Carmelo De Marco | 2024. La bussola e i portici

Il nuovo libro di Carmelo De Marco
2024. La bussola e i portici
«Un monito, uno stimola alla riflessione… per non dimenticare…»
Siamo nel 2024. L’onda lunga del fenomeno pandemico ha tracciato una profonda ferita nell’esistenza di ciascuno. 2024. La bussola e i portici (Europa Edizioni, Roma, 2021) è uscito nelle librerie lo scorso febbraio. Carmelo De Marco, avvocato messinese, ambienta la sua storia a Bologna, città che ha vissuto per oltre quarant’anni. «Come nasce l’idea di questo romanzo? – spiega l’autore – Ho iniziato a scriverlo nel settembre 2020 e l’ho concluso nel giugno dell’anno successivo. Mi sono guardato attorno e ho cercato di osservare quale sia stata la genesi dell’approdo a questi tempi bui. La deriva che ho colto mi ha spaventato profondamente». Il titolo offre già un preciso riferimento. I portici sono un elemento distintivo perché la città emiliana vanta il primato mondiale di lunghezza delle “gallerie aperte”. La bussola è la rappresentazione simbolica di una “strada maestra” che possa guidare ad un nuovo umanesimo. La proiezione distopica di De Marco coglie la città affetta dalla recrudescenza del fenomeno virale. Il capoluogo emiliano, raccontato attraverso i suoi luoghi più rappresentativi, funge da pretesto per avanzare un messaggio universale. «La questione pandemica – rivela De Marco – è solo un aspetto di un processo degenerativo che è iniziato almeno vent’anni prima. Da oltre cinquant’anni filosofi e studiosi hanno profetizzato la crisi del mondo occidentale. Il decadimento ha origini complesse e lontane». La diffusione del virus illumina una realtà in cui domina una stanchezza diffusa, disuguaglianze sempre più marcate, dissonanze degenerate in tragedia. In un clima marcatamente ostile l’angoscia diventa una sorta di veleno che rende possibili anche le conseguenze più catastrofiche. In uno dei passaggi del romanzo Guido, uno dei protagonisti, si trova all’ospedale Sant’Orsola, e avverte sulla propria pelle un’alienante sensazione di impotenza. L’attesa di conoscere la condizione dei cari ospitati nella struttura assume le forme di un silenzio agghiacciante: «Guido pensò che non era paura, questa ti aiuta ad essere attivo, pronto a difenderti di fronte a un pericolo paventato o imminente, questa è angoscia, da essa non ti difendi ma affondi». Il disorientamento generale si diffonde con la stessa subdola propagazione del fenomeno virale. Una traballante umanità cede alla lusinghe di “cambiamenti radicali” che mirano a sconvolgere il panorama istituzionale. Le destre conquistano la guida dei governi occidentali col pretesto di soluzioni sbrigative. De Marco azzarda quest’ipotesi per lanciare un messaggio provocatorio che tocchi le corde della memoria e di un buonsenso dimenticato: «Attenti, popoli, a quello che fate! I corsi e ricorsi storici non sono un’invenzione retorica… La storia spesso si ripete». Il ruolo dei media e della stampa diventa un delicato strumento che indirizza le scelte e le coscienze. La politica con la “p” minuscola si mostra in tutta la sua meschina autorefrenzialità. Nel conclamato stravolgimento generale, il panorama pare segnato da «un umanesimo quasi sepolto che si fa fatica a recuperare». La dimensione sentimentale funge da coraggioso antidoto. Nella Bologna della pandemia e dell’angoscia diffusa, un gruppo di personaggi si impegnano a conservare i tratti di un’umanità che non rinuncia alle pulsioni più vitali. De Marco mette in scena le relazioni, i tradimenti e le illusioni che sottendono le forme della ricerca di un amore “universale”, quello in cui è essenziale il rispetto dell’uno verso l’altro. Due storie parallele percorrono il romanzo per confluire alla fine in un unico quadro. Guido, «ragazzone di trentotto anni… gli occhi marrone chiaro che attirano la tenerezza degli sguardi», è cresciuto nei ristoranti della città dove accetta anche il ruolo di cameriere. Gabriella è una giovane madre che guarda in faccia il dolore della gente comune nel suo ruolo di infermiera professionista. La donna ha dovuto ridimensionare stile di vita e “resiste” all’insegna di una feroce disillusione: «Si finisce con l’abituarsi a tutto nella vita». L’incontro dei due giovani segna un epilogo inatteso. De Marco è puntuale nella sua camaleontica versatilità narrativa. Il romanzo è un contenitore di precisi riferimenti storici e di statistiche snocciolate con taglio chirurgico. Le riflessioni sulla perdita di un prezioso patrimonio culturale si innestano tra le pieghe di vicende personali che sembrano urlare il primato della materia emotiva. La natura distopica del racconto non soffoca una naturale prospettiva di rivincita e di speranza che primeggia su ogni ostile degenerazione morale. Bologna, immersa tra le propaggini meridionali della pianura Padana, diventa il simbolo di una rinascita, un presidio, tra gli altri, di una passionalità che sa propagarsi e indicare la strada migliore. Nel Cammino di San Luca, lì dove si domina la città dall’alto, i sogni sbocciano all’ombra del «portico più lungo al mondo».
Natale Luzzagni (Articolo tratto dal n°146 di Ntl)














