Dylan Thomas | La pace momentanea

Dylan Thomas

La pace momentanea

«A una mia poesia occorre una schiera di immagini, perché il suo centro è una schiera di immagini»

La poesia di Dylan Thomas mette in scena un repertorio di immagini cosi legate alla propria fluente vena metaforica e così lontane dal mondo nel suo insieme che risulta arduo definire l’essenza della sua poetica. Il dire poetico di Thomas, impregnato del proprio esistere, lo pervade in ogni sua fibra, come un fiat sgorgato dalle viscere del nulla, ma accordato sempre al proprio stato d’animo. È una poesia difficile, ma sincera. Ostentatamente avversa all’intellettualismo, alla tradizione e alimentata da pura trasgressione sul filo di una visionarietà spinta fino all’ossessione. Poesia complessa, densa di figure e libere associazioni da farne una delle fonti di ispirazioni del cantautore statunitense Bob Dylan che, pare, abbia preso dal poeta gallese il suo nome d’arte.

Dylan Thomas era stato quattro volte in America, a partire dal 1950, per leggere in pubblico i suoi versi e dare ampia risonanza al suo grande amore per la parola sfavillante del dire poetico; e proprio in America era stato consacrato come uno dei maggiori protagonisti della poesia contemporanea. Consapevole della propria straripante creatività, Thomas si colloca così in quella modernità che produce una frattura tre la poesia e il mondo. Uno scisma, un divorzio scrive George Steiner in La poesia del pensiero. Dall’Ellenismo a Paul Celan (Garzanti, 2019), quasi un tradimento del logos nei confronti del cosmos. Da questa prospettiva sembrerebbe però volersi porre fuori, avendo dichiarato nelle sue lettere (Ritratto del poeta attraverso le lettere, Einaudi, 1970), fin dall’inizio della carriera letteraria, che il concentrarsi sull’invenzione lirica e sulla creazione del linguaggio avesse come scopo l’esprimere con naturalezza la visione della realtà del mondo. Una realtà – ovviamente – soggettiva, vista attraverso il filtro della visionarietà e puntata contro quanti rifiutano una poesia personale sostenendo l’intellettualizzazione del mondo poetico. Nella lettera del 1933, indirizzata a Pamela Hansford Johnson, si legge: 

Posso proprio riconoscere, non pensare, che nulla sia privo di interesse, posso estendere le mie convinzioni e credere ancora una volta, come ho appassionatamente creduto e così appassionatamente voglio credere nella magia di questo ardente e sconcertante universo, nel significato e nel potere dei simboli, nel miracolo di me stesso e di tutti i mortali, nella divinità che è così vicina a noi, e che desidera tanto essere più vicina, nell’incredibile meraviglia rosso-vivo, splendente del cielo che posso vedere in alto e del cielo al quale posso pensare dal basso (da Selected Letters a cura di C. Fitzgibbon, 1966; traduzione di Bruno Oddera, Einaudi, 1970).

E in un’altra lettera del 1938 a Henry Treece, autore di un importante studio critico sulla sua opera:

… A una mia poesia occorre una schiera di immagini, perché il suo centro è una schiera di immagini . Costruisco un’immagine – sebbene “costruire” non sia la parola esatta, lascio forse che un’immagine venga “costruita” emotivamente in me e poi applico a essa quelle forze intellettuali e critiche che possiedo – lascio che essa ne generi un’altra, lascio che quell’ immagine contraddica la prima, faccio, della terza immagine generata dalle altre due , una quarta immagine contraddittoria, e lascio che tutte entrino in conflitto nei limiti formali da me imposti. Ogni immagine contiene in sé i semi della propria distruzione, e il mio metodo dialettico, così come lo vedo è un costante edificare e demolire le immagini che emergono dal seme centrale, il quale è esso stesso distruttivo e costruttivo al contempo. […] La vita in ogni mia poesia […] emerge dal centro; un’immagine deve nascere e morire in un’altra; e ogni sequenza delle mie immagini deve essere una sequenza di creazioni, ricreazioni, distruzioni, contraddizioni. […] Dall’inevitabile conflitto delle immagini […] cerco di costruire quella pace momentanea che è una poesia (Ritratto del poeta attraverso le lettere, Einaudi, 1970, pp. 214-215).

Ma non è proprio la tecnica compositiva, che rende la parola poetica estranea a se stessa e alle cose, non disponendo del necessario ed adeguato repertorio di immagini per assicurare leggibilità e coerenza alla realtà del mondo nel suo insieme? Un dire altro attraverso cui il procedimento allegorico esplicitandosi, diviene un dire impreciso, indefinito e il mondo appare ambiguo, inafferrabile. Una poesia certamente non facile da penetrare e comprendere come ha scritto Eugenio Montale a commento dell’antologia thomasiana curata da Roberto Sanesi (Dylan Thomas, Poesie, Guanda 1962): “Forse è un errore volerlo comprender troppo; fondamentalmente era un analogista a sfondo religioso, che non avrebbe scritto un rigo se si fosse davvero chiarito razionalmente. In ciò Dylan fu veramente ‘moderno’ in tutti i sensi, buoni e men buoni, e chi lo ama non lo vorrebbe diverso” (Eugenio Montale, Sulla poesia, Mondadori 1976, p. 488).  Modernità intesa, quindi, come rottura del rapporto di corrispondenza tra il dire poetico e il mondo nella continua scomposizione e ricomposizione del reale. Alla base della produzione lirica di Thomas sta, in sostanza, uno strato di immagini e un nucleo di grande impatto simbolico che è poi l’idea stessa che Thomas ha della Poesia.

Io, nella mia intricata immagine, a grandi passi avanzo su due piani / Forgiato in minerali d’uomo, oratore d’ottone, / Forzo il mio spettro nel metallo / Premo i due piatti di bilancia di questo duplice mondo / questo mio mezzo spettro in armatura tengo saldo / Nel corridoio della morte, al mio uomo di ferro / m’accosto furtivo…

Un coacervo di dimensioni (minerali, vegetali, naturali e religiose) dove il poeta affonda le sue radici cominciando proprio dalla duplice valenza simbolica della morte: inizio e fine. Religione naturale e spontanea di un poeta in formazione, o meglio in continua evoluzione, che rimanda, in certo senso, all’evoluzione creatrice sostenuta dal filosofo Henri Louis Bergson (L’evoluzione creatrice, a cura di Marinella Acerra, Bur Rizzoli, 2012). Evoluzione che in Thomas si evidenzia fin dalla prima pubblicazione Eighteen Poemes, Diciotto Poesie, pubblicato nel 1934; l’opera ebbe un immediato impatto sui critici letterari per le sue immagini insolite, violente e brillanti associate dal poeta alla misteriosa relazione fra i cicli perpetui e i processi di nascita e morte, rigenerazione e distruzione sia nella natura che nella configurazione fisica e psicologica dell’uomo. Vita e morte in un intreccio inestricabile ed oscuro che apre a diverse letture: la prima è quella di trovarsi nel regno della poesia pura, essenza della parola poetica che cessa di comunicare e rimanda al segreto, non comunicabile dell’esistenza: 

La forza che attraverso il càlamo sospinge il fiore / È quella che sospinge la mia verde età; / Quella che spacca le radici agli alberi / È la mia distruttrice. / E io non ho parole per dire alla rosa incurvata / Che la mia giovinezza è piegata da identica febbre invernale. // La forza che spinge le acque attraverso le rocce /. Spinge il mio rosso sangue; / Quella che le correnti prosciuga alla foce / Le mie trasforma in cera: / E io non ho parole per gridare alle mie venerdì / Che alla sorgente montana la stessa bocca sugge. // La mano che mùlina l’acqua sul fondo dello stagno / Agita sabbie mobili / Quella che allaccia il soffiare del vento / Tende la vela del mio sudario. / E io non ho parole per dire all’impiccato / Che la mia creta è fatta con la calce del carnefice. // Al getto della fonte le labbra del tempo sorseggiano; / L’amore stilla a gocce e si condensa, ma il sangue versato / Addolcirà le piaghe di colei che amo. // E io non ho parole per dire a tutto l’impeto del vento / Come attorno alle stelle il tempo ha scandito un suo cielo. // E sono muto per dire alla tomba di colei che amo / Come lo stesso verme tortuoso si avvia al mio sudario.

L’altra lettura rimanda al tempo in cui il testo fu composto. Siamo nel 1933 e si pensa ai giorni terribili degli attacchi nazisti scolpiti in versi con simboli visionari e gigantesche metafore.  “L’uomo – ha scritto Roberto Sanesi nella già citata antologia del 1962 – partecipa di una forza elementare, di una linfa comune ad ogni essere […] che finisce col risolvere il pensiero dominante della nascita e della morte in una concezione panteistica […] e dove il tentativo di liberazione è svolto in termini continui di simbolismo sessuale spesso abbastanza evidente. Ogni sviluppo nel cammino della vita, ogni gradino raggiunto, è un passo che avvicina alla morte”. Evoluzione creatrice… e da poeta affascinato dalla natura ne coglie la visione del passato che gli permette, al presente, di superare la contrapposizione tra materia e spirito: 

Lasciate che vi crei con vocali di faggi / Alcune con voce di quercia, fino dalle radici vi dice / Di molte note una contea spinosa, lasciate / Che coi discorsi dell’acqua vi crei…

Poeta libero, Dylan Thomas! Ma da che cosa è libero? Non certo da se stesso. Libero dal tempo e dal luogo per lasciarsi trascinare dalla forza evolutiva, da ciò che va da sé nel nome dell’ebbrezza quasi estatica dello scorrere che non conosce ostacoli e tutto trascina nel suo impeto: … liberamente perduto / Nella famosa e ignota luce del grande / E favoloso e adorato Dio. È questa la cifra della poesia di Thomas: un fiume in piena, un quid che sfugge, imprendibile, l’inconoscibile nel conosciuto, l’imprevisto nel prevedibile, l’impossibile nel possibile. Il suo dire poetico ha certamente a che fare con la poesia, ma non nel senso che la poesia lo dica o lo significhi, “non esattamente che l’arte è estranea alla poesia, ma la poesia è, questo sì, l’interruzione dell’arte” come scrisse Paul Celan in La verità della poesia (a cura di Giuseppe Bevilacqua, Einaudi, 2008).

 

 

Giuseppina Rando (Articolo tratto dal n°146 di Ntl)

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