità dei suddetti tratti critico-tematici assicura compattezza e coerenza alla ricerca teorica ed estetica del poeta-pensatore, ma l’analisi sarebbe incompleta, ove mancassimo di rilevare la decisività nel sistema ideativo ed elaborativo di lui di un altro motivo, quello della diversità, da non limitare con volgarità riduttiva alla sfera del comportamento sessuale e dell’atteggiamento psicologico, stando all’interpretazione di uno studioso autorevole come Giancarlo Ferretti.
Gli è che Pasolini, intellettuale borghese in grave crisi d’identità, ha cercato fin dall’inizio di far leva sulla propria “scandalosa diversità”, considerandola quale momento euristico, quale asse di polarizzazione di ogni possibile presenza diversa – sia individuale sia collettiva -, a suo parere tanto maggiormente fornita di carica antagonistica quanto più collocata in aree marginali del contesto sociale, quanto meno contaminata dall’influenza negativa e inquinante dei cattivi valori e dei codici d’azione connessi allo sviluppo dell’industria capitalistica.
Da ciò l’incontro privilegiato, a livello ideologico ed emozionale, con il mondo operaio e contadino e specialmente, lo si è già osservato, con la realtà brulicante e variopinta del sottoproletariato delle borgate, valorizzato nell’orgogliosa autosufficienza identitaria, capace di riscattare – in forza della schiettezza e autenticità, e particolarmente in ragione della propria autonomia – le miserevoli condizioni materiali della sua esistenza. Mi sembra al proposito opportuno un nuovo rimando a Ragazzi di vita:
«Andarono tutti e sette in una pizzeria a farsi un litro con la grana del Picchio, dalle parti della stazione Termini; poi tornarono su per via Veneto, con le camicie che gli sventolavano fuori dai calzoni, o in canottiera, con le magliette intorcinate intorno al collo, gridando, cantando e prendendo di petto i ricchi che ancora a quell’ora passeggiavano tutti acchittati, con l’Alfa che li aspettava».
2. Nell’àmbito di un tale ordine di idee appare del tutto consequenziale l’atto di accusa del Pasolini “corsaro” contro la rovinosa “mutazione antropologica” intervenuta nella società italiana quale processo di cancellazione progressiva delle identità diverse per effetto dell’opera omologante e livellatrice del “nuovo potere”, del “nuovo fascismo”, vale a dire di quel neo-capitalismo consumistico e tecnocratico, che non abbisogna più del manganello e delle galere, perché ormai privo di resistenza e avviato alla vittoria definitiva ben prima della Caduta del Muro. Diamogli direttamente la parola:
«Il consumo… ha delle sue leggi interne e una sua autosufficienza ideologica, tali da creare automaticamente un Potere che non sa più che farsene di Chiesa, Patria, Famiglia e altre ubbìe affini (…). La matrice che genera tutti gli italiani è ormai la stessa. Non c’è dunque differenza apprezzabile – al di fuori di una scelta politica come schema morto da riempire gesticolando – tra un qualsiasi cittadino italiano fascista e un qualsiasi cittadino italiano antifascista. Essi sono culturalmente, psicologicamente, e, quel che è più impressionante, fisicamente, intercambiabili (…). Si può parlare casualmente per ore con un giovane fascista dinamitardo e non accorgersi che è un fascista. Mentre solo fino a dieci anni fa bastava non dico una parola, ma uno sguardo, per distinguerlo e riconoscerlo» (Gli italiani non sono più quelli, Il Corriere della sera, 10 giugno 1974, poi in Scritti corsari, op. cit., con il titolo Studio sulla rivoluzione antropologica in Italia).
L’analisi sociologica pasoliniana si anima sovente di fervida intuizione, respinge l’intellettualismo astratto, dal momento che per lo scrittore friulano la conoscenza deve materiarsi di esperienza diretta e di sofferta partecipazione, sicché, se l’imborghesimento di massa e l’omogeneizzazione consumistica hanno sottratto ampi strati della popolazione italiana all’indigenza economica, occorre dire che questi fenomeni hanno pure reciso nettamente radici di diversità rigeneranti e di potenziali rivolte risanatrici; fece scalpore nel 1968 la poesia Il PCI ai giovani!, stampata in Nuovi Argomenti, nel fascicolo dell’aprile-giugno dello stesso anno, e scritta in occasione degli scontri fra studenti e poliziotti all’Università di Roma il primo marzo 1968: l’autore era infine stato coerente nel dichiarare:
«Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte / coi poliziotti,/io simpatizzavo coi poliziotti! / Perché i poliziotti sono figli di poveri. / Vengono da periferie, contadine o urbane che siano (…) i tanti fratelli; la casupola / tra gli orti con la salvia rossa (in terreni / altrui, lottizzati); i bassi / sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi /caseggiati popolari ecc. ecc.» (vv. 16-20 e 27-31, poi in Empirismo eretico (1972).
Lo scrittore-saggista formulò al riguardo la definizione di “sviluppo” senza “progresso”, in quanto realizzato attraverso la compressione crudele, l’impietoso soffocamento della vitalità, della naturalità, della diversità, e quindi con la determinazione di un universo antropologico angoscioso e degradato ritratto lucidamente nel romanzo postumo Petrolio (1992).
3. La critica è stata concorde nel segnalare l’incupimento della visione del mondo dell’ultimo Pasolini, il quale, respinto dal presente, ha cercato nelle epoche passate occasioni e stimoli per la creazione artistica, come attesta d’altronde la sua filmografia. Iniziata sotto il segno della tradizione neo-realistica, meditata e presto oltrepassata (Accattone,1961; Mamma Roma, 1962), l’attività registica ha avuto esiti interessanti e convincenti nella rappresentazione di capolavori della letteratura antica, nella cosiddetta “trilogia della vita” (Il Decamerone, 1971, I racconti di Canterbury, 1972, Il fiore delle Mille e una Notte, 1974), laddove la concentrazione sulla contemporaneità ha assunto le forme disumanizzate, violente e urtanti della fosca allegoria di Salò o le 120 giornate di Sodoma, ultimato nel 1975, l’anno della morte orribile di lui, avvenuta all’Idroscalo di Ostia nella notte tra il primo e il 2 novembre.
Credo che la sua testimonianza culturale e civile-politica costituisca ancora oggi una lezione importante e che molte sue pagine siano un lascito considerevole per la sensibilità democratica del nostro tempo, un’eredità resa preziosa, tra l’altro, dalla proposizione di un paradigma di cittadinanza vigile e criticamente riflessiva a cui egli si mantenne nel tempo coraggiosamente fedele.
Ricordo che l’anno successivo alla sua scomparsa un intellettuale di estrema sinistra, storico del cinema e dei moderni sistemi di comunicazione, Pio Baldelli, sulla rivista Nuovo Impegno censurò le tesi pasoliniane, asserendo che egli «ignorava i movimenti di massa, la loro forza. Allargava indiscriminatamente la nozione di “cultura egemone” borghese, edonista, senza intravvedere la cultura nascente dal basso in opposizione alla prima: la cultura dei consigli di fabbrica, dei comitati di quartiere… Dimenticava la classe operaia e le nuove leve di giovani operai e studenti, e vedeva solo i sottoproletari delle borgate, ma senza accorgersi che anche qui crescevano i livelli della coscienza politica e di una proposta alternativa».
A ben vedere la realtà social-politica ha invece confermato la diffusione di massa dell’individualismo edonistico-borghese, che ha corroso e svuotato i tradizionali canali di partecipazione alla vita pubblica, determinando per esempio la grave crisi dei partiti. Inoltre il nostro autore – con anni di anticipo rispetto al crollo della Prima Repubblica – si soffermò in termini duramente negativi su un “Palazzo” della politica, sede di un potere oscuro e sempre più incomprensibile e remoto dai bisogni dei cittadini, oggetto di ripulsa indeterminata e generalizzata. È noto che questo problema risulta tutt’altro che superato e il nostro paese è ancora alla ricerca di una soluzione seria e duratura, davvero condivisa dall’intera collettività nazionale. Pure in questo caso misuriamo l’attualità di un discorso incisivo e illuminante.
Floriano Romboli (Articolo tratto dal n°146 di Ntl)


















