Fiorella Borin | Rosso da morire

 

Un romanzo di Fiorella Borin

Rosso da morire

È il pomeriggio di ferragosto. La sedicenne Marilena Olivieri indossa compiaciuta il suo nuovo vestito rosso. Teresa, maestra in pensione, cede di fronte all’entusiasmo della figlia dopo aver battezzato l’abito troppo corto ed esageratamente vistoso. Più che “bello da morire”, come asserisce la ragazza, lo definisce scherzosamente “rosso da morire”. Marilena rassicura la madre in merito alla sua imminente uscita. Farà solo un giro indossando il nuovo capo e raggiungerà l’amica Ketty. Teresa, la informa che la pioggia sarebbe caduta di lì a poco e, quando la figlia se ne va, avverte uno strano presentimento. Il segnale ha un senso. Marilena non farà più ritorno a casa. A rinvenire il suo corpo senza vita nella locale pineta è l’anziana Giuseppa Pavan. La Gazzetta del Litorale Veneto fa riferimento ad un delitto a sfondo sessuale perché la Olivieri presenta ecchimosi ed abrasioni e lo stesso vestito risulta strappato. Qualche pagina più in là, con minore risalto, il quotidiano dà notizia della scomparsa di un bambino di nove anni, Zvonimir Julianovich, appartenente ad una famiglia rom. Tutto il paese di Vigilia, località balneare veneta, è colpito dal macabro rinvenimento di Marilena. Le indagini si concentrano su Gianluigi Macaluso, figlio sfaccendato del ricco immobiliarista della zona. Nel pomeriggio di quel ferragosto, il venticinquenne aveva dato un passaggio alla Olivieri a bordo della sua decapottabile. Alcuni testimoni, tra cui la stessa Pavan, avevano visto i due dileguarsi a bordo della vettura. Il chiacchiericcio che si leva dai tavoli del centrale bar Romy & Romeo segnala le malevole espressioni con cui i paesani spettegolano attorno alla morte della povera Marilena. L’atmosfera è ulteriormente involgarita dalle dichiarazioni del medico legale che certifica una grave disfunzione cardiaca di cui era affetta la defunta. Teresa Olivieri, già profondamente addolorata per la scomparsa della figlia, diventa la destinataria di un infamante sospetto: aver colpevolmente trascurato la salute della ragazza. 

Fiorella Borin costruisce abilmente un vero e proprio giallo affidando ad una serie di personaggi dei precisi ruoli simbolici. Il paese di Vigilia è un sofisticato laboratorio della realtà provinciale, animata dalle meschinità della convenienza e dallo squallore degli opportunismi più sfacciati. La scena, contrassegnata dalla crudezza e dall’esasperazione di un generale avvelenamento culturale, accoglie la necessaria nemesi impersonata dalle figure che non cedono al clima di ricatti cui tutti paiono assoggettarsi. Le torbide trame intessute dal perfido Macaluso senior e dall’avvocato Quagliato soccombono davanti alla fatale e spietata vendetta purificatrice attuata dagli eroi solitari del romanzo. Il losco e corpulento Sebastiano Elliero, ex alunno di Teresa, ispirato dalla saggezza del vecchio professor Aristide Paoletti, diventa l’eroe silenzioso che ristabilisce con scientifico rigore le ragioni di una giustizia antica. Tra le omertose resistenze del clima paesano brillano la delicata devozione di Teresa e il cristallino senso di onestà dell’incrollabile comunista Giuseppa. È proprio nella definizione di questi personaggi che Fiorella Borin rivela la propria magnifica versatilità narrativa in un alternanza gergale di rara efficacia. La stessa  evoluzione del misterioso caso, offerta col sapiente dosaggio di rivelazioni puntuali e “coraggiose”, rappresenta una prova di scrittura di assoluta maturità artistica. Ogni particolare – anche con l’avvicendamento dei piani temporali – si incastra perfettamente in un racconto che segue fedelmente la traccia offerta dalla citazione iniziale di Albert Einstein: «Il mondo non sarà distrutto dai malvagi, ma da coloro che restano a guardarli senza fare niente». Quello che impreziosisce questo pregevole romanzo è il Commiato di pagina 155, commovente ammissione dell’autrice che regala ai lettori il coup de théâtre più inatteso dell’intero volume. Sorprende come una storia, già avvincente e compiuta, possa illuminarsi d’un tratto sulle note di un’ammissione così delicata e disarmante.

Natale Luzzagni (Articolo tratto dal n°146 di Ntl)

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