Personaggi | Filoteo Alberini

Personaggi

Filoteo Alberini

L’italiano che inventò il cinema

Un’incursione tra la fine dell’800 e i primi del ’900, quando un pioniere italiano rischiò di passare alla storia come l’inventore del cinematografo. Ma così non fu, varie vicissitudini e il suo carattere mite lasciarono onori e gloria ai fratelli Lumière

Il libro di Giovanna Lombardi Filoteo Alberini. L’italiano che inventò il cinema (Europa Edizioni, Roma, 2021) racconta la vita, i progetti e i sogni artistici di un pioniere del cinema tra i più sconosciuti dei tanti che godono fama di essere i padri del cinema: la nascita nel marzo 1867 nella cittadina toscana di Orte ancora sotto lo Stato Pontificio, un nome antiquato e anacronistico, un impiego modesto al catasto di Firenze, un tipo sì curioso e abile come falegname, fabbro, stagnino ma anche incostante per inseguire altri progetti che nel frattempo gli sono frullati in testa senza preoccuparsi, prima, di ottenerne il brevetto. è attratto immediatamente dalla macchina fotografica di un ambulante, va a 17 anni a Roma e frequenta la scuola tecnica, quella di disegno e nudo, gli istituti scientifici ma non affronta mai gli esami. Dopo il servizio militare, per la sua predisposizione alla fotografia, viene reclutato dall’Istituto Geografico Militare di Firenze e, congedato, nel Catasto. Si sposa, ha due figli ma non manca di averne anche fuori dal matrimonio.

La riproduzione delle immagini ha origine nella notte dei tempi: le ombre cinesi, la lanterna magica fin dalla metà del Seicento con successo nelle fiere e nelle piazze come nei salotti aristocratici e borghesi, i dischi rotanti, le immagini fotografiche su carta e su lastre di vetro, il fucile fotografico, il cronofotografo, il kinetografo di Dickson, il kinetosopio di Edison (1893). Edison costruisce anche il primo teatro di posa e apre la prima sala di visione pubblica a New York con biglietto d’ingresso di 1 nickel (5 centesimi). Si tratta però ancora di proiezione “dentro la scatola” e, quando nel 1896 presenta la sua macchina “completa” di ripresa-proiezione, la Vitagraph, è già battuto in Europa dai fratelli Lumière, dai fratelli tedeschi Skladanoswky e dall’italiano Alberini che l’hanno preceduto nel 1895. Il “kinetografo” di Alberini è una macchina di ripresa e di proiezione, filma 16,6 fotogrammi al secondo (16 fotogrammi al secondo è la velocità standard fino al cinema sonoro che nel 19 passerà a 24)

In Germania i pionieri sono Max ed Emil Skladanowsky, figli di un “mercante di immagini”, i quali inventano il Bioscopio e proiettano in pubblico numeri di varietà con la famosa Danse serpentine il primo novembre 1895. I fratelli Lumière, Louis e Auguste, sono figli di un fotografo di Lione, hanno fatto studi scientifici e tecnici, affiancano all’azienda del padre una piccola fabbrica di lastre fotografiche al bromuro d’argento d’altissima sensibilità che presto prospera (300 operai, 15 milioni di lastre). Ispirato da un sogno, Louis inventa il congegno per l’avanzamento della pellicola alla velocità di 16 fotogrammi al secondo (il “piedino” delle macchine da cucire per far avanzare il tessuto) e con la loro agevole macchina da ripresa, proiezione e stampa 0rganizzano la prima proiezione pubblica al Gran Cafè al n. 14 del Boulevard des Capucines con schermo di tela, un centinaio di sedie, ingresso 1 franco: 28 dicembre 1895.  Spettatori solo trentatrè, la stampa invitata non si presenta, lo spettacolo con una decina di film (scene di circa 1 minuto): L’uscita dalle fabbriche Lumière, L’arrivo del treno alla stazione di Ciotat, riprese di vita familiare. Nel 1897, convinti che la loro invenzione non avrà successo, si ritirano dal “mercato cinematografico” e nel 1902 cedono i diritti del loro “cinematographe” a Charles Pathé.

A questo punto entra in scena Louis Augustin Le Prince, nato a Metz, laureatosi a Parigi in “arte pittorica”, studi di chimica e di fisica, direttore di esposizioni e viaggiatore tra Parigi, Londra, New York il quale tra il 1886-’88 sperimenta un apparecchio de presa e proiezione con pellicola perforata Kodak e un dispositivo d’avanzamento a Croce di Malta. Il 16 settembre 1890 sale sul treno espresso Digione-Parigi, con una valigia piena di brevetti, prima di partire con tutta la famiglia per gli Stati Uniti, ma da quel momento scompare senza lasciare traccia: non si ritroverà mai né cadavere né bagaglio. Recentemente sono stati rinvenuti fotogrammi di alcuni brevi filmati (3”) e un opuscolo stampato da un suo collaboratore, che testimonia i risultati ottenuti da Le Prince e accusa Edison di essersi avvalso delle sue ricerche per costruire le proprie macchine di ripresa e di proiezione. Le Prince realizza i primi film della storia del cinema nel 1887-’88 (7 anni prima della proiezione Lumière!) riprendendo un uomo che cammina vicino ad un angolo di strada.

Alberini e i Lumière. A giudizio della Lombardi, Alberini va posto accanto ad Edison, ai fratelli Skladanowsky, ai Lumière, a Le Prince. Alberini vede il kinetoscopio per fotografia animata Edison in un negozio di Piazza Vittorio Emanuele nell’ottobre-novembre 1894 e dice di averci lavorato due mesi per il suo kinetografo, cioè nel dicembre 1894 e gennaio 1895. I fratelli Lumière sono contraddittori nel dichiarare la data del loro brevetto: quella ufficiale sarebbe il febbraio 1895 ma Louis, in una intervista del 1935, sostiene di aver brevettato il cinematografo per la prima volta il 12 gennaio 1895 e, in un’intervista a Georges Sadoul del 1946, cita invece il 13 febbraio 1894, dichiarando di aver realizzato il suo primo film nell’estate del 1894. In realtà, dati alla mano, lo storico Bernard Chardère sostiene che nell’agosto 1894 Louis Lumière “non aveva né pellicola né macchina da presa” e quindi L’uscita dalle officine Lumière sarebbe stata girata il 19 marzo 1985.

Alberini apre la prima sala cinematografica a Firenze, il “Reale Cinematografo Lumière”, nel 1899, dopo aver ottenuto l’autorizzazione da un agente Lumière; visita gli stabilimenti a Lione nel 1905, si confronta con Luis sul cinema stereoscopico sul quale anche il francese sta lavorando, ma già in una gita a Parigi (e forse anche a Lione) nel 1895 incontra Charles Pathé che, agli inizi del ’900, acquista il brevetto Lumière e diventa uno dei più importanti produttori mondiali di macchine cinematografiche. Va però anche detto che i nipoti di Alberini hanno sempre raccontato ai figli come i Lumière avessero  “rubato” il cinema allo zio. Ma non c’è dubbio che a loro spettano i meriti di aver perfezionato le invenzioni dei predecessori e dei contemporanei e di aver realizzato la prima proiezione pubblica.

In ogni modo va riconosciuto che il passaggio dalla fotografia alle immagini in movimento ha più di un padre. Tra i pionieri italiani è doveroso ricordare il fotografo modenese Italo Pacchini che, nel 1897, si costruisce una macchina da presa senza brevetto e gira brevi film sull’esempio dei Lumière: Arrivo del treno alla stazione di Milano, Battaglia di neve…; nello stesso anno anche il genovese Luigi Sciatto realizza una macchina da presa-proiezione e gira Scene di vita genovese mentre Oreste Pasquarelli, che abita in provincia di Alessandria, con il suo apparecchio non proietta le immagini ma le stampa su carta albuminata: Ciclisti a Torino. Sempre nel 1897 il trasformista romano Leopoldo Fregoli passa una settimana a “curiosare” negli stabilimenti dei due fratelli a Lione, modifica la loro macchina con la sua “Fregoligraph” e realizza film di 20’ da lui interpretati (Fregoli al caffè, Fregoli al ristorante, Un sogno di Fregoli…) come attrattiva per i suoi spettacoli. Sono film “a trucchi”, quando Georges Méliès era ancora ignorato in Italia. Nel 1898 il romano Luigi Topi, abile meccanico, apre in Piazza in Lucina una specie di lunapark dove, tra le altre attrattive, c’è anche il cinematografo. Tra i suoi brevi filmati sembra abbia girato una Passione di Cristo e continuerà a far l’esercente per molti anni.

Alberini esercente. Il cinematografo dei Lumière arriva in Italia con le proiezioni organizzate dal fotografo torinese Vittorio Calcino nel corso del 1996 a Roma e a Milano (marzo), a Napoli (aprile), Torino (novembre) ma lo spettacolo delle “fotografie animate” non incontra il successo sperato. A Firenze, dove risiede Alberini, la prima visione ha luogo nel gennaio 1897 ma, secondo studi più recenti, già qualche mese prima con una macchina Edison. Queste prime proiezioni in pubblico vengono effettuate in locali di ristoro, in teatri e fiere. Francesco Felicetti, agente dei Lumière per l’Italia, è tra i primi ad aprire un locale sotto i portici di Piazza Vittorio Emanuele a Firenze. Da lui Alberini ottiene il permesso di gestire una sua sala cinematografica, il “Lumière”, con soggetti variati, prezzo d’ingresso basso, macchina da proiezione di ultima produzione, pubblicità degli spettacoli sui quotidiani, visioni per un pubblico indifferenziato, per famiglie distinte e speciali per le scuole, apportando per di più sulla pellicola la novità della coloritura a mano. A far concorrenza ad Alberini è un esercente ferrarese, Rodolfo Remondini, con la sala “Eden”, con il kinetoscopio Edison che ha il vantaggio di sincronizzare le immagini con il fonografo, a prezzi d’ingresso di 30 centesimi (rispetto ai 20 del cinema Alberini), con spettacoli quotidiani che si prolungano dalle 17 alle 24, programmi vari e improntati all’attualità in Italia e all’estero (I funerali di Umberto I°, Il disastro di Castel Giubileo, La guerra in Cina), strumentalizzando anche la fede con “quadri religiosi” (Leone XIII che benedice la folla). Nell’aprile 1901 Alberini è costretto a chiudere il “Lumière” ma a dicembre riapre con il “Cosmorama”, sala di proiezioni fisse e animate (tra i film Il viaggio sulla luna di Méliès), al quale Remondini contrappone visioni di eventi importanti della vita cittadina e la ripresa, durante lo spettacolo, dei presenti che possono ritornare, la settimana successiva, a vedersi sullo schermo. Con il suo “Edison” Remondini continuerà le proiezioni fino all’aprile 1902 mentre Alberini, che non ha mai smesso di fare l’impiegato al catasto, quando l’ufficio viene trasferito a Roma, lo seguirà nella capitale e grazie al finanziamento di una misteriosa “Compagnia Americana” (forse la Massoneria) apre il “Moderno”, di cui non risulta proprietario ma direttore tecnico con il compito di procurare le pellicole, dirigere il personale, assumere i pianisti per le esecuzioni musicali, con la presenza di due maestri che eseguono le musiche d’accompagnamento durante le proiezioni. La sala di prim’ordine, la perfezione del macchinario, i soggetti a colori, le pellicole di Méliès e di Fernand Zecca o d’attualità (La commemorazione di Porta Pia, Il disastro di Marino ), la comica finale e, sull’esempio di Remondini, l’autocompiacimento del pubblico a rivedersi assicurano al “Moderno” un grande successo per cui, con l’acquisto delle migliori macchine di proiezione Pathè e con la presenza di lui stesso in cabina accanto ai proiezionisti, Alberini aprirà e gestirà all’insegna del moderno comfort, dell’eleganza e del buon gusto altre sale a Napoli, Ferrara, Orte, Bari, Messina.

Alberini e la prima casa di produzione italiana. Al cinema “Moderno” Alberini proietta anche brevi film d’attualità, da lui stesso girati in giro per l’Italia. Spinto per natura a cambiare e a migliorare, s’associa con un amico di Orte, Dante Santoni, che si è arricchito come appaltatore e speculatore di Borsa e fonda nel 1902 una casa di produzione sulla via Appia Nuova, la Alberini & Santoni. Lo stabilimento ha intorno una vasta area, con una immensa vasca per realizzare pellicole nautiche, e vi lavorano 50 operai. La casa di produzione è in grado di effettuare le riprese, il montaggio, la stampa e la colorazione dei film. Inoltre Alberini non si limita ad assoldare dei pianisti per accompagnare dal vivo la proiezione, ma incarica dei musicisti per comporre partiture originali per orchestra. Il primo film a soggetto è La presa di Roma (1905), l’entrata a Roma attraverso la breccia di Porta Pia dell’esercito italiano con l’occupazione dello Stato Pontificio: è lungo 250 metri, contro i 150 delle contemporanee pellicole francesi e inglesi, e la durata è di 10 minuti. Dei suoi film Alberini è produttore (con l’apporto finanziario della Massoneria), sceneggiatore e coordinatore delle scelte artistiche, cioè regista. Con La presa di Roma inventa anche il genere cinematografico storico-celebrativo nel quale, qualche anno dopo, Enrico Guazzoni con Quo vadis? e Giovanni Pastrone con Cabiria (sceneggiato da Gabriele D’Annunzio) raggiungeranno una spettacolarità di portata mondiale. Non basta: documenta le ricerche sperimentali in campo fisiologico del professor Osvaldo Polimanti, inaugurando la cinematografia scientifica di grande valenza didattico-educativa

La Alberini&Santoni si trasforma in Cines. La casa di produzione Alberini&Santoni dura appena qualche mese e realizza una dozzina di titoli perché i due soci cedono l’impresa ai Pouchain, padre e figlio, potente famiglia romana di industriali e affaristi, che le danno il nome di Cines, l’affidano ai tecnici esperti della Pathé Frères, vi fanno lavorare ben 150 persone e realizzano, tra il 1907-1908, un centinaio di titoli, diventando la maggiore “manifattura italiana” a livello mondiale con filiali a New York, Londra, Parigi, Berlino, Mosca, Vienna, Varsavia, Kiev, Buenos Aires. Intanto i vecchi stabilimenti, non coperti da assicurazione, sono nel 1907 distrutti da un incendio. Anche la prima Cines (1906-1910) ha vita breve, a causa delle spericolate operazioni finanziarie e di un’espansione affrettata e azzardata. Vi subentra il presidente del Banco di Roma, Ernesto Pacelli (zio del futuro Papa Pio XII), che si orienta verso una migliore qualità di film come quelli storici e biblici del regista Enrico Guazzoni, ex decoratore del cinema “Moderno” di Alberini (Il trionfo della luce), che realizza come detto Quo vadis?, kolossal che per lunghezza e spettacolarità segna l’avvento del lungometraggio italiano e che viene distribuito in tutto il mondo, di Mario Caserini ex scenografo, di Nino Oxilia regista di Rapsodia satanica con commento musicale di Pietro Mascagni. Dopo che la Cines, associata da un setificio di Padova, viene ceduta negli anni 1916-1919 ad un acquirente francese, è costituita l’UCI (Unione Cinematografie Italiane) che riunisce tutte le principali aziende cinematografiche d’Italia, al fine di evitare una dannosa concorrenza. Infine, negli anni 1930-1934, rinasce la terza fase della Cines con la Società anonima Pittaluga, per l’intraprendenza di questo esercente e noleggiatore di Genova: fagocitata dal fascismo produce La canzone dell’amore, primo film italiano parlato e sonoro, e nel 1937, anno della morte di Alberini, è costruita a tempo di record Cinecittà, di cui viene eletto presidente Luigi Freddi (1940-’43) che arruola i De Filippo, Gino Cervi, Osvaldo Valenti, Amedeo Nazzari e produce una trentina di film. Poi, nel 1943, cade il fascismo e Cinecittà viene trasferita nei padiglioni della Biennale ai Giardini di Venezia, produce soltanto otto film ma tra essi c’è Ossessione, l’esordio-capolavoro di Luchino Visconti. Cines-Cinecittà riapre a Roma nel dopoguerra e rinasce splendidamente con il neorealimo, con registi e film che entrano nella storia del cinema.

Per tornare alla Cines di Alberini&Santoni, di cui il primo è direttore tecnico e l’altro cassiere, il primo ad andarsene è Santoni che acquista un hotel e si dà anche al commercio di caffè, bevande, concerti mentre Alberini fa l’esercente delle sue sale “Moderno” e “Lumière”; allestisce un teatrino di posa dove gira Raffaello e la Fornarina (1907) che include una scena cantata con l’Autocinefonio, sua geniale invenzione per concordare l’immagine con il parlato o la musica. E nel 1908 presenta il film-opera Il Trovatore, applicando il fonografo al cinematografo. Continuerà a gestire i propri cinema fino al 1919 (il “Moderno” è tuttora aperto), accanto all’attività di inventore, e fonderà nel 1918 la “Società tra gli esercenti e noleggiatori d’Italia”, di cui sarà presidente fino al 1923. Nel 1920 gira Mara su incarico dei Savoia, per i quali aveva allestito visioni private e fornito l’operatore (il nipote Bixio Alberini) per il volo dall’Europa al Giappone di re Umberto, e anche, purtroppo perduto, un giallo-western sul rapimento di una bimba da parte di una zingara, interpretato da membri della casa reale.

Alberini inventore. La vita di Alberini fu sempre operosa e animata dalla passione di inventare, innovare, migliorare. Ottiene il brevetto per il suo Kinetrografo soltanto il 21 dicembra del 1895 e appena una settimana dopo ha luogo la prima proiezione dei Lumière. Nel 1899 presenta all’Esposizione fotografica di Firenze il Cinesigrafo a serie, apparecchio cinepresa-proiettore molto più economico rispetto ai precedenti. Ormai regista ed esercente da Firenze a Roma, nel 1907 propone senza successo in Italia la “pulitrice meccanica delle pellicole cinematografiche”, vedendola invece applicata con successo in America ma riconosciuta come “opera di terzi” (p. 175). Del 1910 è il Cineorologio, un dischetto utile per cambiare e stampare film. In anticipo di decenni sulle multisale degli anni ’80, nel 1920 inaugura la Pariola, un enorme parco con sale cinematografiche, teatri, saloni per concerti, ristoranti, piste di pattinaggio, definita “la più grande platea d’Europa” (p. 179). Il finanziamento si suppone provenga non dagli amici massonici ma dall’enorme successo come luogo di divertimento per benestanti, dai guadagni ricavati dal film Mara, dalla vendita della casa di Orte. Contemporaneamente Alberini studia, progetta e realizza il cinema panoramico (1911-1923) con pellicola doppia rispetto all’usuale, cinepresa con obiettivo girevole, visione molto più ampia e simile a quella dei nostri occhi. Di essa si avvale magistralmente l’amico-regista Guazzoni per girare La Gerusalemme Liberata (1911) e Il sacco di Roma (1920). Si tratta in effetti dell’invenzione del cinemascope, utilizzato con successo nei kolossal hollywoodiani degli anni ’50 e rilanciati dalle tecnologie più avanzate del 2000. Ma anche in questo caso, durante il suo viaggio a New York del 1923, Alberini vede la sua macchina utilizzata “senza il suo permesso e per di più con l’attribuzione dell’invenzione a un altro” (p. 188). Le invenzioni di Alberini continueranno senza sosta: dalla cinematografia stereoscopica con gli occhiali (1923) all’apparecchio per la registrazione di foto rapide (1930).

Alberini muore nell’aprile 1937, nella casa in via Nazionale a Roma, completamente solo e in ristrettezze economiche: la moglie è mancata qualche anno prima, i figli si sono allontanati rinfacciandogli di aver sacrificato la sua vita al cinema e di aver sperperato molti soldi per il viaggio in America e la realizzazione della Pariola. “Il geniale inventore”, “il vero pioniere” del cinema e dell’industria cinematografica italiana è stato dimenticato da tutti. Solo il nipote Bixio è riuscito, negli anni ’50, a dedicare al suo nome il cinema di Orte. Ora questo documentato, illustrato, amoroso libro di Giovanna Lombardi – corredato di filmografia e cronologia accurate e utilissime – e, sul suo testo, il bel documentario realizzato da Stefano Anselmi (bluecinematv.com) finalmente gli restituiscono degno riconoscimento e, si spera, anche meritata fama.

Angelo Zanellato (tratto da Palomar, n.41, novembre 2023)

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