Buzzati e la rivolta delle macchine

Buzzati e la rivolta delle macchine

Un oscuro monito sembra animare lo spirito di Il grande ritratto, romanzo uscito nel 1960

Dino Buzzati morì il 28 gennaio del 1972, a causa, come nel 1920 il padre, di un tumore al pancreas. Del suo tempo – tempo incomparabile di totalitarismi, persecuzioni e guerre mondiali – trasmise nelle opere soprattutto il senso, che va oltre questi eventi storici, di una inquietante assurdità e vana attesa «di qualcosa che è sempre a portata di mano ma non verrà mai». Tutti abbiamo letto Il deserto dei tartari, ma questa «ansia metafisica», questo «orrore immanente sotto la buccia della realtà quotidiana» si avvertono anche negli altri romanzi e nei Sessanta racconti, facendo concludere ad Emilio Cecchi nell’ultimo volume della Storia della letteratura italiana che ha curato insieme a Natalino Sapegno: «…vorrei non fosse vero; ma è probabile che un giorno, quando coteste paure si saranno sempre più aggravate e diventeranno sempre più incombenti: è probabile che finiremo col riconoscere che il Buzzati aveva fatto quanto poteva per mitridatizzarci».                                                                    

Ed è sulla scia di questa forse non del tutto chiara proiezione nel futuro che cinquant’anni dopo la morte, con la quale, secondo Indro Montanelli, «visse dolcemente abbracciato», il ricordo corre, piuttosto che ad altre opere senza dubbio migliori, a Il grande ritratto. Questo romanzo fu pubblicato nel 1960, dopo Il deserto dei tartari e prima di Un amore. Narra come di punto in bianco un tranquillo quanto valente scienziato, il professor Ermanno Ismani venga invitato, direttamente dal Ministero della Difesa, a «partecipare a un lavoro di superiore interesse nazionale oltre che di eccezionale valore scientifico», che comporta il suo trasferimento, insieme alla moglie, in un sorvegliatissimo luogo segreto, dal quale non potranno allontanarsi per almeno due anni. Intorno a questo luogo, che nessuno sa dove sia, nemmeno quelli che ce lo accompagnano a tappe, e soprattutto intorno a questo lavoro, si addensa una atmosfera di mistero, tutt’altro che dissipata quando finalmente Ismani e la moglie vengono depositati su un altopiano in mezzo ai monti – bellissimo paesaggio e sistemazione confortevole – dove lo accolgono i due colleghi, Strobele e il famoso Endriade, primo artefice e responsabile del candido impianto che si stende a perdita d’occhio giù per il pendio in una confusa geometria di innumerevoli forme: «come se una città si fosse abbattuta sui fianchi di un burrone». Si tratta insomma di un enorme mostruoso robot «che se noi, qui, si riesce, diventiamo i padroni del mondo!» conclude Endriade nel presentarlo al nuovo arrivato. Ce n’è abbastanza per spiegare l’estremo rigore del segreto militare e scientifico.                                                                                                                                  

Ma da questa inaudita macchina Endriade ha ottenuto ben altro, riuscendo a farci entrare l’anima, se così si può chiamare, della moglie amatissima che gli era morta anni prima. E l’operazione è riuscita tanto bene che a un certo punto la bella creatura resuscitata nel robot arriverà ad accorgersi di non aver recuperato quello che per lei, donna d’amore, è essenziale: il suo corpo. Allora è presa da un odio così profondo, una così profonda gelosia per le mogli in carne e ossa di Strobele e di Ismani che con la sua astuzia di donna e i suoi mezzi di macchina terrorizza la prima e non è chiaro se Endriade farà in tempo ad impedirle di uccidere la seconda. Chiarissimo è invece che non esita a distruggere la macchina, la quale, emancipandosi, è andata mostruosamente al di là delle intenzioni del suo creatore; e della ormai incontrollabile potenza di cui l’ha dotata farebbe poi sempre non l’uso previsto da lui, ma quello che vuole lei…                                                                                                       Negli anni ’60 tutto ciò si poteva ancora chiamare fantascienza. Ora però sappiamo quanto fosse più vicino alle possibilità della scienza che ai voli della fantasia; e che, secondo le previsioni di Emilio Cecchi, la paura di Endriade può diventare – forse è già diventata – la nostra paura che le macchine di cui andiamo così orgogliosi possano sfuggire a un ragionevole controllo umano. E in tal caso non so quanto ormai sarebbe praticabile per noi la via d’uscita indicata ne Il grande ritratto.  

 

Maria Valbonesi (Articolo tratto dal n°146 di Ntl)

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