Ugo Celada da Virgilio

I quadri dell’artigiano centenario
Divino e umano
Nel quadro del Realismo magico, già ampiamente trattato in questa rubrica, è opportuno sostare sulla preziosa opera di Ugo Celada (1895-1995), pittore mantovano, “escluso” per decenni dai rilievi della ribalta nazionale. Si deve al critico e storico dell’arte Flavio Caroli il merito di aver contribuito alla rivalutazione dell’artista lombardo quando, nel 1985, curò il catalogo della mostra permanente inaugurata nel paese natale del pittore. Ugo Celada nacque a Cerese di Virgilio (oggi Borgo Virgilio), a sei chilometri dalla città. Il precoce talento nel disegno indusse il padre ad avviarlo agli studi, prima nella Scuola locale di Arti e Mestieri e più tardi, col sostegno di una borsa di studio, affidandolo all’Accademia di Belle Arti di Brera. Fu allievo di Cesare Tallone, autorevole pittore ligure – amico di Ada Negri, Sibilla Aleramo, Gabriele d’Annunzio, Filippo Tommaso Marinetti – già maestro di Pellizza da Volpedo, celebre per la sua abilità di ritrattista che gli aveva garantito ben tre commissioni da parte di Margherita di Savoia. Celada si conquistò la fama fin da giovane partecipando con le sue opere a tre edizioni della Biennale di Venezia (1920, 1924 e 1926). Il vigore simbolico delle sue tele, maniacalmente realistiche e sapientemente cariche di rimandi misteriosi, lo ponevano vicino alle connotazioni “stranianti” che caratterizzavano le opere di Cagnaccio di San Pietro e Antonio Donghi. Nel 1926 riscosse un notevole successo di pubblico e di critica con il dipinto Distrazione che catturò l’attenzione del pittore e critico francese Emile Bernard, allora presidente della giuria veneziana, che definì Celada «il maggiore autore italiano». L’anno successivo, al rientro da Parigi, partecipò alla Quadriennale di Torino, mentre nel 1928 si presentò alla Galleria Scopinich e alla Permanente di Milano e nel 1929 tenne una personale alla Galleria Bardi. Si firmava Ugo Celada da Virgilio, un toponimo da maestro del pieno Rinascimento.
La precoce carriera gli permise di entrare in contatto con il “cerchio magico” dell’influente Margherita Sarfatti che al tempo sosteneva gli artisti della corrente Novecento. I favori, garantiti dal contatto con i pittori votati al culto dei valori plastici, vennero meno quando Celada, fedele alle modulazioni del suo realismo “morbido”, si distaccò dalle istanze moderniste di Sironi e Carrà, proiettati alla ricerca di un’irrituale monumentalità geometrica, spigolosa e dissacrante. Da questa corrente prese le distanze quando nel 1931 firmò con Bresciani, Nodari Pesenti, Moretti Foggia, Lomini e Arrigo Andreani un manifesto “antinovecentista”; l’iniziativa provocò una graduale discesa della sua considerazione pubblica, isolandolo dal sistema artistico e relegandolo per decenni al più severo oblio.
Già nel 1926 il pittore virgiliano aveva sostenuto e promosso il Movimento dei pittori moderni della realtà. La “poetica del movimento” sottendeva l’idea di un’arte legata alla pratica artigiana più meticolosa e attenta nella rappresentazione del reale. Fu lo stesso Celada a sintetizzarne l’assunto metodologico: «Un modo per vedere e spiegare, per cantare il divino che c’è nell’umano». La via scelta dal genio lombardo fu quella di prodursi in un paziente esercizio di stile, acceso da colori vividi e dominanti, inserito in artifici compositi, utilizzando temi iconografici quali la natura morta, il ritratto e il nudo. Ed è proprio il suo stile nitido, elegantemente definito a garantirgli il favore della borghesia colta e dei collezionisti più attenti che bramavano un prodotto della sua destrezza manuale, limpidamente visibile tanto nelle fiere espressioni dei volti quanto nei riflessi vitrei dei cristalli alla luce.
Nel suo pregevole saggio critico del 1985, Flavio Caroli rende merito al talento dell’artista mantovano: «Io non negherò che Celada cada talora in un verismo troppo meccanico e stereotipato. Ma quando penso alla misteriosa complessità del suo lunghissimo percorso; quando penso ai segreti baratti con la cultura degli anni Venti o Trenta, in un tempo in cui la pittura italiana fu importante per tutta l’Europa; quando penso che Celada supera in qualità tutti i suoi potenziali, valorizzatissimi emuli tedeschi e francesi; quando penso ai tesori di sapienza artistico-artigianale addentrata nei suoi fagiani o nei suoi peltri; quando penso agli squisiti rintocchi delle sue tende scarlatte sui guanciali bianchi come la neve; quando penso alla pulsazione dei triangoli pubici, e al desiderio che sanno ancora comunicarci; quando penso tutto questo, capisco che Celada come De Chirico diceva di Morandi – “esegue la pittura dei buoni artigiani d’Europa”. Quando penso tutto questo, concludo che il nostro artista merita di essere studiato e apprezzato come si fa di tanti grandi e piccoli maestri del passato. Perché di loro è spesso più profondo; più segnato dai crismi della vocazione; più smagliante».
(Natale Luzzagni, Ntl n.150, giugno-settembre 2023)














