Milan Kundera | Il libro del riso e dell’oblio

In ricordo

Milan Kundera

Il libro del riso e dell’oblio

Nel luglio di quest’anno ci lasciava lo scrittore ceco Milan Kundera. Il libro del riso e dell’oblio, pubblicato per la prima volta nel 1978, è stato definito dallo stesso autore come un «romanzo in forma di variazioni». L’opera ruota attorno al pericolo dell’oblio: se una nazione perde la cognizione della propria storia e memoria è destinata inevitabilmente a soccombere e scomparire

Negli archivi Rai è presente un’intervista del 1980 in cui Milan Kundera parla di Il libro del riso e dell’oblio. Il testo che accompagna il documento video chiarisce gli aspetti fondamentali dell’opera: «Ciò che interessa Kundera è il problema dell’oblio: partendo da un episodio del comunismo cecoslovacco realmente accaduto, Kundera parla di “oblio organizzato”, ossia dell’uso strumentale della dimenticanza che i regimi totalitari utilizzano per mantenere il potere. Kundera ritiene che se una nazione perde la cognizione della sua storia e della sua memoria è destinata a scomparire, a soccombere. Un tema, questo, che anche a distanza di anni noi potremmo applicare a molti aspetti delle nostre società, benché libere e democratiche. Il romanzo Il libro del riso e dell’oblio è diviso in sette sezioni eterogenee, apparentemente non coese perché costituite da materiali diversi: informazioni storiche, aneddoti autobiografici e, naturalmente, materia romanzesca. Dalla vicenda grottesca del ritocco fotografico ai danni di un ex eroe del comunismo cecoslovacco (l’episodio realmente accaduto da cui Kundera prende spunto per la sua narrazione), alla storia intima di una vedova che lotta per mantenere intatti tutti i ricordi che ha di suo marito, Kundera vuole indagare i meccanismi della rimembranza e dell’oblio».

IL LIBRO

Questo è l’incipit del romanzo: «Nel febbraio 1948 il dirigente comunista Klement Gottwald si affacciò al balcone di un palazzo barocco di Praga per parlare alle centinaia di migliaia di cittadini che gremivano la piazza della Città Vecchia. Fu un momento storico per la Cecoslovacchia. Un momento fatale, come ce ne sono uno o due in un millennio. Gottwald era circondato dai suoi compagni e proprio accanto a lui c’era Clementis. Faceva freddo, cadevano grossi fiocchi di neve, e Gottwald era a capo scoperto. Clementis, premuroso, si tolse il berretto di pelliccia che portava e lo posò sulla testa di Gottwald».

Boemia, 1971. Mirek dice: la lotta dell’uomo contro il potere è la lotta della memoria contro l’oblio. Di mestiere fa il manovale in un cantiere edile, e venticinque anni prima ha avuto una relazione con Zdena. Mirek tiene un diario in cui annota tutte le riunioni riguardo la situazione politica fin troppo opprimente che stanno vivendo lui e i suoi compatrioti, e decide di trasferire i documenti compromettenti dove non possano essere rintracciati, ma prima vuole assolutamente recuperare qualcosa da Zdena, la sua vecchia amante: lettere. Lettere che proprio lui era solito inviarle. Mentre Mirek è diretto verso di lei, però, nota dallo specchietto della macchina che qualcuno lo sta seguendo… Karel e Markéta sono una coppia. La mamma di Karel ha da poco perso il marito, e così, vedendola triste e sola al funerale, i due decidono di invitarla a stare da loro per una settimana. Markéta è adulta ormai, e le considerazioni negative che aveva fatto tempo prima sulla suocera sono cambiate. Ad un tratto le sembra quasi “piccola e indifesa come un bambino”. Domenica la coppia ha un impegno, ovvero accogliere una loro amica, Eva, che abita distante e ha intenzione di sostare una notte dai due amici. La mamma però rimane inaspettatamente un giorno in più del previsto, e aspetta con Karel e Markéta la misteriosa Eva, donna di una bellezza procace, che i due spacceranno per una lontana cugina. La serata prende una piega inaspettata, e la mamma si rivela un grande ostacolo per i tre…

Romanzo in forma di variazioni, diviso in sette parti, ciascuna delle quali narra una storia indipendente dalle altre, ma collegata indissolubilmente sul piano tematico. La narrazione segue scorrevole e le riflessioni sono fortemente critiche nei confronti della cornice storica entro cui si collocano i personaggi. Non sono sempre gli stessi però, i personaggi. Cambiano di racconto in racconto, eccetto due parti che sono prettamente autobiografiche, e il personaggio di Tamina, che compare due volte, nella quarta e nella sesta parte. È l’alter ego femminile di Milan Kundera. Tempo prima è stata costretta a fuggire dal suo paese natio, e ora cerca di recuperare diari che conservava segretamente e che sono il ponte con il suo passato. Fa di tutto pur di non dimenticare il volto del marito scomparso, ed è anche per questo che i suoi vecchi diari acquisiscono una tale importanza, “(…) giacché se il vacillante edificio dei ricordi crollasse come una tenda mal montata, di Tamina non resterebbe che il mero presente, questo punto invisibile, questo nulla che avanza lentamente verso la morte”. Si contrappongono vari tipi di oblio; tra i quali uno politico (o meglio “organizzato”, come lo definisce l’autore stesso) e uno umano. Quello politico è un tipo di oblio che è necessario per chi è al potere, in un contesto totalitario. Un oblio che cancella tutto ciò che si potrebbe rivoltare contro un tale governo, compresa memoria storica, e s’impone sontuoso a depennare ogni forma di resistenza ideologica. E Kundera non è di certo estraneo a questo tipo di regime, che dopo la Primavera di Praga ha costretto l’autore a fuggire, proprio come Tamina. L’altro è un tipo di oblio che accade. È una carenza umana, non imposta da nessuno se non dalla difficoltà di rievocare momenti, persone, volti. Così succede al padre di Kundera, che in una delle due parti autobiografiche del romanzo cessa di ricordare le parole stesse a causa di una malattia che lo sta portando alla morte. Gran parte dei temi verranno ripresi nel romanzo L’insostenibile leggerezza dell’essere, ma già qui lo scrittore ceco li sviluppa profondamente. La prosa leggera e al contempo così pesante ripercorre l’interiorità di personaggi che cercano di riconciliarsi con sé stessi attraverso il proprio passato, in una Boemia oppressa e disillusa.

Di questo libro Kundera ha scritto: «Nel Libro del riso e dell’oblio, la coerenza dell’insieme è data unicamente dall’unicità di alcuni temi (e motivi), con le loro variazioni. È un romanzo, questo? Io credo di sì». E lo stesso vale per i numerosissimi lettori che questo libro ha avuto dal 1979 a oggi e che vi hanno riconosciuto una delle più audaci imprese letterarie del nostro tempo: un «romanzo in forma di variazioni». Cambiano totalmente i personaggi e le situazioni, in ciascuna delle sette parti in cui (come d’obbligo in Kundera) il libro si divide. Ciascuna è autosufficiente e tutte si susseguono «come le diverse tappe di un viaggio che ci conduce all’interno di un tema, all’interno di un pensiero, all’interno di una sola e unica situazione la cui comprensione, per me, si perde nell’immensità». Su tutto, un gesto si mostra con peculiare insistenza: il tentativo di sottrarsi alla cancellazione di ciò che è avvenuto. Come dice un personaggio del romanzo: «la lotta dell’uomo contro il potere è la lotta della memoria contro l’oblio».

Alcune citazioni tratte da Il libro del riso e dell’oblio

«Le persone affascinate dall’idea del progresso non intuiscono che ogni passo in avanti è nello stesso tempo un passo verso la fine».

«Con un oroscopo, in effetti, si può influenzare a meraviglia, anzi dirigere, il comportamento delle persone. Si può facilmente raccomandare loro certi comportamenti, distoglierli da altri e condurli all’umiltà con sottili allusioni a catastrofi future».

«Le donne non cercano gli uomini belli. Le donne cercano gli uomini che hanno avuto donne belle».

«Anch’io ho danzato in girotondo. Era la primavera del 1948 […] Poi, un giorno, ho detto qualcosa che non dovevo dire, sono stato espulso dal partito e ho dovuto uscire dal cerchio. È stato allora che ho capito il significato magico del cerchio. Quando si è allontanati da una fila, è ancora possibile tornarci. È una formazione aperta. Ma il cerchio si richiude, e per questo, quando lo si lascia, è per sempre. Non per caso i pianeti si muovono in cerchio, e la pietra che se ne stacca si allontana inesorabilmente, spinta dalla forza centrifuga. Simile a una meteorite staccatasi da un pianeta, io sono uscito dal cerchio e non ho finito, ancora oggi, di cadere. Ci sono persone alle quali è dato morire durante la traiettoria e altre che si schiantano alla fine della caduta. E queste ultime (delle quali faccio parte) serbano sempre dentro di loro una sorta di segreta nostalgia per il girotondo perduto, perché tutti siamo abitanti di un universo nel quale ogni cosa gira a cerchio».

«Gli uomini gridano di voler creare un futuro migliore, ma non è vero. Il futuro è solo un vuoto indifferente che non interessa nessuno, mentre il passato è pieno di vita e il suo volto ci irrita, ci provoca, ci offende, e così lo vogliamo distruggere o ridipingere. Gli uomini vogliono essere padroni del futuro solo per poter cambiare il passato».

«Sa bene di cosa si tratta. Gli fanno sapere che ha ancora cinque minuti di tempo per proclamare a gran voce che sconfessa tutto quello che ha detto e fatto. Conosce questo tipo di commercio. Sono pronti a vendere a un uomo il futuro in cambio del suo passato. […] Lo costringeranno a dare un calcio alla sua vita e a diventare un’ombra, un uomo senza passato, un attore senza parte, a trasformare in un’ombra anche la sua vita buttata via, anche quella parte abbandonata dall’attore. Così, trasformato in un’ombra, lo lasceranno vivere».

«Nei tempi in cui la storia camminava ancora lentamente i suoi non copiosi eventi si potevano facilmente ricordare e creavano uno sfondo a tutti noto davanti al quale si svolgeva l’emozionante teatro delle private avventure umane. Oggi il tempo avanza a passi veloci. L’evento storico, dimenticato in una notte, brilla già l’indomani della rugiada della novità, così che nel racconto del narratore non costituisce più lo sfondo, ma una sorprendente avventura che si svolge sullo sfondo della ben nota banalità della vita privata».

«Ricorderete certo questa scena vista in decine di brutti film: un ragazzo e una ragazza si tengono per mano e corrono in un bel paesaggio primaverile (o estivo). Corrono, corrono, corrono e ridono. Le risa dei due corridori devono annunciare al mondo intero e agli spettatori di tutti i cinema: siamo felici, siamo contenti di essere al mondo, siamo d’accordo con l’essere! È una scena stupida, uno stereotipo, e tuttavia esprime un atteggiamento umano fondamentale: il riso serio, il riso al di là dello scherzo. Tutte le chiese, tutti i fabbricanti di biancheria, tutti i generali, tutti i partiti politici sono d’accordo su questo riso e tutti si precipitano a piazzare l’immagine dei due che corrono ridendo sui manifesti che fanno propaganda alla loro religione, ai loro prodotti, alla loro ideologia, al loro popolo, al loro sesso e al loro detersivo».

«Considerare il diavolo un partigiano del Male e l’angelo un combattente del Bene significa accettare la demagogia degli angeli. La faccenda, in realtà, è più complessa. Gli angeli sono partigiani non del Bene, ma della creazione divina. Il diavolo, invece, è colui che nega al mondo divino un senso razionale. Come si sa, angeli e demoni si spartiscono il dominio del mondo. Tuttavia, per il bene del mondo non occorre che gli angeli abbiano il sopravvento sui demoni (come credevo quando ero bambino), ma che i poteri degli uni e degli altri siano all’incirca in equilibrio. Se nel mondo c’è un eccesso di senso incontestabile (dominio degli angeli), l’uomo soccombe sotto il suo peso. Se il mondo perde tutto il suo senso (dominio dei demoni), è altrettanto impossibile vivere. Le cose che vengono private di colpo del loro senso presunto, del posto assegnato loro nel preteso ordine delle cose (un marxista formatosi a Mosca che crede agli oroscopi), provocano in noi il riso. All’origine, il riso appartiene dunque al diavolo. Vi è in esso qualcosa di malvagio (le cose si rivelano di colpo diverse da come volevano farci credere di essere), ma anche una parte di benefico sollievo (le cose sono più leggere di come apparivano, ci lasciano vivere più liberamente, smettono di opprimerci con la loro austera serietà)».

«I bambini sono senza passato ed è questo tutto il mistero dell’innocenza magica del loro sorriso…».

(Alfonso Genovese, Palomar, n.41, novembre 2023)

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